Ma Rainey’s Black Bottom

Ma Rainey’s Black Bottom **1/2

Dopo la morte per un tumore, nel 2005, a soli sessant’anni, Denzel Washington si è incaricato di portare finalmente sullo schermo il lavoro di August Wilson, una delle voci più limpide del teatro americano, due volte premio Pulitzer.

Nel 2016, grazie a Scott Rudin e alla Paramount, Washington dirige e interpreta Barriere, forse il lavoro più noto del drammaturgo afroamericano, che frutta il Premio Oscar a Viola Davis.

Quattro anni dopo è invece Netflix a produrre l’adattamento di Ma Rainey’s Black Bottom, il primo lavoro importante di Wilson del 1984, il secondo capitolo del cosiddetto Ciclo di Pittsburgh, che racconta la vita degli afroamericani del XX secolo.

Washington questa volta si è ritagliato il ruolo di produttore, lasciando a George C.Wolfe, regista teatrale e drammaturgo, con esperienze minori anche nel cinema, il compito di dirigere l’adattamento curato da Ruben Santiago Jr..

Siamo a Chicago nel 1927 e Ma Rainey è già una leggenda tra gli afroamericani del Sud: Mother of Blues la chiamano, anche se nessuno è così importante, per una musica, che si canta per capire la vita.

Dopo aver fatto tappa in Georgia, Ma e la sua band risalgono in Illinois per registrare un disco: il suo agente Mr. Irvin e il discografico, Mr. Sturdyvant, due bianchi, si arricchiscono con la musica blues e accettano, facendo buon viso, anche i capricci e gli atteggiamenti da star della cantante.

Nel frattempo il trombettista, Levee, sempre più inviso agli altri, sogna una sua band e compone musica nuova, ballabile, col miraggio di una carriera solista, insidiando anche la giovane ragazza di Ma Rainey.

Ambientato quasi interamente all’interno degli studi di registrazione, tra la sala prove nello scantinato e quella dove avviene la magia, coi microfoni e il fonografo che incide i solchi sui 78 giri, il film denuncia le sue origini e il talento limitato del suo regista, che per interrompere i lunghi monologhi e i fitti dialoghi li gira con una macchina da presa sempre in inutile movimento e li monta in modo altrettanto confuso.

Il lavoro di Wilson punta il dito sullo sfruttamento, economico e artistico, dei musicisti di colore, da parte di produttori, agenti e discografici bianchi: “non gli importa nulla di me” dice infatti l’esasperata Ma Rainey “vogliono solo la mia voce“. Neppure il suo agente l’ha mai invitata a casa sua, se non per cantare per i suoi ospiti bianchi.

Anche peggio se la passano gli autori, costretti a cedere i diritti dei loro pezzi per qualche dollaro, senza avere neppure l’opportunità di inciderli. E’ in quest’illusione che si consuma la parabola di Levee, illuso da Mr. Sturdyvant, finchè è nel gruppo di Ma Rainey, ma quando quest’ultima lo licenzia, le promesse svaniscono miseramente.

E si consuma il dramma che chiude il film e che andava forse gestito diversamente nella trasposizione cinematografica, perchè anche in questo caso si “sentono le quinte” e sembra d’assistere solo a teatro filmato.

Peccato perchè Chadwick Boseman è magnifico, ispiratissimo, strafottente, ironico, sensuale, commovente, tragico: per una volta alle prese con un personaggio complesso, generoso, ambizioso e non con il solito silenzioso eroe d’azione monoespressivo, l’attore, che ha combattuto negli ultimi quattro anni con un tumore, che ne ha spezzato la vita a soli 44 anni, mostra doti che non gli riconoscevamo.

La sua ultima interpretazione è certamente la sua più felice, che si vela di una inevitabile malinconia.

Altrettanto sontuosa Viola Davis, truccatissima, con il viso imperlato di sudore, dona alla sua Ma Rainey tutta la disillusione di cui è capace, la rabbia, la tensione emotiva di chi ha capito perfettamente di essere solo uno strumento in un gioco, che non controlla.

La band dei caratteristi è ricca di volti espressivi, che sono funzionali però quasi solo alla storia di Levee, mentre scompaiono quando appare Ma.

Peccato che il film sia davvero macchinoso e mostri le strutture narrative, in modo piuttosto enfatico. Manca poi qualsiasi riflessione culturale sulla musica di Ma e degli altri e in un film, in cui tutti i personaggi sono musicisti, è francamente curioso. Sarebbe stato necessario un lavoro più profondo e raffinato di adattamento, così com’era accaduto per Barriere, riscritto – senza crediti – da Tony Kushner.

Qui invece quello che rimane sono le performance dei suoi interpreti, pregevoli assoli su una melodia piuttosto risaputa.

 

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