Tolo Tolo

Tolo Tolo **

Il quinto film di Checco Zalone, dopo i trionfi inarrestabili dell’ultimo decennio, firmati da Gennaro Nunziante alla regia, nasce da un’idea di Paolo Virzì.

Durante la scrittura del copione, è parso poi chiaro ad entrambi che il film stava diventando qualcosa d’altro, molto più vicino a quelli interpretati dall’attore e sempre più lontano dalle intenzioni del regista di Piombino.

Probabilmente Virzì avrebbe voluto ibridare la maschera comica di Zalone, già in continua evoluzione dal primo Cado dalle nubi all’ultimo Quo vado?, con gli elementi forti della più classica commedia all’italiana, di cui è stato una sorta di esecutore testamentario nei primi anni ’90 e di cui rimane forse il solo vero continuatore, come ha ben spiegato con il suo ultimo Notti magiche.

Il tentativo forse è fallito, ma in Tolo Tolo restano tracce e indizi del lavoro compiuto assieme, perchè qui l’arci-italiano egoista, ignorante e furbo, a cui Zalone deve la sua enorme popolarità si trova a fare i conti con l’odissea dei migranti, la crudeltà delle milizie, il terrorismo e, con la sola eccezione del prologo e dell’epilogo, il paesaggio, con cui è costretto a confrontarsi, è quello africano e i riferimenti, espliciti ed impliciti, al cinema italiano d’autore punteggiano il racconto, con una certa intelligenza.

Già nei suoi film precedenti, da Che bella giornata a Quo Vado? erano presenti alcuni di questi elementi, capaci di sfumare quell’immagine di terribile qualunquismo maschilista, retrogrado e conservatore del Checco di Cado dalle nubi, ma qui Zalone fa un passo ulteriore, mettendo un po’ in sordina la sua comicità spontanea, in favore di un racconto più ambizioso.

La struttura dei film interpretati dai nuovi comici è stata sempre più o meno la stessa, negli ultimi quarant’anni: un canovaccio buono per legare le battute e le situazioni in cui è il comico-mattatore a dover far ridere. E’ un archetipo che è stato usato e abusato, quasi ininterrottamente con enorme successo e con risultati talvolta anche eccellenti: da Troisi a Verdone, da Benigni a Celentano fino a Nuti, da Pieraccioni ad Aldo, Giovanni e Giacomo, sino a Siani.  E’ difficile che sia la storia a creare le premesse della risata, ma è l’attore a doversi caricare quest’onere grazie alla sua maschera, alle sue battute-tormentone, alla sua personalità. Spesso il personaggio è affiancato da una donna, che rappresenta la molla che lo spinge verso un cambiamento o un viaggio o semplicemente lo costringe in situazioni nuove e straordinarie, ed è da qui che si origina la trama del film.

Così come nei precedenti film di Zalone, anche in Tolo Tolo non ci sono grandi novità rispetto a questa struttura consolidata: l’idea di cinema è sempre la stessa, anche se ibridata con qualche elemento verosimilmente inserito dalla penna di Virzì e dal tentativo di invitare lo spettatore a ridere più spesso con il film e il suo protagonista. Quello che rende unico Zalone è il suo personaggio sgraziato, scaltro, senza filtri, lontanissimo da ogni correttezza politica, che ben avrebbe potuto comparire nei ‘mostri’ di Dino Risi.

Ma se in Cado dalle nubi se ne dipingeva un ritratto vincente e compiaciuto nella sua esibita immoralità e nel suo egoismo, così tipici di quegli anni berlusconiani, fin da Che bella giornata Nunziante e Zalone – forse spaventati dall’endorsement di Renato Brunetta – hanno cercato di mettere in crisi quella maschera, costringendola a confrontarsi con i suoi fallimenti personali, sentimentali e familiari, in contesti del tutto differenti dall’Italia spensierata di fine anni duemila.

Il suo ‘Pierfrancesco’ Zalone questa volta è un imprenditore, che rifiutando il reddito di cittadinanza e indebitando tutta la famiglia, decide di aprire un sushi bar a Spinazzola nelle Murge, ‘la patria della salsiccia tagliata al coltello’.

Un mese dopo l’inaugurazione sarà costretto a scappare in Kenya, inseguito dal fisco e dai creditori: qui in un resort che assomiglia per stile e per frequentazioni al Billionaire, fa il cameriere sognando di aprire una sua attività lì, dove non ci sono sovrintendenze, il fisco è amico e i controlli sindacali meno rigidi.

Solo che i terroristi dell’ISIS prendono il controllo del paese, costringendo Checco a fuggire assieme a due colleghi Oumar e Idjaba, che porta con sè il piccolo Dou Dou.

I tre seguiranno la rotta dei migranti per cercare riparo dalla guerra, finiranno in Libia, quindi salvati da un famoso giornalista francese, quindi su una barca di fortuna nel cuore del mediterraneo.

Nel frattempo in Italia, il concittadino di Checco, Luigi Gramegna, disoccupato senz’arte nè parte, di concorso in concorso, diventa prima ufficiale giudiziario, quindi carabiniere, poi prefetto, ministro e presidente del consiglio con un’ascesa inarrestabile, tanto irrealistica, se non fosse modellata ad immagine della più improbabile e improvvisata classe dirigente italiana, che guida davvero il paese da oltre tre anni.

Non abbiate timore, però, Zalone rimane lo stesso personaggio di sempre, irriverente, scorretto, sgradevole, incapace di comprendere la drammaticità del contesto.

La sua grande preoccupazione durante il lungo viaggio è recuperare una crema con acido ialuronico, con cui proteggere il viso, che rimane biancastro, nonostante il sole del deserto.

Eppure quando Zalone dipinge i rigurgiti fascisti che ogni tanto lo colgono, come una malattia latente che ogni tanto col caldo e lo stress viene fuori, proprio ‘come la candida’, sembra usare le parole di Primo Levi in Se questo è un uomo.

Nei suoi sogni febbrili, spesso in forma di musical, Checco immagina successi professionali e di cuore, del tutto implausibili. E c’è persino un momento d’animazione in sottofinale e la rottura della finzione cinematografica, con il set in piena vista.

Interessante invece la colonna sonora in cui quattro canzoni originali scritte apposta da Zalone per il film, tra cui le già note Immigrato e Se T’Immigra Dentro Il Cuore, si mescolano a quattro pezzi del passato – Vagabondo di Nicola di Bari, La lontananza di Modugno, L’arca di Noè di Endrigo e Viva l’Italia di De Gregori.

Tuttavia le novità di scrittura non sono adeguatamente sorvegliate e spesso sono più velleitarie che davvero riuscite.

Il film segna uno scarto con il passato cinematografico del suo personaggio, più ambiguo, ma anche più moralista. Se una volta si poteva sempre ridere di Checco, questa volta è diverso e si ride molto meno, anche perchè i tempi comici non sono sempre centrati e bruciano battute e situazioni.

Rotto il sodalizio con il regista Gennaro Nunziante, qui Zalone decide di fare tutto da solo e il film ne soffre.

La regia rimane sciatta e sgrammaticata, il montaggio è frammentato e spesso risolve in modo brusco, persino il sonoro non è sempre chiaro e anche se la maschera si sforza di lasciare spazio allo Zalone regista, con tante panoramiche aeree, inquadrature in campo lungo e meno piani americani di servizio, si nota la difficoltà a gestire entrambi i ruoli dietro e davanti alla macchina da presa.

Resta il coraggio di Luca Medici, l’uomo dietro Checco Zalone, che all’apice del suo ecumenico successo, decide di raccontare un tema così forte e divisivo – impopolare diremmo – prendendo una posizione limpida, senza farsi illusioni, senza cercare per forza un finale consolatorio e senza fare sconti al suo stesso antieroe, evitando di modificarne la natura originale.

Piuttosto assestando qualche buon colpo anche a chi, come l’intellettuale e giornalista francese, che per realizzare i suoi reportage strappalacrime viaggia in Africa su un suv dello sponsor, compare sulla copertina di Vanity Fair e presta il suo corpo palestrato alle pubblicità dei prodotti di bellezza.

Peccato che Zalone eviti di andare sino in fondo, mettendo ancora più in discussione la fragilissima forma-cinema, con cui i film dei comici televisivi si sono affermati da troppo tempo ormai, affidandosi magari ad un regista vero.

E’ evidente che Virzì, quando l’ha pensato, immaginava per Tolo Tolo lo Scola di Riusciranno i nostri eroi…, ritagliando per Zalone la maschera crudele e furba, diretta e amara, che per una vita ha indossato uno dei giganti di quella nostra stagione, Alberto Sordi.

Se Medici, ora finalmente libero dal contratto con Pietro Valsecchi e la Taodue, riuscirà a comprenderlo, si apriranno spazi ancora più interessanti per la sua carriera.

 

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