Molly’s Game. Recensione in anteprima!

Molly’s Game **

Aaron Sorkin, ebreo newyorkese di Manhattan, attore senza fortuna e poi commediografo e scrittore tra i più celebri di Hollywood, debutta alla regia, con l’adattamento del memoir di Molly Bloom, organizzatrice di un tavolo clandestino di poker, frequentato dai ricchi e famosi d’America.

Sorkin ha esplorato, nel corso della sua lunga carriera, molte istituzioni del potere americano, dalla Casa Bianca, alle gerarchie militari, dal capitalismo della Silicon Valley, alle redazioni all-news, fino alle società sportive ed ai programmi televisivi.

Il suo lavoro al cinema ed in televisione lo ha reso uno degli script doctors più noti: la sua mano invisibile pare si sia esercitata anche su Schindler’s List come su Bulworth di Beatty e su Nemico Pubblico di Scott.

Il suo sguardo è sempre singolare. Al centro del suo lavoro c’è spesso un unico vero protagonista attorno a cui tutto finisce per ruotare. Eppure la sua cifra stilistica d’elezione sono sempre stati i duelli verbali, così come le sovrapposizioni di dialogo, inevitabili nei suoi copioni da recitare alla stessa velocità folle, con cui i suoi protagonisti vivono la loro vita.

Dopo Codice d’onore il suo nome finisce sulla bocca di tutti, con West Wing crea una delle serie culto della tv degli anni novanta. Ma è nell’ultimo decennio che il suo lavoro diventa imprescindibile barometro della società americana.

The Social Network e Steve Jobs raccontano le due figure chiave del capitalismo digitale, attraverso una scomposizione drammatica, che cerca di isolarne il percorso identitario, psicologico, intimo.

L’ossessione di vincere, di farcela, di imporsi è un fatto culturale e una rivalsa personale allo stesso tempo. Il suo viaggio nel mondo del baseball e delle statistiche applicate allo sport, con Moneyball, è ancora il racconto di un paese terrorizzato dall’idea della sconfitta, in cui tutto è misurabile in termini di performance.

Il quarto capitolo di questo lungo racconto nella psicologia e nei sogni del paese Sorkin ha deciso di dirigerlo in prima persona.

Molly Bloom era una giovane campionessa di sci, nata in Colorado, prima che un incidente sulle piste poco prima delle olimpiadi, mettesse fine ai suoi sogni. Abituata dal padre a competere per vincere, in ogni campo, Molly si ritrova improvvisamente a fare i conti con il fallimento della sua carriera sportiva.

Il caso la porta a Los Angeles, cameriera in un locale pieno di vip e poi impiegata di un investitore, cliente abituale del club, che organizza partite di poker clandestine, con il bel mondo di Hollywood, della Silicon Valley e della finanza.

Siamo nei primi anni del nuovo secolo e la secchiona Molly capisce subito che il suo lavoro di segretaria sarà oscurato dalle laute mance di quelle infinite notti di poker.

Solo che il suo capo è un buono a nulla e quando minaccia di licenziarla – facendole perdere le entrate extra del gioco – Molly decide di organizzare un tavolo tutto suo, nella suite di un albergo di lusso, dove coccolare i suoi giocatori e trasformare la sua carriera in quella di un’imprenditrice dell’intrattenimento e del gioco.

Solo che i soldi in ballo sono troppi, i giocatori pericolosi e il tavolo comincia ad attirare ricchezze poco trasparenti.

Il film viaggia su due piani temporali diversi: Molly, arrestata a New York, in un’indagine che coinvolge la mafia russa è costretta a difendersi dalle accuse, senza tradire la fiducia di coloro che le hanno affidato i loro segreti più intimi. Contemporaneamente, ricostruendo i fatti con il suo avvocato, il film ci racconta come è partita dalle piste di sci, per arrivare a gestire il più ricco tavolo di poker clandestino d’America.

Anche Molly, come altri dei personaggi di Sorkin, ha dovuto affrontare una sconfitta decisiva, prima di rinascere, come una fenice, dalle proprie ceneri. Anche lei ha trovato nel conflitto familiare e nell’insoddisfazione personale la molla per ridisegnare se stessa. E’ forse questo quello che interessava il regista nella storia della Bloom.

Eppure il suo film è, questa volta, molto più tradizionale, non solo nella messa in scena, ma anche nella scrittura drammatica.

Se il processo identificativo è sempre complesso, con i personaggi disegnati da Sorkin, questa volta si vorrebbe anche partecipare al destino di Molly – prima ragazzina vessata dal padre e dalla sfortuna, poi cameriera e impiegata modesta, che trova una scorciatoia verso il successo – solo che il personaggio, interpretato dalla Chastain è di una freddezza tale, da imporre sempre una certa distanza. Non solo, ma le sue motivazioni, piuttosto discutibili, rimangono sempre in secondo piano: a nulla servono le scene col padre in prefinale, se non a pasticciare, con rovelli psicanalitici da quattro soldi. Molly in realtà sembra sempre seguire un destino già segnato, piuttosto che piegarlo alla sua volontà.

Persino la sua morale rigida e asessuata – niente contatti con i giocatori, nessun vero coinvolgimento, niente patteggiamenti con la procura, nessun nome dei suoi facoltosi clienti, nemmeno i criminali – lascia il tempo che trova. Non c’è nulla di veramente meritevole nel suo tentativo di salvarsi dalle maglie della giustizia, senza assumersi alcuna responsabilità.

Persino il suo rapporto con l’avvocato Jaffey, in fondo, è segnato dalla diffidenza e dalla scarsa fiducia.

Sorkin cerca di costruire un arco emotivo credibile, per il suo personaggio, ma anche la spirale di droga e medicine in cui Molly finisce per rifugiarsi, per mantenere il ritmo delle sue notte di poker, è più raccontato, che mostrato.  E a parte organizzare la sua bisca e raccogliere laute mance e commissioni, non sembra che Molly facesse nient’altro di particolarmente stressante nella sua vita di ricchissima trentenne, tale da giustificare le sue dipendenze.

Difficile empatizzare con lei, anche perchè il film è banalmente apologetico e senza sfumature. Contrariamente a quanto avviene nei film scritti da Sorkin, qui si sentono tutti gli ingranaggi al lavoro, si sentono le forzature, gli scricchiolii di una sceneggiatura imperfetta.

Il film rimane così un esercizio un po’ fine a se stesso: Sorkin-sceneggiatore ha scritto uno dei copioni più fragili e insapore della sua brillante carriera e Sorkin-regista si limita ad impaginarlo senza mai un’idea originale, facendoci riconsiderare alcune opinioni un po’ frettolose, sulla messa in scena dei suoi script, che avevamo espresso a proposito di Steve Jobs.

In Italia arriverà solo il 12 aprile per 01 distribuzione.

 

 

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