I due Papi

I due Papi **1/2

Ci sono almeno tre film all’interno dell’ultimo lavoro del brasiliano Fernando Meirelles (City of God, The Constant Gardener, Blindness), scritto dal giornalista e drammaturgo neozelandese Anthony McCarten, a partire dalla propria pièce teatrale del 2017.

C’è innanzitutto una succinta biografia di Jorge Bergoglio, il gesuita argentino, con un passato controverso durante il regime di Videla, appassionato di football e di tango, diventato negli anni un campione della teologia della riforma della Chiesa.  C’è poi un blando tentativo di raccontare lo scontro di potere e di indagare gli scandali sessuali e finanziari, che influirono probabilmente sulle dimissioni di Joseph Ratzinger dal soglio di Pietro a soli otto anni dalla sua nomina.

E c’è soprattutto un magnifico duello tra due personalità lontanissime, due idee della Chiesa e della Fede apparentemente inconciliabili, uno studio di caratteri, che diventa un doppio ritratto sul peso del passato e sulla responsabilità delle proprie scelte.

Il film si apre nel 2005, quando la morte di Giovanni Paolo II, obbliga il cardinale Jorge Bergoglio che predica nei quartieri più poveri di Buenos Aires, a convergere a Roma, per l’elezione del nuovo Papa.

La parte più tradizionalista e ortodossa della Chiesa romana riesce a far eleggere Joseph Ratzinger, uno studioso che si muove all’interno del conclave con consumata abilità.

Le istanze riformiste del Cardinal Martini e dello stesso Bergoglio rimangono minoranza.

Passano sette anni e l’argentino, che non condivide quasi nulla della direzione imposta da Benedetto XVI al suo papato, vorrebbe potersi ritirare in anticipo, prima dei 75 anni, per dedicarsi a qualche sperduta parrocchia, abbandonando le gerarchie ecclesiastiche.

Proprio quando si è deciso a tornare a Roma, per parlare direttamente con Ratzinger del suo desiderio di ritirarsi, arriva la chiamata del Papa a Castel Gandolfo, nella residenza estiva, dove i due, che si sono sempre guardati con diffidenza, cominceranno un lungo dialogo che li porterà sin dentro la Cappella Sistina, confessandosi i peccati e le colpe del passato, battagliando sui principi eterni della Fede e del Cristianesimo e sulle idee di cambiamento e compromesso.

Ad un certo punto, nel giardino di Castel Gandolfo, Ratzinger dice a Bergoglio: “sono in disaccordo su tutto quello che hai detto”.

E’ questo il punto di partenza, prevedibile magari, ma ugualmente scioccante, da cui Meirelles e McCarten cominciano a raccontare il rapporto particolare tra due uomini che hanno vissuto la chiamata del Signore in modo così differente.

Pian piano, il bonario chiacchierone Bergoglio, che ha una risposta giusta per ogni domanda, finisce per farsi strada nelle durezze di un uomo chiuso, che mangia sempre da solo, i piatti i della sua infanzia bavarese, che ha inciso un album di musica sacra a Abbey Road, nello stesso studio dei Beatles e che in tv guarda Il Commissario Rex, unico svago in una vita austera e distaccata.

Solo che Ratzinger ha deciso di scegliere la strada di Celestino V, abbandonando il papato prima della fine dei suoi giorni, perchè la voce del Signore si è fatta silenzio per troppo tempo e ora torna a farsi sentire proprio attraverso le parole di Bergoglio.

Convinto che la Chiesa abbia la necessità di uomo come lui, per attraversare la crisi in cui  è piombata dopo la morte di Giovanni Paolo II, Ratzinger spinge il riluttante cardinale argentino a venire a patti con il proprio passato, con le colpe che portarono al suo esilio nelle montagne di Cordova, dopo la fine della giunta militare nel 1983.

E’ qui che il film deraglia, non fidandosi delle parole dei due protagonisti, e costruendo invece un lungo e inutile flashback nell’Argentina degli anni ’70 e ’80, che suona come un sussidiario illustrato del giovane Bergoglio.

Il film si spezza, perde il suo ritmo, ci allontana dalle ragioni filosofiche e teologiche dello scontro tra i due uomini di Fede e si fa didascalico, superfluo.

Sarebbero certamente bastate le parole di Jonathan Pryce a raccontare la colpa e la vergogna. E invece no. Meirelles sembra quasi non fidarsi dell’impianto teatrale del racconto che dirige e sceglie una deviazione non necessaria.

Lo sguardo di Meirelles è tutt’altro che neutrale, costruendo la figura di Bergoglio come quella di chi è chiamato a redimere la Chiesa dai suoi errori e dalla rigidità delle sue tradizioni inveterate, dalla sua ricchezza ostentata e dalla sua omertà sui temi degli abusi e dell’accoglienza.

Il film insiste sulla semplicità di Bergoglio, sul rifiuto di ogni ostentazione, dai crocifissi d’oro ai mocassini rossi: è un uomo del popolo, che parla con autisti e giardinieri, ordina la pizza romana ad un baracchino fuori San Pietro, balla il tango e tifa per il San Lorenzo. E ogni tanto prega per il talento del Pipita Higuain, durante una partita di Coppa America.

Pryce gli regala un’interpretazione bonaria, di istintiva simpatia, assolutamente trasparente, parlando indifferentemente in inglese, spagnolo e italiano.

Molto più interessante e raffinata la parte di Anthony Hopkins, che dona a Ratzinger le sue oscurità, i suoi silenzi, le sue afasie. Benedetto XVI ci appare come un uomo tormentato, diviso, che si accorge  improvvisamente di essere solo, una figura tragica che sceglie la strada più difficile.

Hopkins è magistrale, inquietante, enigmatico, in uno dei grandi ruoli della sua carriera.

I due avrebbero forse meritato un film più coraggioso e meno apologetico. Resta, in ogni caso, il piacere di vederli battagliare sullo schermo, sfidandosi in un duello che finisce in un improbabile passo di tango nei cortili vaticani.

 

 

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