For All Mankind: se sulla luna fossero arrivati prima “gli altri”…

For All Mankind **1/2

For All Mankind risponde a una domanda: cosa sarebbe accaduto se i sovietici avessero raggiunto per primi la Luna negli anni Sessanta? A questo interrogativo, ne segue almeno un altro, vero motore narrativo di tutta la serie: e se la corsa allo spazio non si fosse mai fermata? In questa web television series di Apple TV+ ideata da Ronald Duddley Moore, mente creativa di Battlestar Galactica e di Philip K. Dick’s Electric Dreams, entriamo nel labirinto di specchi dell’ucronia fantastica, un mondo parallelo segnato dal trionfo tecnologico sovietico. Non è Neil Armstrong a poggiare il piede sul suolo lunare ma un cosmonauta russo, perfetto esemplare dell’uomo nuovo socialista: uno shock senza precedenti. La NASA accusa il colpo mentre la Presidenza Nixon, imbestialita, si impegna a rispondere alla provocazione e a riscattare lo smacco subìto con un progetto ancor più ambizioso, costruire la prima base permanente sul nostro satellite. Tempi e priorità sbagliate. I compagni, dietro la cortina di ferro e nel silenzio che li contraddistingue, stanno macchinando il secondo attacco, un’impresa dal peso sociale e politico enorme. Da lassù, una donna saluterà presto l’umanità intera, all mankind, attraverso le televisioni di tutto il mondo. Quella donna avrà una tuta pressurizzata con una falce e un martello disegnati sopra.

Nella serie la ricostruzione della corsa allo spazio, incidenti compresi (vedi la tragedia dell’Apollo 1 che costò la vita a tre astronauti), sono fedeli agli accadimenti reali fino, ovviamente, all’inversione controfattuale dell’allunaggio russo. For All Mankind è un curioso esercizio di manipolazione delle traiettorie esistenziali di personaggi realmente esistiti, a partire dal geniale e controverso Wernher von Braun, interpretato da Colm Feore (visto di recente in The Umbrella Academy), padre della missilistica moderna e inventore dei micidiali razzi V2 tanto cari ad Adolf Hitler e a Joseph Goebbels. Dopo la guerra, com’è noto, lo scienziato tedesco iniziò a collaborare con le presidenze Eisenhower e Kennedy al programma Mercury. Senza di lui, non avremmo avuto né i bombardamenti su Londra né il razzo Saturn V. In For All Mankind il passato oscuro di Wernher von Braun emerge solo a seguito del fallimento delle missioni Apollo. Gli orrori nazisti, celati con ipocrita nonchalance per anni, divengono il pretesto per il suo allontanamento. Anche il marketing vuole la sua parte. La riscossa della NASA non può prescindere da un rinnovo d’immagine.

For All Mankind ruota soprattutto attorno a tre classi di persone: i tecnici, gli astronauti e i politici. Tra i tecnici, oltre a von Braun, spicca l’algida Margo Madison, un personaggio inventato e interpretato da Wrenn Schmidt. Margo, brillante ingegnere e pupilla dello scienziato, nutre un desiderio di affermazione frustrato dal suo stesso carattere, chiuso e orientato esclusivamente al risultato. Quando Aleida Rosales, figlia di un immigrato messicano addetto alle pulizie presso la NASA, oscilla tra una cotta adolescenziale e la possibilità di essere accolta in una scuola prestigiosa distante da casa, Margo, che l’ha presa sotto la sua ala protettiva avendone intuito le potenzialità, le dice con estrema chiarezza: “Alle donne si chiede di più, le donne devono lavorare il doppio”. O studiare o amare, tertium non datur. Il tema del rapporto uomo/donna, d’altronde, è centrale nella serie. Le contraddizioni esplodono quando si tratta di introdurre delle “astronaute”, al femminile, accanto agli “astronauti”, al maschile. Questione : la NASA le coinvolge perché le considera risorse trascurate troppo a lungo o solo perché, spalle al muro, non può agire diversamente?

Il capitolo “donne nello spazio” per la NASA corrisponde alla classica polvere da infilare sotto lo zerbino. La serie riapre una ferita mai completamente suturata. La prima donna ad andare nello spazio fu la russa Valentina Tereškova a bordo della Vostok 6. Era il 16 giugno 1963. Il lancio venne classificato come “propaganda” dagli americani e la questione di formare delle astronaute fu rimandata. A questo proposito, l’astrofisica Patrizia Caraveo nel suo bellissimo Conquistati dalla Luna. Storia di un’attrazione senza tempo (Cortina Editore) scrive: “in fatto di astronaute, la NASA e la classe politica americana avevano una lunga coda di paglia. Di sicuro, nella selezione dei candidati astronauti NASA nessuno aveva nemmeno lontanamente pensato alla possibilità di considerare anche candidature femminili.” Caraveo ricorda un articolo su Life in cui si annunciava che alcune donne avevano superato gli stessi test degli astronauti. In effetti all’alba degli anni ’60, su iniziativa di William R. Lovelace II, medico ufficiale del programma Mercury, tredici donne con esperienza di volo superiore alle mille ore furono sottoposte a una batteria di prove suddivisa in tre fasi: fisica, psicologica e di simulazione spaziale. Tutte le candidate passarono la prima, molte la seconda e una, Geraldyn M. Cobb, anche la terza, il che significava avere un’astronauta (donna) fatta e finita. La NASA, in seguito all’articolo della rivista Life, fu sommersa da una valanga di autocandidature. Non se ne fece nulla e la politica non aiutò. “Le donne”, scrive Caraveo, “incontrarono il vicepresidente Lyndon Johnson, che non si dimostrò affatto sensibile alle loro istanze”. Occorrerà attendere Sally Ride, nel 1983, per avere la prima americana nello spazio.

Nella serie, quale ideale risarcimento per una carriera immeritatamente troncata sul nascere, è rappresentata proprio la Cobb, benché mutata di nome (Molly anziché Geraldyn), figura interpretata da Sonya Walger, la Penelope Widmore di Lost. Sfrontata, sicura di sé e narcisista per sua stessa ammissione, la donna, già reduce dagli addestramenti Mercury, è promossa dall’istruttore Deke Slayton (nella realtà un vero astronauta, qui impersonato dal duro Chris Bauer), a membro dell’equipaggio da inviare sulla Luna con la speranza di scovare acqua ghiacciata sotto la crosta e preparare, così, il terreno per una base americana sul satellite. For All Mankind si contraddistingue per il realismo quasi maniacale con cui sono descritte le dinamiche di potere e le relazioni professionali interne alla NASA. La selezione femminile è durissima e l’esigenza di primeggiare nella competizione vince su un’ipotetica solidarietà “di genere”. Tra le sopravvissute ai test selettivi trova posto Tracy Stevens, che ha il volto dell’attrice Sarah Jones. In For All Mankind si innesta anche un ragionamento sul significato di “merito”. La bionda Tracy è malvista dalla Cobb perché scelta, all’interno di un’ampia rosa di donne titolate, solo in ragione del suo essere moglie di un astronauta maschio, Gordo Stevens (l’attore neozelandese Michael Dorman). Il Governo degli Stati Uniti è infatti ansioso di dare in pasto all’opinione pubblica una coppia di novelli pionieri del cosmo, belli e coraggiosi. Tracy dimostrerà le sue capacità scalando la montagna del pregiudizio.

Immigrazione, razzismo, paranoie del potere, puritanesimo, machismo, ruolo delle minoranze: in For All Mankind c’è tutto il campionario tematico dell’America anni Sessanta e dell’America di sempre. La serie inserisce questi elementi narrativi nel tessuto generale della trama forzando un po’ gli equilibri del racconto, chiara captatio benevolentiae giocata nei confronti di un pubblico sensibile a tali argomenti. Il team di astrodonne è composto anche da una giovane nera, Danielle Poole, l’attrice Krys Marshall vista in This is Us e in Supergirl, e una lesbica, Ellen Waverly, ovvero Jodi Balfour, già Jacqueline Kennedy in The Crown. Ellen è costretta a nascondere il proprio orientamento sessuale, simulando un fidanzamento con un tecnico mission controller a sua volta bisognoso di coperture…

L’ucronia mantiene vivi alcuni riferimenti storico-culturali fondamentali di quegli anni convulsi, la luminosa stagione dei diritti civili, la controcultura hippy, le posizioni relative alla guerra del Vietnam. Gli autori quasi azzardano una tesi di filosofia della storia: senza un sano e crudo antagonismo, in questo caso tra due superpotenze proiettate oltre la frontiera dell’inesplorato e incompatibili sul piano dei valori, nulla può evolvere. L’equiparazione professionale uomo/donna nella composizione degli equipaggi innesca un periodo di trasformazioni civili che si sostanzia nell’approvazione delle leggi sulla parità (anche qui, però, ci mette lo zampino la politica cinica e bara). Gli sceneggiatori non fanno sconti a Nixon, comunque colpevole del Watergate in tutti i mondi possibili e si divertono ad anticipare di vent’anni le derive scandalistiche dell’era Clinton, immaginando un “disinvolto” senatore democratico Ted Kennedy alla Casa Bianca. Il quadro della realtà alternativa che ne risulta è complesso, coerente, ben strutturato, seducente e attendibile.

Se i primi cinque episodi di For All Mankind si concentrano sulla corsa alla Luna e inventano un’epica parallela dei programmi Apollo, gli ultimi cinque sviluppano una dialettica tra cielo e terra, ricca di questioni intime e private. Tre astronauti, in pieni anni Settanta, sono sulla Luna, a presidiare l’avamposto della futura colonizzazione. Una catastrofe però manda in frantumi i piani della NASA e impedisce di portare loro il cambio del guardia. Bloccati nella minuscola base, con i cosmonauti sovietici nella veste di scomodi dirimpettai, in compagnia di una muta colonia di formiche, per i tre si apre un periodo di incerta, indefinita, pericolante convivenza. Edward, Gordo e Krys si ritrovano al centro di un’esperienza inconcepibile che rischia di spappolare il cervello. Ed è esattamente ciò che accade a uno di loro.

For All Mankind è una serie focalizzata sulla famiglia. Abbiamo gli astronauti e abbiamo le mogli degli astronauti (e i mariti delle astronaute!). Qui Terra, qui Luna. La distanza è un ponte fragile che potrebbe crollare alla successiva telefonata. Il valoroso Edward Baldwin assurge infine a eroe della solitudine. Joel Kinnaman (House of Cards, Altered Carbon, Hanna) offre un’interpretazione convincente. Edward, che era stato a un passo dal tornare nell’esercito a seguito di un’improvvida rivelazione fatta ad un giornalista curioso, corona il suo sogno: toccare il suolo lunare e camminarci sopra.

Gli dei o chi per essi, però, sono imprevedibili. Ai margini di un cratere che rimanda a suggestioni kubrickiane, circondato da un’oscurità nero pece, Edward affronta la prova più crudele. La retorica sottesa è facile da smascherare: un grande uomo, ammirato, invidiato, vanto di un’intera Nazione, sperimenta l’Assurdo provocato da una condizione di impotenza. La consorte Karen, incarnata dall’attrice Sharel VanSanten, già protagonista del quarto episodio di Final Destination, madre apprensiva e american wife incastrata nel ruolo di spalla e spettatrice dell’altrui gloria, è un personaggio drammatico. Sulle sue labbra il messaggio di morte evoca la tremenda incommensurabilità delle antiche tragedie.

For All Mankind è un prodotto di nicchia che non annoia mai e non sorprende mai. Nessuno si aspetti ritmi travolgenti. I paesaggi selenici, dagli accesi contrasti, appagano lo sguardo. Jeff Russo, affermato compositore di colonne sonore di serie TV, tra cui Fargo, Waco, Counterpart, Altered Carbon e di Lucy in the Sky, ultimo film di Noah Hawley, confeziona un’atmosfera musicale discreta e intrigante. La serie, forte della sua pignoleria, celebra con originalità il cinquantenario dello sbarco sulla Luna.

Titolo originale: For All Mankind
Numero degli episodi: 10

Durata media ad episodio: da 48 minuti a un’ora l’uno
Piattaforma: Apple TV+

Uscita episodi: dal primo novembre al 20 dicembre 2019
Genere: Drama, Alternate History

Consigliato a chi: sogna di arrivare in un posto e di poter dire: “Nessuno ha mai visto questo prima di me”, colleziona ritagli di giornale delle missioni spaziali, mima le scenette delle vecchie sit-com;

Sconsigliato a chi: ha un amico che gli confida i suoi incubi peggiori, ricorda con sgomento i compiti di matematica, ha bussato alla porta sbagliata e se ne è pentito.

Ascolti, visioni e letture parallele:

  • Voglia di musica di gran classe? Ascoltate l’album Brian Eno. Apollo: Atmospheres and Soundtracks (1983);

  • Desiderio di approfondire la questione delle astronaute americane beffate dalla NASA? Guardate il documentario Mercury 13 (2018) distribuito da Netflix;

  • Un libro serio, scientificamente inappuntabile e godibile? Vi rimandiamo al già citato Conquistati dalla Luna. Storia di un’attrazione senza tempo di Patrizia Caraveo (Cortina Editore, 2019).

Una frase in una sequenza: “Accettalo ragazza, sto per morire. Almeno la vista è fantastica”. Molly Cobb, smarrita nello spazio dopo un incidente durante un’attività extraveicolare, tranquillizza così la compagna di viaggio Tracy Stevens. La vista è quella della Terra.

 

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