Il diritto di opporsi

Il diritto di opporsi **

Terzo film del regista quarantenne Destin Daniel Cretton, nato a Maui, nelle Hawaii, da padre americano e madre giapponese, noto soprattutto per il suo esordio con Short Term 12, che ha lanciato la carriera di Brie Larson, Il diritto di opporsi è tratto dalle memorie di Bryan Stevenson, laureato in legge ad Harvard nel 1989 e poi impegnatosi con l’associazione Equal Justice Initiative nel profondo sud, per dare una chance legale a chi non l’aveva mai avuta, poveri, emarginati, ragazzini, condannati alla pena capitale.

Professore alla NYU School of Law, ma stabilitosi a Montgomery in Alabama, ha avuto un ruolo decisivo in numerosi casi davanti alla Corte Suprema e ha salvato dall’esecuzione decine di condannati, svolgendo il suo ruolo d’avvocato e di attivista per i diritti civili, nel corso degli ultimi 30 anni.

Il lavoro di Stevenson avrebbe tuttavia meritato un film migliore di questo scialbo Il diritto di opporsi, che ricostruisce l’inizio della sua avventura professionale e i primi successi della sua associazione.

Tutto comincia con l’arresto di Walter McMillian, un tranquillo boscaiolo, nel 1986 con l’accusa di aver ucciso una ragazza bianca Ronda Morrison.

Condannato a morte sulla scorta della sola contraddittoria testimonianza di un altro detenuto, Ralph Myers, sembra aver perso ogni speranza di vedere riconosciuta la sua innocenza.

Per la comunità bianca di Monroeville, la città dove è ambientato Il buio oltre la siepe, è colpevole senza alcun dubbio.

Bryan si accorge delle incongruenze di un giudizio così severo, in assenza di qualsiasi prova strumentale e raccoglie le testimonianze di amici e familiari che erano con lui ad una raccolta fondi per la chiesa locale, il giorno del delitto.

L’avvocato scopre così che la testimonianza di Myers è stata il frutto di un patteggiamento ed estorta con il condizionamento e la tortura psicologica del detenuto, che in un primo momento aveva dichiarato di non aver visto assolutamente nulla quando fu ritrovato il cadavere della vittima.

Bryan chiede così aiuto al procuratore distrettuale Tommy Chapman, che non era in carica al momento delle indagini e del processo a Walter McMillian.

Ma quello che si trova davanti non è un magistrato deciso a cercare la verità, bensì un difensore della propria comunità, delle sue paure, dei suoi pregiudizi, sordo a qualsiasi richiesta.

Il film è un classico procedurale, in cui si alternano le udienze davanti alle diverse corti competenti alla revisione del processo, ai tentativi di intimidire il giovane avvocato di colore, i suoi testimoni, la sua assistente e alle visite di Stevenson nel braccio della morte, dove oltre a McMillian assiste tutti coloro che hanno subito una condanna capitale, colpevoli o innocenti che fossero.

Perchè per molti di loro, il giudizio è stato frutto del pregiudizio razziale, della sete di vendetta, o anche solo di un’assistenza incompetente, negligente, colpevole in alcuni casi.

Se tuttavia le celle bianche in penombra del braccio della morte restituiscono una verità drammatica al film di Cretton e alcune scene ambientate nella comunità di colore, contribuiscono a farci comprendere il valore sociale e giuridico del lavoro di Stevenson, le parti più strettamente giudiziarie sono piuttosto deludenti, grondano retorica e si appoggiano su una consuetudine di genere, che lascia ormai piuttosto indifferenti.

Il film non rischia nulla, si affida al solito grande Jamie Foxx, e al volto fiero e orgoglioso del nuovo Denzel Washington, Michel B. Jordan, capace di passare da Black Panther a Creed da questo Il diritto di opporsi al prossimo film di Sollima, tratto da Tom Clancy, Without Remorse, senza mai perdere credibilità.

Quanto alla Larson, qui ha un ruolo davvero marginale, che scompare mano a mano che il film procede e non ha molto su cui lavorare se non su piani di puro servizio, in aula, che rendono il film ancora più modesto e stucchevole.

Non bastano le buone intenzioni e le buone storie a fare dei buoni film. Cretton affonda nella mediocrità di un lavoro che sembra fatto su commissione, senza passione. E che ha soprattutto l’incedere e i modi di un cinema vecchio, stantio, in cui il progressismo dei temi si scontra con un impianto drammatico ultraconservatore, in cui non c’è mai il tentativo di comprendere la complessità delle forze in campo, ma si segue la scorciatoia manipolatoria delle reazioni emotive.

Si estremizzano così buoni e cattivi, si scende nel patetico e nel compassionevole, tutto si fa messa in scena, perdendo di vista urgenza e rigore.

Il suo prossimo impegno sarà con la Marvel, per Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings: come molti dei registi indie della sua età, non ha resistito alle sirene della Disney. Peraltro a voler considerare la regressione progressiva dei suoi tre film, è forse la cosa migliore che gli poteva capitare.

Stucchevole.

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