Cattive acque

Cattive acque ***

Nel 1998 Robert Bilott era un avvocato della Taft Law, un prestigioso studio di Cincinnati, Ohio, specializzato nella difesa degli interessi delle aziende chimiche.

Da poco diventato partner, Rob una mattina si ritrova in studio Wilbur Tennant, un allevatore di Parkesburg, un cittadina del West Virginia. Le sue mucche stanno morendo ad una ad una, malate di tumore, impazzite, con i denti marci.

La Dupont, uno dei grandi colossi della chimica americana, possiede un grande stabilimento, proprio vicino ai suoi campi a Washington Works: secondo Wilbur sta avvelenando l’acqua dove si abbevera il suo bestiame.

Rob non gli crede, cerca di spiegargli che lavora proprio per le grandi industrie chimiche, anche se non per la DuPont, e che non può fare molto per aiutarlo.

Ma una visita a Parksburg, dove vive tra l’altro la nonna Alma, farà ricredere l’avvocato Bilott: il cimitero a cielo aperto in cui sono stati sepolti i 190 animali di Tennant non si può più ignorare, così come i video che ha fatto e i resti aberranti delle carcasse, che ha conservato.

L’agenzia per la protezione dell’ambiente, l’EPA, ha fatto un’indagine, ma i risultati sembrano contraddire ogni evidenza logica. D’altronde a nessuno in paese interessa mettere i bastoni tra le ruote alla DuPont che ha portato lavoro e ricchezza.

Tuttavia Rob ottiene da uno dei senior partner dello studio il via libera a proseguire le sue indagini, in vista di un’azione legale ‘chirurgica’, che ottenga il massimo risultato per lo studio, senza comprometterne la reputazione.

Ma quando Phil Donnelly di DuPont fa recapitare a Robert Bilott decine e decine di scatoloni contenenti tutti i documenti relativi allo stabilimento di Washington Works, la battaglia legale è solo all’inizio.

Per Rob scoprire cosa si nasconde dietro le sigle PFOA e C-8 diventa la missione di una vita, che mette a repentaglio la sua carriera, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua salute.

Come nella più classica tradizione americana è l’individuo a fare la differenza. Non è il mercato, non è il governo, non è la scienza, non è neppure l’autorità, ma è il singolo a doversi fare carico di combattere contro le grandi corporation, i colossi dell’industria, il vero potere che influenza e dirige le scelte di Washington.

E’ Robert Bilot che riuscirà a scoprire il filo rosso che collega il progetto Manhattan al teflon delle nostre padelle antiaderenti, un business da un miliardo di dollari l’anno per De Pont, che ha i suoi effetti collaterali, ma che non si può fermare, semplicemente occultandone gli effetti dannosi e riversando sulla comunità le esternalità negative dei tumori, dell’inquinamento, delle malattie, delle malformazioni, della sterilità.

Il film di Todd Haynes racconta una storia americana lunga vent’anni, che ci riguarda tutti e che ha un valore universale, perchè ogni Paese ha avuto la sua Parksburg, la sua Taranto, la sua Seveso.

Haynes non è così manicheo da non mostrare come gli effetti delle azioni legali influiscano sulla comunità, ostile ad ogni intervento contro DuPont, fino a che la malattia non diventa una questione personale e familiare.

Negli anni in cui Bilot cominciava la sua battaglia, nelle sale cinematografiche The Insider, uno dei capolavori di Michael Mann, raccontava la testimonianza di Jeffrey Wigand, contro l’industria del tabacco, diventando uno dei film più discussi e premiati della stagione.

Oggi invece Cattive acque esce negli Stati Uniti nel weekend del Ringraziamento e non lascia quasi traccia di sè, nonostante la sua struttura classica, la regia solida di Todd Haynes, l’interpretazione sofferta e minimalista di un fuoriclasse come Mark Ruffalo, qui imbolsito e ingrassato rispetto agli anni della Marvel.

Forse lo spazio per il cinema adulto, capace di raccontare una storia vera, senza forzare lacrime compassionevoli, non è più la sala cinematografica? Eppure anche scegliendo la strada opposta, com’è accaduto a The Report – che Amazon ha deciso di mandare quasi solo in streaming, dopo averlo acquistato al Sundance – il risultato è stato simile: completa indifferenza.

Forse senza un grande divo a battere la grancassa, anche il cinema civile, che cerca di “dire la verità al Potere” (e sul Potere) non funziona più, neppure tutti gli uomini del presidente potrebbero molto oggi: o si riesce a creare un evento mediatico, per lo spazio dell’uscita in sala, oppure tutto finisce fagocitato nell’indistinto rumore di fondo, che parifica ogni cosa, fake news e scomode verità, senza alcuna distinzione.

Todd Haynes, uno dei maestri del cinema indie americano, dai tempi di Safe e Velvet Goldmine, capace di melò strazianti come Lontano dal Paradiso e Carol, questa volta sembra quasi aver ripiegato su un film più composto, di genere, molto tradizionale nella scansione narrativa e altrettanto classico e invisibile nelle sue scelte di regia, che si limitano ad una sicura direzione d’attori e ad un’impaginazione corretta della inevitabile parabola umana e professionale di Rob Bilott.

Ma in fondo, anche questa volta, il suo è un grande racconto identitario, un viaggio alla scoperta di sè, da parte di un uomo che si trova improvvisamente costretto a fare i conti con le conseguenze delle sue azioni, con i riflessi concreti del suo lavoro, con i limiti della sua professionalità.

Al centro di Cattive acque c’è una magnifica riunione dei partner dello studio Taft per decidere se accetare Tennant come cliente e procedere nei confronti della DuPont. Mentre Robert racconta con grande capacità di sintesi l’inganno perpetrato ai danni della comunità di Parksburg e non solo, tra i colleghi sono molti a rumoreggiare, finchè Tom Terp, il partner anziano non zittisce tutti ricordando che i loro dubbi, le loro eccezioni sono proprio quelli che hanno fatto degli avvocati americani, una delle categorie più odiate e disprezzate dall’opinione pubblica, paladini degli interessi di pochi e non della giustizia per tutti.

Ma la lunga odissea giudiziaria di Robert Bilott non sarà priva di cadute, di scontri, di rinunce, di attese lunghissime, di paure    per se stesso e per i suoi cari.

Il film si chiude con il protagonista in aula, pronto a ricominciare da capo, ancora una volta: la battaglia è appena cominciata.

In sala dal 20 febbraio 2020 con Eagle Pictures.

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