Le Streghe

Le Streghe *1/2

Divertissement disturbante, adattamento modesto e remake inutile: Le Streghe di Robert Zemeckis è una stravaganza, pensata per la settimana di Halloween, che mostra la solita maestria del regista di Chi ha incastrato Roger Rabbit? con gli effetti speciali e l’interazione tra personaggi in carne ed ossa e animazioni computerizzate.

Tratto dal romanzo di Roald Dahl, già portato sullo schermo nel 1990 da Nicolas Roeg nel piccolo classico Chi ha paura delle streghe? con Angelica Huston e le creature realizzate da Jim Henson, il nuovo adattamento è firmato da Guillermo Del Toro e Kenya Barris assieme al regista: l’azione si sposta dall’Inghilterra degli anni ’80 al profondo Sud americano degli anni ’60, dove misteriosamente è sparita qualsiasi traccia di razzismo, nonostante il protagonista e sua nonna siano afroamericani.

Narrato da Chris Rock, nei panni adulti del piccolo protagonista, il film racconta l’esistenza di malefiche streghe, che vivono proprio attorno a noi, nelle nostre città, ben nascoste da modi gentili e da parrucche e guanti, che occultano le loro deformità.

Guidate dalla Grande Strega Suprema, il loro obiettivo è quello di annientare e trasformare in topi tutti gli odiosi bambini che incontrano.

Per farlo si danno appuntamento in un grand hotel in Alabama, ad una sorta di convention ammantata di nobili motivi, dietro cui si cela il turpe progetto di aprire in tutto il paese bellissimi negozi di caramelle avvelenate.

Il piccolo protagonista, assieme al suo criceto bianco e ad un altro bambino conosciuto in hotel, cercheranno di opporsi ai piani della Grande Strega Suprema, nonostante quest’ultima li abbia trasformati in topolini. Ad aiutarli la nonna del protagonista, che aveva conosciuto le malvagità delle streghe da bambina e aveva studiato i loro segreti per difendersi dalla minaccia.

Troppo disturbante e sgradevole per i bambini, infantile e fiacco per gli adulti, l’adattamento di Zemeckis è uno dei punti più bassi della carriera piuttosto ondivaga del regista di Forrest Gump, che ha spesso incontrato il grottesco e la favola sul suo percorso.

Tuttavia molto spesso, in quelle occasioni, è sembrato più interessato a promuovere le mirabolanti innovazioni tecnologiche introdotte dai suoi film, piuttosto che a raccontare per grandi e bambini.

Qui l’animazione dei tre topolini è impeccabile, la strega interpretata dalla Hathaway con coda, zampe, testa calva e crudele sorriso infinito, è repellente e spaventosa, ma il racconto, la fabula, è infinitamente noioso, pedante, letterale.

Senza mai una chiave interpretativa metaforica o anche solo ironica, il film arranca verso la fine e lo spostamento spazio-temporale lascia il tempo che trova, sembrando più una concessione al politicamente corretto e all’inclusività tanto auspicata sui set hollywoodiani, che una vera necessità narrativa.

I personaggi sono bidimensionali, non hanno passato e non hanno motivi: per questo il racconto resta estemporaneo e insignificante. Che cosa ci insegna questa favola? Forse a diffidare dalle signore bianche con uno strano accento?

Dal modesto Del Toro degli ultimi anni non ci aspettavamo niente di diverso dal solito zucchero sciroppo che avvolge appiccicoso un’infilata di stramberie innocue. Zemeckis si limita ad una messa in scena, che appare del tutto svogliata, di routine, se non nelle scene d’azione, dove il film sembra muoversi finalmente a pieni giri.

Ma è davvero ben poca cosa, per un film, che il destino ha voluto esiliato dalle sale al piccolo schermo di HBO Max almeno negli Stati Uniti e qui in Italia su un numero infinito di piattaforme, da Amazon a Sky, da Youtube a Chili e molte altre. Facile che finisca presto nel dimenticatoio dello streaming, vero cimitero di elefanti di prodotti senz’anima.

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