Monos – Un gioco da ragazzi

Monos – Un gioco da ragazzi ***

I Monos sono otto soldati-bambini, guerriglieri di una fantomatica Organizzazione paramilitare, che ha il volto di un inflessibile Messaggero. Nascondono un’ostaggio americano, la Dottoressa, in un rifugio sotterraneo del Chingaza National Park, a poche ore di viaggio da Bogotà.

Il Messaggero registra dei video da inviare alle autorità, per confermare che la vittima del rapimento è ancora viva, e addestra la squadra dei ragazzini alla rigidità della vita militare, acconsentendo ai rapporti sentimentali tra di loro.

Il capo dei Monos si fa chiamare Lupo: a lui il Messaggero affida Sharika, una mucca da latte, avuta in prestito dalla popolazione locale.

La festa per il ‘matrimonio’ di Lupo con Lady degenera in un baccanale: all’alba Cane spara dei colpi di fucile in aria e involontariamente abbatte Shakira.

Cane viene così rinchiuso in una fossa, ma questo non basta a Lupo che sente su di sè il peso insopportabile del fallimento…

Monos è il terzo film del regista nato in Brasile, ma di origini colombiane ed equadoregne, Alejandro Landes: dopo gli studi di economia alla Brown University e una carriera di giornalista al Miami Herald, debutta al cinema con Cocalero, dedicato a Evo Morales, il presidente boliviano, eletto nel 2006.

Anche il secondo film, Porfirio, nasce da una storia reale ed è interpretato dal vero Porfirio Ramirez, paraplegico dopo essere stato colpito da un poliziotto corrotto.

Monos invece è un racconto dal forte sapore letterario, che fonde le suggestioni de Il signore delle mosche e di  Cuore di tenebra, in una storia volutamente senza tempo e dai confini sfumati.

La Colombia ha vissuto in tutta la seconda metà del Novecento, una guerra civile perpetua tra i governi liberali, le milizie paramilitari sostenute dai trafficanti di droga e i guerriglieri di stampo marxista, le FARC e l’Esercito di Liberazione Nazionale.

Solo nel 2016 i negoziati di pace hanno messo fine ad un conflitto strisciante e clandestino, che ha insanguinato la politica e la società colombiana, per oltre mezzo secolo.

Il tentativo di Monos è quello di raccontare la confusione dei suoi protagonisti, il loro viaggio identitario, i conflitti che produce tra di loro, le scelte che ciascuno è chiamato a prendere, per sè e per gli altri.

La tensione della convivenza forzata, le responsabilità individuali e collettive, finiscono per far esplodere le contraddizioni tra gli otto protagonisti.

All’interno del gruppo nascono leadership diverse, i meccanismi di gestione del potere finiscono per corrompere l’armonia iniziale, gli imprevisti, le fughe, le decisioni da prendere influiscono in modo esplicito, su quello che finisce per diventare un regime concentrazionario, non solo per la Dottoressa ostaggio, ma tutti i Monos.

Landes ha dichiarato di aver voluto raccontare attraverso la storia di questi soldati-bambini, quella del suo paese, una nazione giovane, in cerca di identità, nel quale il sogno di pace è ancora fragile e provvisorio e in cui ciascuno gioca un ruolo decisivo.

Monos vuole rappresentare l’angoscia e il conflitto interiore dei suoi protagonisti, indecisi tra l’obbligo morale di restare assieme e i desideri di ciascuno, che finiscono per contrapporsi alle necessità comuni.

Il film ci riesce perfettamente, grazie ad uno sguardo partecipe e interrogativo sui suoi personaggi, ma anche grazie ad una forza narrativa non comune, che sfrutta la maestosità del paesaggio, prima meravigliosamente montuoso, essenziale e aperto, quindi via via più confuso e opprimente, quando i Monos si trasferiscono in una foresta, in cui si perde il senso dell’orizzonte e dell’orientamento.

Landes usa con grande sapienza non solo le suggestioni letterarie, ma anche quelle naturalistiche, per raccontare l’orrore e la confusione morale, che si fa strada nel cuore dei suoi personaggi, fino a chiudersi su due primissimi piani lontani nello spazi, accomunati in un impossibile unico campo e controcampo, nel quale la ricerca della propria identità si risolve in un sentimento di fragilissima incertezza e sospensione.

Il Messaggero è interpretato da Wilson Salazar, che dall’età di 11 anni è stato un soldato nelle FARC. Straordinaria la fotografia materica e poetica di Jasper Wolf, coadiuvato da Peter Zuccarini per riprese subaquee, un piccolo capolavoro all’interno del film.

Altrettanto sensazionale la colonna sonora di Mica Levi, già autrice delle musiche di Under the Skin e Jackie, qui capace di un commento sonoro minimalista e decisivo al contempo, fatto di rumori ricorrenti, timpani, fischi, rumori di vetri: appena 22 minuti, ma essenziali.

Premiato al Sundance 2019, scelto dalla Colombia per rappresentarla agli Oscar, esce in Italia il 26 marzo per I Wonder pictures.

Da non perdere.

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