Richard Jewell

Richard Jewell ***

Ultimo memorabile ritratto di un eroe dimenticato, Richard Jewell è tratto dall’articolo che Marie Brenner, una giornalista di Vanity Fair, dedicò nel 1997 all’odissea dell’addetto alla sicurezza, che la notte del 27 luglio 1996 – al Centennial Park di Atlanta, durante le olimpiadi del centenario – scoprì un pacco bomba e contribuì ad limitare le vittime dell’esplosione e una strage ancora più cruenta.

Nell’imponente filmografia del venerabile Clint Eastwood, più volte l’attore e regista ha voluto raccontare personaggi solitari, uomini che agiscono secondo una legge morale, che li pone in conflitto con il Potere, sia esso governativo, giudiziario, federale, dei media.

Sin dai tempi dell’ispettore Callahan, la lotta del singolo contro le istituzioni e l’establishment è stata una costante che ha attraversato tutta la sua carriera, diventando, soprattutto dopo l’11 settembre, una riflessione sull’eroismo dell’uomo comune, sulle ragioni per continuare a fare la cosa giusta, nonostante tutto.

E allora non è un caso che Eastwood abbia scelto di raccontare la storia dimenticata di Richard Jewell, un ragazzone americano dei sobborghi di Atlanta, con la passione tutta conservatrice per la legge e l’ordine, ma anche per quel proteggere e servire, che è il motto di tanti corpi di polizia negli States.

Richard a trent’anni vive ancora con la madre Bobi, è zelante e testardo nel proprio lavoro, prende sempre sul serio quello che fa: cecchino infallibile al poligono, già vicesceriffo, poi guardia di sicurezza nel campus universitario e per le olimpiadi di Atlanta, viene assegnato alla torre delle riprese audio e video, di fronte al palco del Centennial Park, dove si alternano musicisti locali e vecchie star della musica country.

Un posto apparentemente tranquillo. Se non fosse per uno zaino sospetto lasciato proprio sotto la panchina di Richard, a fianco alla torre. Avvertiti subito i poliziotti e gli artificieri, Richard contribuirà ad allontanare il pubblico e i tecnici, evitando una strage ancora più grave, al momento dello scoppio.

Dipinto subito come l’eroe delle olimpiadi, da Tom Brokaw e dalla CNN, il suo nome finirà nella polvere, quando Kathy Scruggs, giornalista dell’Atlanta-Journal Constitution, rivelerà con un articolo in prima pagina, che l’FBI – che in realtà brancola nel buio – sospetta proprio di lui.

La Scruggs – una reporter senza scrupoli, pronta a tutto pur di far carriera – ha ottenuto la soffiata dall’agente Shaw, con cui ha rapporto assai poco professionale, e senza corroborare la storia con altre fonti o con riscontri reali, distrugge la vita di Richard senza alcuna remora.

Ad aiutare il protagonista sarà un piccolo avvocato di provincia, Watson Bryant, conosciuto molti anni prima quando Richard lavorava come magazziniere.

Film di profonda, malinconia amarezza, Richard Jewell è un’altra opera magistrale, illuminata, di un regista che ha saputo distillare il suo cinema, fino a renderlo essenziale, necessario.

Non c’è un’inquadratura di troppo nel suo film, un piano troppo lungo, un movimento non necessario. La classicità invisibile della sua regia è una lezione, che non smette di stupire, qui peraltro alle prese, soprattutto nella parte iniziale, con un set inedito per lui, con centinaia di comparse, nella ricostruzione dell’attentato terroristico.

Poi il film è costretto invece negli spazi di uno straordinario dramma da camera. Richard non può uscire di casa, braccato dalle telecamere e dai microfoni e quindi tutto avviene nel salotto della sua piccola casa, con i soffitti bassi, in cui tutti sono costretti a convivere: lui e la madre, l’avvocato e la sua segretaria, gli agenti FBI che lo interrogano e perquisiscono la sua stanza.

Yves Bélanger ha creato per il film una fotografia in cui i personaggi sembrano spesso uscire dall’ombra, figure illuminate per un attimo, prima di ripiombare nell’anonimato dell’oscurità delle loro vite.

Richard Jewell diventa così un grande film d’attori: lo straordinario Paul Walter Hauser, che avevamo conosciuto in Tonya e in BlacKkKlansman, qui ha il ruolo di una vita e riesce a restituire perfettamente la tenerezza ingenua del suo personaggio, la sua semplicità rispettosa delle regole e delle gerarchie. La sua integrità. Ma Eastwood non vuole farne un santino, nè una vittima e ne mostra le ambiguità, le contraddizioni: la sua passione per le armi, la sua incapacità a stare zitto, il modo sempre ossequioso e passivo, con cui accetta ogni sopruso e lo zelo formalista con cui svolge il suo lavoro.

Accanto a lui il solito indovinatissimo Sam Rockwell nei panni dell’avvocato Watson, lontanissimo dall’immagine dei difensori vincenti e aggressivi, che vestono abiti gessati di tanto cinema americano.

Sembra quasi un alter ego del regista, nel suo modo di essere fuori dagli schemi e dal sistema: il suo lavoro è quello soprattutto di proteggere Richard da se stesso, spingendo la verità a farsi strada poco alla volta, smontando il castello di supposizioni e pregiudizi che l’FBI ha costruito per mascherare la sua insipienza.

Per i villain, Eastwood decide di usare la stessa moneta utilizzata da loro nei confronti di Richard, pertanto li costruisce come stereotipi, maschere facilmente identificabili.

E’ proprio il Bureau ad uscire con le ossa rotta da questo film, con un ritratto così feroce dell’ottusità idiota dei suoi funzionari, come solo nel cinema liberal degli anni ’70.

John Hamm nei panni dell’agente Shaw è indeciso, arrogante, manipolato dalla Scruggs e dai superiori, incurante di qualsiasi diritto costituzionale di Richard, che continua a calpestare nel corso di tutta l’indagine: Eastwood ce lo mostra subdolo e indecente, vigliacco e ignorante.

Quanto a Olivia Wilde, che interpreta la reporter Kathy Scruggs, il suo è certamente il personaggio più politicamente scorretto e controverso, un ruolo perfido, che sarebbe piaciuto alle grandi dive degli anni ’40, Bette Davis, Barbara Stanwick, Joan Crawford.

Le polemiche che l’Atlanta-Journal Constitution ha rovesciato su Eastwood in proposito, hanno mascherato subdolamente le responsabilità enormi di quella testata nell’incubo di Richard Jewell, la pigrizia del loro giornalismo, la dubbia etica professionale nel creare processi mediatici fondati sul nulla.

Il film di Eastwood ci racconta di come siamo capaci di prestare fede agli stereotipi più vieti e usurati, alle narrazioni più confortevoli, senza preoccuparci di prendere le misure con la complessità della vita e delle persone.

Oggi la realtà è ancor più controversa, perchè al quarto e al quinto potere si è associata la grancassa social, ancor più imprevedibile, contagiosa, incontrollabile, capace di veicolare fake news, odio e false accuse, con la velocità della luce e la persistenza della loro eternità.

La storia di Richard è quella di un capro espiatorio, costretto alla gogna solo perchè il suo profilo corrispondeva allo stereotipo più semplice da incolpare.

Eastwood ne è pienamente consapevole, ma ha deciso di raccontarci la storia esemplare di Richard Jewell, perchè il tempo ha potuto fare il suo lavoro per restituire verità e giustizia, cercando di allontanare dal suo protagonista l’ombra del sospetto e l’infamia della calunnia.

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