On The Rocks

On The Rocks **1/2

‘E ricorda, non dare il tuo cuore a nessun ragazzo.
Tu sei mia. Finché non ti sposerai. Poi, sarai comunque mia’

Un padre e una figlia, New York City, un presunto tradimento, cocktail e caviale, una Giulietta spider rossa degli anni ’60, un weekend in Messico.

Sono questi gli elementi del nuovo film di Sofia Coppola, il settimo di una carriera, che ha da poco superato i vent’anni e che esce per la prima volta solo in streaming, su Apple Tv+.

Tuttavia se proprio dovessimo scegliere cosa salvare di questo squilibrato, zoppicante On The Rocks, sarebbe certamente il ritorno di Bill Murray, a distanza di diciassette anni da Lost in Translation: il tempo è passato e ha lasciato i suoi segni, ma l’attore – rivelato da Ghostbusters – rimane una delle poche epifanie emozionanti del cinema americano, ogni volta che appare sullo schermo, questo sembra illuminarsi di più.

Nonostante la Coppola gli abbia affidato un ruolo di ricco sciupafemmine, fedifrago, bugiardo, manipolatore e un po’ retrogrado, che farà salire la temperatura a tutte le erinni del movimento #metoo, Murray gli regala le sue fragilità, la sua ironia, la sua faccia da schiaffi, la sua profonda e imperfetta umanità.

E così anche se il suo è in fondo il ruolo del villain di questa storia, capace di instillare nella figlia il dubbio sulla fedeltà del marito, trascinandola in un’avventura, che li porterà sino in Messico, sulle tracce di un tradimento immaginario, On The Rocks si accende e si spegne con lui.

E non sono certo la scialbissima Rashida Jones, capace di una sola espressione estenuata per tutto il film o il modesto e marginale Marlon Wayans a dare un senso ad una storia fatta di niente, rassicurante nel modo più insignificante, un’ideuzza piccola piccola che senza la presenza ingombrante e trascinante di Murray si risolverebbe in una bolla di sapone, destinata a scoppiare prim’ancora dei titoli di coda.

Laura è una scrittrice di quasi quarant’anni, sposata con Dean, che lavora nel settore della comunicazione web e con due figlie ancora piccole.

I quattro vivono in un loft a Soho. Mentre il marito insegue il successo con il suo piccolo team, in gran parte femminile, lei accompagna le figlie a scuola o a lezione, cercando di trovare il tempo per scrivere il suo prossimo libro.

Una trousse da viaggio scoperta nella valigia di Dean e un regalo di compleanno non particolarmente indovinato, la insospettiscono. Saranno poi le amiche, la nonna e poi il padre Felix, gallerista bohemien, che viaggia in Mercedes con autista e che ha abbandonato la famiglia molti anni prima, a convincerla che Dean la stia tradendo, con una delle sue colleghe.

Felix ha risorse in ogni campo e fa controllare i conti e i movimenti di Dean, coinvolgendo la figlia in un’avventura fatta di pedinamenti, vecchi bar dove Bogart ha chiesto alla Bacall di sposarlo, spider d’annata, inseguimenti e un viaggio sulle spiagge messicane che si rivelerà decisivo.

Come spesso si dice, non è l’approdo, ma il percorso che conta: e qui la Coppola ci regala qualche gustoso momento, come detto, soprattutto per la grazia che assiste Bill Murray in ogni sua apparizione sulla scena.

Il suo Felix non è servito dalle battute giuste, la Coppola cerca di dipingerlo più sgradevole di quanto effettivamente non sia, vecchio dinosauro di una società patriarcale, che oggi è il bersaglio più in vista nel dibattito culturale americano.

Cosa ci vuole dire la Coppola? Che bisogna allontanarsi dall’ombra dei padri troppo ingombranti? Che l’eredità di questo anarchico viveur, raffinato e sessista è più tossica di quanto possiamo immaginare? Che bisogna ritrovare la propria voce, abbassando il coro confuso e impiccione di coloro che ci sono accanto?

Forse la Coppola avrebbe dovuto raccontare di più e meglio la solitudine di Felix, l’avanzare dell’età, la fine un po’ patetica di un Don Giovanni. Ma questo sarebbe stato un altro film, probabilmente più interessante di On The Rocks.

Perchè il suo Felix è comunque l’unico personaggio vivo, reale, complesso di un film che non trova mai il tono giusto, che strizza l’occhio alle commedie di Allen, ma non sembra mai davvero amare e comprendere i suoi personaggi, creando così una distanza, che si trasferisce allo spettatore.

Non basta la fotografia impeccabile e calda di Philippe Le Sourd (The Grandmaster, L’inganno), non bastano le musiche dei Phoenix e quelle del Great American Songbook, che Felix sembra conoscere alla perfezione, non bastano neppure i Cutty on the rocks e i Bombay Martini nei bar giusti.

Il film è farraginoso, il ritmo latita – quando invece in una commedia è tutto – le battute sono deboli, il canovaccio è puerile, i caratteristi spesso emarginati o sottoutilizzati.

Complessivamente On The Rocks sembra il frutto di un capriccio estemporaneo, un regolamento di conti tutto personale, che arriva allo spettatore, fino ad un certo punto.

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