Das Boot 2: una seconda stagione poco convincente

Das Boot 2 **

La prima stagione di Das Boot era stata un viaggio immersivo nella seconda guerra mondiale raccontata da diverse prospettive: il punto di vista dei cittadini francesi e della loro resistenza all’occupazione, i soldati tedeschi di stanza in Francia e i marinai degli U-Boot, i letali sottomarini orgoglio della marina del Reich. Un mix ben dosato ed efficace di atmosfere soffocanti, azione adrenalinica e di dramma corale che si concludeva con il Capitano di U-Boot Klaus Hoffmann abbandonato dal suo equipaggio su di un gommone alla deriva nell’Atlantico.

La seconda stagione riparte da dove si era interrotta la prima: siamo nel 1942 ed il Capitano Hoffmann (Rick Okon), miracolosamente scampato all’oceano, è arrivato negli Stati Uniti. Qui ha iniziato ad aiutare Samuel Greenwood (Vincent Kartheiser), il figlio di un industriale americano che proprio Hoffmann aveva consegnato all’esercito statunitense nonostante le resistenze del suo equipaggio che poi, anche per questo, si era ammutinato sotto la guida del Capitano Wrangler (Stefan Konarske). Il più grande desiderio di Hoffmann è adesso tornare in patria ed è per questo che chiede ed ottiene dall’amico Sam un contatto in grado di aiutarlo: l’avvocato Anwalt Berger (Thomas Kretschmann), un ambiguo faccendiere collegato ai nazisti americani.

Intanto nei jazz club di Harlem Hoffmann e Sam si invaghiscono della stessa donna, la cantante di colore Cassandra (Rochelle Neil): per lei tra i due scoppia una rivalità che incrina il rapporto d’amicizia. In Francia, a La Rochelle, Simone Strasser (Vicky Krieps), attivista della Resistenza ed impiegata come segretaria del Maggiore delle SS Forster (Tom Wlaschiha), cade in una trappola e, anche se riesce a salvare una famiglia di ebrei, finisce colpita a morte dai soldati tedeschi. L’infermiera Margot (Fleur Geffrier) non solo si occupa della sepoltura dell’amica, ma raccoglie anche la sua eredità e con la complicità del Commissario della polizia locale, Pierre Duval (Thierry Frémont), cerca di garantire alla famiglia ebrea una via di fuga.

I tedeschi sono impegnati nel disperato tentativo di cambiare il corso di una guerra che sembra ormai segnata: l’U-Boot 822 guidato dal Capitano Von Reinhartz (Clemens Schick) ha il compito di portare negli Stati Uniti alcuni agenti delle SS in incognito, ma il piano del Comandante, stanco e disilluso, è quello di consegnare il sottomarino agli americani. Quando il suo tentativo di diserzione è scoperto sulle tracce dell’U-822 viene mandata la squadra del Capitano Wrangler che ha così l’occasione per insabbiare quanto avvenuto con Hoffmann.

La scelta di ripartire dagli stessi luoghi e con gli stessi personaggi è l’elemento che penalizza maggiormente questa seconda stagione di Das Boot. E’ paradossale perché l’universo narrativo creato nella prima stagione era sotto molti aspetti di una straordinaria completezza, ma al contempo aveva espresso tutto quanto poteva. La scelta di rimettere Simone Strasser al proprio posto dopo la drammatica colluttazione con il Maggiore Forster è improbabile e rende quindi necessario l’escamotage della trappola per eliminare una situazione narrativamente insostenibile. Così come il ritorno dopo una lunga assenza dell’infermiera Margot è difficilmente giustificabile solo con la copertura di Duval, per non parlare della famiglia di ebrei miracolosamente nascosta in uno scantinato e di cui nessuno si era mai accorto.

Insomma ci sono troppe scelte che feriscono la credibilità dell’universo narrativo e le cui conseguenze influenzeranno il prosieguo della vicenda: il pilastro drammatico che aveva sorretto la prima stagione si è sgretolato. Certamente non hanno aiutato l’interpretazione sottotono di Rick Okon (Hoffmann) e quelle stereotipate di Paul Bartel (Desjesquier) e Stefan Konarske (Wrangler) che hanno limitato lo spettro emotivo dei rispettivi personaggi. In generale lo stile di recitazione mina quella sobrietà e quella medietas che invece ci era parsa un’ottima scelta nella precedente stagione. All’interno di questa esasperata caratterizzazione la storia d’amore tra Hoffmann e Cassandra finisce con l’apparire priva di intensità, fredda e persa in sguardi senza consistenza così come del resto è anche il rapporto tra la donna e Sam, quasi adolescenziale nella sua aleatorietà.

Se lo stile è contenuto, questa recitazione, emotivamente troppo accentuata, esprime caratteri che hanno perso il proprio equilibrio. Un disequilibrio che non favorisce l’omeostasi, ma anzi, nella maggior parte dei casi sembra esprimere una vocazione all’autodistruzione. Abbandonando le scale di grigio per definire personaggi polarizzati agli estremi, la scrittura vuole portare lo spettatore a prendere una posizione, ma finisce spesso con l’allontanarlo dall’immedesimazione e quindi dalla negoziazione con la storia narrata. Fa eccezione il personaggio del Maggiore Forster che vive una stagione contrastata, indurito dal rifiuto e dal tradimento di Simone Strasser per cui provava attrazione e con cui immaginava di convivere, magari proprio in Francia, al termine della guerra.

Disilluso sul fronte sentimentale, Forster viene lusingato da un superiore con l’idea di una promozione e non esita per gran parte dell’arco narrativo stagionale ad applicare rigidamente le linee politiche del regime, negando una via di fuga ai bambini ebrei ed accettando l’idea di deportazioni di massa. Tuttavia alcuni eventi lo portano e prendere le distanze da quello che lo circonda: sparare sui bambini solo per non disturbare una fotografia ufficiale, sputare sul cadavere di due donne della resistenza francese o indulgere in sevizie su di un condannato a morte prima della fucilazione sono azioni che lo turbano. Fino a che punto lo vedremo nella prossima stagione, per adesso non abbiamo idea dell’evoluzione di questo turbamento, ma lo percepiamo e lo condividiamo. Un altro personaggio interessante è Padre Etienne, il sacerdote della piccola comunità in cui si rifugiano Margot e la famiglia ebrea, a tal punto preoccupato dell’incolumità dei propri parrocchiani da non esitare a sacrificare gli ebrei pur di non esporre la comunità a possibili rappresaglie. Fino a che punto un pastore può e deve spingersi per difendere il proprio gregge? Certo non fino al punto di scarificare la vita di altri innocenti.

Alcuni temi come la segregazione razziale, il movimento nazista americano, il rapporto opaco tra la politica, l’opinione pubblica e l’industria americana potrebbero ampliare il ventaglio delle emozioni e dare nuova linfa alla storia, ma finiscono per ridursi a semplici lampi nella notte. Manca una profondità narrativa che sappia sfruttare al meglio la location americana per dare alla vicenda un terzo teatro, oltre a La Rochelle ed al mare. L’America sembra solo uno sfondo senza una propria specificità narrativa: si presenta come spazio riflesso e prolungamento degli altri due. Dei tre campi d’azione è sempre quello marino il più convincente: l’inseguimento tra i sottomarini risulta emozionante e la vita dei militari all’interno degli U-Boot è coinvolgente e trasmette in modo magistrale il senso claustrofobico di una comunità chiusa e adattativa. L’ottima fotografia vira gli interni del battello sui colori delle luci, per lo più sulle tonalità del rosso e del verde, mentre gli spazi esterni sono resi con toni freddi: è come se anche la natura fosse stata in qualche modo privata della propria carica vitale.

Dopo la visione allo spettatore restano diversi interrogativi ed il dubbio che la serie abbia perso la sua qualità principale, cioè un linguaggio fatto di verosimiglianza, toni forti alternati a parole sussurrate e azione convulsa alternata a sfumature affettive descritte con umanità. Di tutto questo abbiamo visto poco.

Al momento la terza stagione non è ancora stata confermata. Se Das Boot manterrà salda la dimensione d’azione, esplorando con la parte drammatica nuove strade, allora riuscirà a superare questa condizione di stallo e confermerà il plauso che la prima stagione aveva raccolto nel pubblico e nella critica.

Titolo originale: Das Boot
Durata media episodio: 57 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Sky Atlantic
Genere: Drama, Action, War

Consigliato: a quanti amano la suspence claustrofobica ed i drammi bellici.

Sconsigliato: a quanti cercano una storia originale e con una parte drammatica attenta ai dettagli.

Visioni parallele:

The Good Shepherd, Newton Compton, 2020. Ottimo autore di romanzi bellici, Cecil Scott Forester realizza con questo libro un’opera particolarmente riuscita per tensione e precisione nella ricostruzione storica della battaglia dell’Atlantico. Di recente Apple TV+ ha rilasciato Greyhound: il nemico invisibile tratto dal romanzo.

Un’immagine: il dialogo tra padre e figlio che avviene in modo virtuale e solo nella mente di Hoffmann, seduto, in preda alla febbre, al tavolo di un diner. Qui l’ex Capitano di U-Boot tedesco viene a patti con il proprio passato e con un padre eroe di guerra ingombrante e difficile da emulare. Una soluzione unilaterale, ma che può bastare per superare lo stallo esistenziale in cui Hoffmann (figlio) era caduto.

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