Disincanto di Groening incanta a metà

Disincanto di Matt Groening passerà forse alla storia come una delle serie Netflix più bersagliate da critiche negative da parte della stampa specializzata, delusa e spiazzata, come molti fan storici de I Simpson e Futurama, dalla nuova creatura del geniaccio di Portland. Disenchantment è soltanto un fumettone autocelebrativo? È un divertissement intellettuale avaro di emozioni? È un fallimento senza appello? Chi scrive questa recensione è convinto che le lagnanze siano giustificate e al contempo eccessive. Andiamo con ordine.

Nel regno fatato di Dreamland, ai tempi di un alto medioevo stereotipato, tirato giù col ciclostile dai recessi del fantastico, vive la principessa Tiabeanie, nome accorciato in Bean (Fagiolo…), adolescente inquieta, capelli bianchi e dentoni da coniglio, frequentatrice di bettole, amante di bisbocce e elettrizzata dai propri istinti ormonali. Il suo destino pare segnato: per volontà di re Zøg, suo grezzissimo padre, dovrà sposare Guysbert, il giovane, smidollato principe, erede di un regno vicino. L’alleanza di potere non sarà mai celebrata. La gloria di Guysbert, nato da un rapporto incestuoso tra il re e la regina di Bentwood, dura poco, perché il rampollo muore ancor prima di prendere Bean come sua sposa, infilzandosi “casualmente”, da vero allocco, con una spada, mentre rincorre la fede nuziale che la ragazza ribelle ha gettato a terra. Il rimedio è semplice: gli subentra il fratello Merkimer. Nemmeno lui ha fortuna. A causa di uno scambio di ampolle, beve sangue di maiale e si trasforma in un suino…

Disincanto è attraversato da citazioni che rimandano ad un genere, corrispondente a sfera dell’immaginario collettivo, che Groening, coadiuvato dalla sua spalla, il fido sceneggiatore Josh Weinstein, intende dissacrare: il fantasy. Nel primo episodio, anzi, capitolo, vediamo comparire un “trono di spade” (proprio qui trova la morte Guysbert). Il castello, poggiato su una rupe a strapiombo sul mare, ha una sagoma disneyana inconfondibile, e in esso si consumano stranezze e nefandezze. Abbiamo un regno degli elfi, stucchevole, tollerante, patria del più zuccheroso ottimismo, con un sovrano saggio, a patto di non insidiare le virtù della figlia, motivo per il quale fugge l’elfo Elfo, nomen omen, soggetto non molto distante, per fattezze, dall’Olaf di Frozen. Si aggiungono citazioni, nemmeno tanto implicite, di film fantahorror, dall’inossidabile L’esorcista al meno noto The Wicker Man, capolavoro della cinematografia indipendente britannica degli anni Settanta. Ed è forse questo il primo limite di Disincanto: la parodia, spesso, è fine a se stessa e non incide, come ci saremmo viceversa aspettati, nella carne del nostro tempo. Matt Groening, quasi superfluo ricordarlo, ha costruito la propria meritatissima fama sulla satira sociale dell’America contemporanea, forte di un cinismo filosofico originale e disarmante. Lecito pertanto chiedersi se l’affidarsi a Netflix ne abbia penalizzato non tanto la verve creativa, quanto l’ironia corrosiva.

Un peccato, se pensiamo a quanto sarebbe necessaria, ora, una contronarrazione esilarante, sarcastica dell’era trumpiana, e se immaginiamo da quanti sia attesa una lettura caustica del nuovo Oscurantismo. Quale migliore occasione di un cartoon ambientato nel Medioevo? Per il momento, premesso che Disincanto è stata già rinnovata per una seconda stagione, la premiata ditta Groening&Weinstein lascia allo spettatore la possibilità di intuire alcuni (ipotetici) collegamenti con l’attualità, senza calcare la mano o instaurare veri parallelismi. Re Zøg ha il physique du rôle e gli atteggiamenti del governante zoticone e ultraignorante ma la sceneggiatura non fa mai emergere elementi espliciti di confronto con la realtà politica americana.

La catena di montaggio dei dolciumi che vede impegnati gli elfi, intuizione visivamente meravigliosa, è ad un millimetro dal diventare un saggio di critica sociale sul lavoro “felice” della Silicon Valley, eppure si ferma lì. I deliri di immortalità culminati nel tentativo di “disincantare” la regina Dagmar, strizzano l’occhio ai fantascientifici orizzonti della criogenetica e al postumanesimo, un’assonanza palpabile e vaga, più aroma che vera polpa. Le peripezie della gigantessa Tess, una “specializzanda” catturata in lande remotissime e invitata al folle party organizzato da Bean nel castello, quindi additata di crimini solo perché dotata, suo malgrado, di profetica lucidità, si prestano a larvata denuncia delle tare del pregiudizio. L’anticonformismo di Bean si aggancia forse alle tematiche neofemministe riportate in auge dal movimento #metoo, un’impressione che fatica però a diventare una certezza.

Un altro lato farraginoso di Disincanto riguarda la logica narrativa. Per almeno sei/sette capitoli non si intravede un racconto lineare né una progressione orizzontale degli eventi. Tutto ruota attorno a Bean e ai suoi due amici, il già citato Elfo, “un marshmallow con le gambe”, come lo chiama, mostrando la sua consueta finezza, Re Zøg, e il diavoletto Luci, imbarazzante regalo di nozze ricevuto dalla principessa, scambiato per un gatto parlante dagli stralunati cortigiani di palazzo. Luci, ombra nera, letteralmente senza spessore perché bidimensionale, è il personaggio più azzeccato della serie. Non sarebbe sbagliato affermare che, almeno all’inizio, Groening provi a tessere una sorta di romanzo di formazione centrato su Bean. Il tema, certo non banale, è il ruolo della donna in una società ingessata. Vi leggiamo, più in generale, una riflessione sul nostro posto nel mondo, ereditato dalla nascita o incastrato nella tenaglia delle combinazioni, e sulla legittima ricerca di possibili vie di fuga da un destino già scritto.

Elfo e Luci costituiscono, simbolicamente, i poli della rivolta esistenziale covata dalla principessa: il buon senso e la simpatica malvagità, l’ingenuità della scoperta e lo spirito di sedizione, l’illusione di eternità riposta nel sangue dell’elfo e la mefistofelica concretezza srotolata nella coda del demone. Il trio si imbarca in avventure ai confini del mondo, consentendo a Groening di liberare il suo estro inventivo nella ripresa “realistica” del mito delle sirene, svelate nella loro natura di trichechi, nel ribaltamento surreale della favola di Hansel e Gretel, qui affamati serial killer degni del Silenzio degli innocenti, nella parodia delle crociate e dei cicli cavallereschi. Poi, improvviso e dissonante, un fatto tragico rompe il filo degli eventi, imponendo a Bean una scelta dolorosa e gravosa di conseguenze. Disincanto subisce un’accelerazione che comporta una disarmonia, una nota amara nell’economia complessiva della trama. Nel decimo capitolo la principessa è investita di responsabilità, o addirittura di una funzione salvifica, che trascende le mediocri aspettative del Re e di Dreamland.

Disincanto, nonostante le imperfezioni, è un prodotto che punta alla risata liberatoria e spesso ci riesce. La varietà delle situazioni è garantita da un vorticoso ricambio di personaggi, molti dei quali, creati con un riconoscibile marchio d’autore, potrebbero ambire ad occupare uno spazio più ampio. Una regina tossicodipendente, un meditabondo “signore delle braghe”, un grifone dagli ambigui connotati sessuali, un filosofo-eremita custode dei segreti dell’eternità incapace di custodire se stesso, un cavallo che ride a comando, un’orda di vichinghi-proci neutralizzati da un’infezione gastrointestinale… Il catalogo è vasto, e si estende fino a contenere una pluralità di registri iconografici, compresi il gotico, l’esotismo e l’avventura archeologica alla Indiana Jones. Molto ben congegnate sono anche le brevi interrelazioni tra i principali protagonisti e alcune comparse, accompagnate da specifici significati allegorici. Che dire della timorata famiglia di contadini che ospita Elfo in fuga e del dialogo che ne consegue, all’altezza di un Eugène Ionesco? E della banda di pseudopunk, che per le loro prodezze da ladri di polli credono di condurre una vita maledetta? E della nidiata proletaria scoperta da Bean e soci? Il sorriso si vela di una patina di angoscia all’idea “della paga minima di due frustate all’ora”, garantita per legge ai bambini-lavoratori, abili e arruolati già al primo vagito.

È vero, Disincanto manca di compattezza, è sfilacciata nell’andamento, ha troppe pause e patisce la serialità, intesa anche come formula commerciale declinata secondo le regole delle odierne piattaforme di distribuzione. Disenchantment è priva della dose di crudeltà antropologica versata nei Simpson e non giunge alle vette distopiche di Futurama. Tuttavia, se ci astraiamo da un’analisi minuziosa e ci lasciamo trasportare dal flusso delle sequenze, dai colori, dai doppi sensi, dalle battute a briglia sciolta, recuperiamo la piacevolezza estetica che solo una mente acuta può distillare e comunicare al prossimo. Matt Groening, seppur non al meglio della forma, rimane uno degli intellettuali di punta del ventunesimo secolo. Tra le righe spunta anche un livello metanarrativo, una piccola perfidia che non molti hanno notato nelle severe recensioni dedicate alla serie. Chi sono l’uomo (con gli occhiali… Groening stesso?), la donna e l’inserviente che scrutano nella sfera magica e osservano le azioni di Bean? Per quale motivo hanno donato il diavoletto Luci alla principessa? E perché, una volta recuperata l’ampolla della vita eterna, dicono di essere vicini alla riuscita del piano? Le conclusioni sono rimandate alla seconda stagione. A pensarci bene, nemmeno il successo delle precedenti creature di Groening fu immediato. Cercare di reinventarsi in un nuovo contesto mediatico non è semplice e soprattutto è un merito, non certo una colpa.

CONSIGLIATA: ai golosi di dolci incuranti della linea, a tutti i Davide che lottano contro il proprio Golia, a chi ha sempre desiderato utilizzare un tacchino come piccione viaggiatore.

SCONSIGLIATA: a chi organizza gli addii al celibato, agli astemi che non bevono nemmeno un bicchiere ‘sennò chissà cosa succede dopo’, a chi teme di essere assassinato in una SPA.

PERCORSI DI LETTURE, VISIONI E ASCOLTI PARALLELI:

  • Libro: William Irwin, Mark T.Conard, Aeon J. Skoble, I Simpson e la filosofia, ISBN Edizioni, 2010;
  • I dischi dei DEVO. Mark Mothersbaugh, autore della colonna sonora di Disincanto, è uno dei fondatori del gruppo;
  • Film: I fratelli Grimm e l’incantevole strega di Terry Gilliam, 2005.

TITOLO ORIGINALE: Disenchantment
NUMERO DI EPISODI: 10
DURATA DEGLI EPISODI: da 26 a 35 minuti
DISTRIBUZIONE: Netflix
DISPONIBILE IN ITALIA: 17 Agosto 2018

UN DIALOGO PER RIASSUMERE DISINCANTO: (Dopo aver evitato che Luci, catturato da un lugubre esorcista, finisca nella bocca di un vulcano, Bean e Elfo liberano involontariamente decine di altri demoni intrappolati)

Elfo: Abbiamo salvato Luci.
Bean: Ma abbiamo liberato il male nel mondo.
Luci: Un lieto fine per tutti.

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