Ava

Ava *1/2

Ava Faulkner è un killer a contratto per un misterioso contractor privato da molti anni ormai.

Ha un passato torbido alle spalle, cominciato nell’esercito e fatto di dipendenze, tradimenti, abbandoni.

E’ originaria di Boston dove vivono ancora la sorella, che ora sta con il suo ex-fidanzato e la madre, che entra ed esce dall’ospedale.

Dopo un curriculum di omicidi impeccabili, Ava comincia a chiedersi sempre più spesso il motivo di queste esecuzioni, suscitando il risentimento di Duke, il suo capo e di Simon, che sta ancora più in alto nella gerarchia dell’organizzazione.

Nonostante la protezione e la stima di cui gode, per l’impeccabile stato di servizio, se possiamo dire così, Simon decide di incastrarla. Le fornisce informazioni sbagliate, nel suo nuovo incarico che prevede l’omicidio di un generale a Riyadh e così viene scoperta.

Riesce a scampare alla rappresaglia e si rifugia a Boston, non prima di aver fatto visita a Duke, che sverna al sole pallido della Normandia.

Il passato continua a tormentarla nei suoi rapporti sentimentali e familiari, mentre il suo ruolo di killer a contratto la espone al pericolo, come mai prima.

Il film di Tate Taylor ha avuto una gestazione molto complicata, quando si è scoperto che il suo autore Matthew Newton, un giovane sceneggiatore e regista australiano, affetto da disturbo bipolare, si era macchiato di atti di violenza domestica un decennio prima.

La paladina del #metoo Jessica Chastain che l’aveva scelto e aveva deciso di produrre ed interpretare il suo copione, affidando a Newton anche la regia di quello che originariamente avrebbe dovuto intitolarsi Eve, ha dovuto fare un passo indietro.

Il copione è rimasto e il progetto pure, ma Newton ha lasciato la regia a Taylor, che aveva diretto la Chastain in The Help.

Due anni dopo le riprese il film è arrivato direttamente in VOD, con un certo successo sulle piattaforme americane e anglosassoni, nonostante si tratti di un action modestissimo girato con mano routinaria da Taylor e anonimo oltremisura.

L’unico vero motivo di interesse è forse nel constatare l’ennesimo tentativo della Chastain, che aveva debuttato come il volto della donna angelicata, l’immagine della Natura nel capolavoro di Malick The Tree of Life, di accreditarsi invece come star d’azione, nonostante il fisico minuto e lo spessore interpretativo che di solito associamo all’attrice di Molly’s Game.

Sin da Zero Dark Thirty, la Chastain ha cercato spesso di affiancare alle sue scelte autoriali, ruoli di donne forti, indipendenti, emancipate, persino violente, replicando tuttavia spesso i peggiori stereotipi associati agli action hero maschili.

E’ curioso come la militanza femminista della Chastain e le sue battaglie per la parità di opportunità e trattamento sui set hollywoodiani, si combatta negli ultimi anni, soprattutto a colpi di brutti film e di personaggi che scimmiottano clichè maschili piuttosto obsoleti.

La Chastain poi lo ha fatto in piena consapevolezza, decidendo di produrre in prima persona questi film, costruendo su di sè un personaggio, che continua a stridere con il suo talento.

Il prossimo 355 promette le stesse vibrazioni di questo Ava, che ha aspirazioni di creare un personaggio in grado di ritornare in molti episodi, anche grazie ad un finale aperto, che lascia intuire l’obiettivo di un sequel.

Tutto sommato l’unica cosa che si salva di Ava è proprio la Chastain, che si adatta ad una sceneggiatura puerile e regala un po’ di credibilità e convinzione al suo personaggio, mentre Malkovich e Farrell si limitano ad attraversare il film con puro mestiere.

In questo tempo di cinema rinviato e degradato, anche un lavoro inutile come Ava conquista uno spazio che non avrebbe meritato.

Il risultato più evidente della pandemia sul cinema hollywoodiano è l’aver inondato le poche sale aperte e le piattaforme di streaming, con fondi di magazzino imbarazzanti, deprimendo ancora di più una domanda già incerta e fragile.

Non ce lo meritiamo.

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