Succession: miliardari in guerra!

Succession **1/2

Il grande magnate dei media Rupert Murdoch Logan Roy è alla vigilia del suo ottantesimo compleanno.

Di origini scozzesi, burbero conservatore, Logan gestisce l’enorme conglomerato della Waystar Royco, che comprende tv, network, parchi a tema, produzioni cinematografiche, come un dittatore bizzoso e vendicativo.

Ha quattro figli e una nuova moglie, la francese di origini mediorientali Marcia, che l’aiuta a tenere sotto controllo una famiglia troppo grande e insoddisfatta.

Il figlio maggiore Connor vive nel deserto, isolato dal mondo, si ispira a Thoreau e si accompagna ad una squillo, che ha meno della metà dei suoi anni.

Il secondo, Kendall, lavora nella società di famiglia ed è pronto a succedere al padre come CEO, ma è un debole, con problemi di droga, intimorito dall’ingombrante figura paterna e separatosi dalla moglie, che ancora ama.

La terza figlia, la rossa Shiv, fa la consulente politica, per una senatrice nera e democratica di New York. Sta per sposare il sociopatico Tom, che lavora nella divisione parchi della Waystar Royco, ma ha ancora una relazione con il collega Nate, che lavora con Bernie Sanders Gil Evans, un politico che odia, ricambiato, la famiglia Roy e la Atn, la tv all news della Waystar Royco.

L’ultimo figlio è l’idiota Roman, sessuomane, probabilmente impotente, totalmente privo qualità, vanesio e voltagabbana.

Quando Logan decide di rimandare l’avvicendamento con Kendall alla guida della società di famiglia, le incomprensioni e le tensioni familiari esplodono fragorosamente.

Un ictus provvidenziale finirà per placarle momentaneamente, contribuendo tuttavia ad aumentare, alla lunga, la conflittualità e la brama di potere dei figli e della moglie, nonchè del nipote Greg Hirsch, un utile capro espiatorio, che tutti sembrano voler sfruttare, ma che sa giocare le sue carte, con la scaltrezza di chi ha ben compreso di nuotare in una vasca di piranha.

Durante la prima stagione, assistiamo al tentativo di Kendall di conquistare, con le buone o in modo ostile, la guida della società, trasportandola verso le sfide rinnovate della comunicazione globale, ai tempi dei social.

Ma il vecchio leone Logan Roy resisterà fino all’ultimo, aggrappato ad un potere che è una cosa sola con la sua stessa esistenza.

La sfiducia che prova nei confronti dei figli non è tuttavia immotivata.

La serie, ideata dall’inglese Jesse Armstrong, collaboratore di Armando Iannucci, e prodotta dalla coppia Will Ferrell e Adam McKay per la HBO, si muove tra realtà e finzione, tra commedia e dramma, con uno stile molto televisivo, pieno di zoom, panoramiche a schiaffo, montaggio nervoso e una narrazione che muove pochissimo la storia, ruotando soprattutto attorno alle paure e ai desideri dei suoi tantissimi personaggi.

Il successo della serie, rinnovata per una seconda e poi una terza stagione, due volte candidata agli Emmy e vincitrice del Golden Globes per il miglior drama dell’anno è piuttosto sintomatico della temperie politico-culturale in cui si inserisce.

I suoi protagonisti sono personaggi francamente insopportabili: senza dignità nè valori, capaci di cambiare idea al primo stormir di fronde, attaccati prim’ancora che al denaro, che non gli è mai mancato, al potere, che lo ha sempre accompagnato.

Una delle accuse che i figli, ad un certo punto, rivolgono al padre è di aver costruito il suo impero corteggiando, come una prostituta, politici e presidenti, capaci di spianargli la strada, al di là della sua sagacia imprenditoriale.

Ma i figli non sono meno terribili del padre, eredi probabilmente incapaci, succubi, privi di talento e volontà. L’unica a salvarsi è forse Shiv, che tuttavia ha scelto di fare altro e di non occuparsi della società, irresistibilmente attratta proprio dai peggiori avversari di suo padre.

I rapporti edipici irrisolti, pesano come un macigno, sulle ambizioni smisurate di tutti, che non trovano mai davvero uno spazio per realizzarsi.

In una sorta di stallo, che blocca ogni possibilità e ogni sviluppo condiviso, finiscono per insinuarsi altri soggetti esterni, meno vincolati dai rapporti familiari, ma capaci della stessa rapacità, che Logan ha sempre dimostrato nella costruzione del suo impero.

Nessuno sembra essere immune dal virus dell’interesse personale, dell’ambizione a prendere ogni briciola lasciata cadere dal patriarca. In questo grande affresco, che avrebbe fatto invidia ai volti deformati di Bacon, neppure il vecchio Logan sembra avere qualità da condividere con il pubblico.

Neppure gli attori aiutano, ridotti spesso a caricature insopportabili: se Brian Cox fa il suo, più con l’esperienza che con il fascino del male, Jeremy Strong è troppo fragile nel ruolo dell’eterno regicida, Kieran Culkin, Matthew Macfadyen e Nicholas Braun, rispettivamente Roman, Tom e Greg, verrebbe sempre voglia di prenderli a schiaffi per quanto sono fastidiosi, mentre Alan Ruck è un tontolone coi soldi e senza qualità.

L’unica ad emergere è la rossa Sarah Snook, che ha almeno un personaggio con un suo arco trasformativo interessante su cui poter lavorare e spazi autonomi nella storia della prima stagione, che si chiude con il suo matrimonio.

Pertanto si guarda Succession con la stesso misto di curiosità morbosa e repulsione di un entomologo, di fronte ad una lotta tra insetti.

Non ci si affeziona a nessuno, neppure all’ultimo dei caratteristi, non si parteggia per questo e quel personaggio. Si osserva da un punto di vista esterno, con la giusta distanza, mentre il disgusto continua a salire.

La serie racconta le difficoltà spesso insormontabili del passaggio generazionale, che ha stroncato, al di là e al di qua dell’oceano, molte grandi imprese che hanno fatto la storia del Novecento.

Come spesso accade la finzione insegue la realtà, la amplifica, la distorce, la interpreta: per questo si rimane in qualche modo affascinati, dalla mediocrità dei personaggi raccontati in Succession. Proprio perchè se ne intuisce l’adesione a modelli reali che tutti quanti abbiamo visto raccontati dalla cronaca economica, spesso da quella rosa, talvolta da quella nera.

Siamo lontani dai personaggi larger than life , dai duelli e dalla sofisticata costruzione narrativa di Billions, altra serie che racconta la finanza e i conflitti personali e familiari, in modo raffinato al confronto con Succession, persino a scapito del realismo.

Armstrong e i suoi sceneggiatori hanno preferito invece costruire una prima stagione tutta sopra le righe, mantenendo lo spirito caustico e i ritmi da commedia del cinema politico di Adam McKay: in Succession il capitalismo familiare crea e distrugge ricchezza e patrimoni, spinto da pulsioni e motivi lontanissimi da quella razionalità economica, che dovrebbe guidarli.

Alla fine sarà un’incidente imprevisto – com’è accaduto molte volte, nelle storie di queste famiglie – a diventare il vero deus ex machina capace di sciogliere i conflitti e risolvere la piccola guerra familiare, che tuttavia sembra solo rimandata a una nuova stagione con gli stessi protagonisti.

…to be continued…

Titolo originale: Succession
Durata media episodio: 55 minuti
Numero degli episodi: 10
Distribuzione originale: HBO
Distribuzione italiana: Sky Atlantic
Genere: Dramedy

Consigliato: agli appassionati di intrighi familiari e a coloro che idolatrano Gordon Gekko.

Sconsigliato: a quanti in una serie cercano personaggi con cui identificarsi.

Visioni parallele:

Il padrino parte I e II: nessuno ha saputo raccontare le dinamiche familiari meglio di Puzo e Coppola, intrecciandole con la stessa idea di capitalismo e con il mito fondativo americano.

Una battuta: “Here’s the thing about being rich. It’s f**king great. It’s like being a superhero, only better. You get to do what you want. The authorities can’t really touch you. You get to wear a costume, but it’s designed by Armani and it doesn’t make you look like a prick”. 

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