Notti magiche

Notti magiche *

Il nuovo, quattordicesimo film di Paolo Virzì, scritto ancora con Francesco Piccolo e Francesca Archibugi comincia la notte del 3 luglio 1990, quella in cui l’Italia perde ai rigori la semifinale del mondiale giocato in casa, con l’Argentina di Maradona.

Quella notte, sul lungotevere, un’auto elegante esce fuori strada. Quando i carabinieri la recuperano, trovano il corpo senza vita di Leandro Saponaro, un produttore che ha fatto i soldi con i B movies italiani degli anni ’70, ma che ha prodotto anche la Palma d’Oro del famoso maestro Pontani.

Convocata in commissariato, la giovane amante del produttore, una delle ragazze coccodè di Indietro tutta, addossa ogni colpa su tre giovani sceneggiatori: il goffo e saputello siciliano Antonino, il guascone toscano, affamato di vita e di donne, Luciano, e la rampolla di buona famiglia Eugenia, sempre sull’orlo della depressione.

I tre erano i finalisti del Solinas, uno dei più importanti premi per giovani scrittori di cinema: in occasione della premiazione si erano conosciuti e avevano assaporato, nelle settimane successive, quello che, nelle intenzioni di chi ha scritto e diretto Notti magiche, avrebbe dovuto essere il crepuscolo del grande cinema italiano.

L’interrogatorio in commissariato è la scusa per raccontare la loro storia.

Si riconoscono, tra i comprimari, Furio Scarpelli, Ennio De Concini, Michelangelo Antonioni, l’avvocato Giovanna Cau, Ornella Muti in un piccolo cameo, e si arriva persino agli studi di De Laurentiis, dove Federico Fellini stava girando il suo ultimo La voce della luna.

Il giochino cinefilo è però stucchevole, nella continua contrapposizione fra le personalità dei tre giovani di belle speranze e quelle dei protagonisti navigati, dipinti come vecchi tromboni, che si crogiolano nel loro cinismo e nella loro apatia, preda di quei riti inveterati – come le uscite collettive in trattoria o le stanze di scrittura – che appaiono ora solo simulacri vuoti.

Non contento del quadro desolante rappresentato, Virzì trova spazio anche per una violenza sessuale col divo del momento, che poi fugge di fronte alle sue responsabilità, per tutto il campionario delle sgallettate dei produttori e delle ‘favorite’ dei signori della sceneggiatura, per i ‘negri’, ovvero i ghostwriter disposti a scrivere per conto d’altri, per i registi militanti che scroccano il pranzo e vivono nei seminterrati e così via. Una buona parola per tutti, nessuno escluso.

Virzì vorrebbe fare l’Ettore Scola in sedicesimo, ma il suo film è semplicemente disastroso, un guazzabuglio di cattive intenzioni, pessima scrittura e recitazione sopra le righe.

I tre protagonisti Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere sono letteralmente insopportabili, soprattutto i due uomini. Verrebbe voglia di riservargli il famoso invito di Monicelli a Moretti: “spostatevi, che vogliamo vedere il film”.

Peccato che, tolti loro tre, non ci sia null’altro.

Il cast dei comprimari è assemblato con altrettanta sciatteria e costretto a masticare battute ad alto ritmo, che non portano mai da nessuna parte. Sprecare la bravura di Roberto Hertitzka, Paolo Bonacelli o Ferruccio Soleri è un crimine, senza appello.

Ma poi a chi parla questo film? A chi interessa? Cosa vuole raccontarci? E’ tutt’al più un ritrattino autobiografico, che sembra mescolare le idiosincrasie dei tre sceneggiatori ai loro ricordi: alla fine rifanno se stessi nei tre protagonisti, tratteggiandosi persino più insopportabili di quanto avessimo mai immaginato. Forse ciascuno ha scritto il ruolo dell’altro, altrimenti non si spiega tanto accanimento.

Il film non suscita nessuna nostalgia, nessuna malinconia – anche se nel finale ci prova pure – prende a prestito una trama di genere, senza mai onorarla davvero, dimostra di non avere assimilato nulla della lezione dei maestri, che evoca. Li riprende poi alla fine della loro vita, quando il mestiere sembra aver preso il sopravvento su ogni cosa, in modo un po’ canagliesco.

Fa capolino persino la politica della Prima Repubblica, in modo altrettanto tragicomico, con passerelle craxiane, ministri ballerini in discoteca e potenti, che risolvono problemi grazie al sottopotere capitolino.

Se Virzì voleva raccontarci quanto faceva schifo quel mondo al crepuscolo del grande cinema italiano, allora ci è riuscito benissimo. Peccato che per farlo si sia scordato di girare il suo film.

Non c’è davvero nulla di magico in queste notti: stucchevole persino la fotografia di Vladan Radovic, che immerge la notte romana in una luce dorata, che vorrebbe evocare il tempo del ricordo, ma che suona posticcia e rabberciata quanto le scelte di Virzì.

Al livornese però si vuole troppo bene, per continuare razionalmente questa stroncatura.

Notti magiche è un film da dimenticare. Pensiamo al prossimo.

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