Dolemite is my name

Dolemite is my name **

Piccola leggenda nella comunità afroamericana Rudy Ray Moore è stato per molti anni uno stand up comedian e un cantante, nei locali di Seattle e Los Angeles.

Passati i quarant’anni è costretto a lavorare nel famoso negozio di dischi Dolphin’s Of Hollywood, mentre la sua carriera è ormai ad un punto morto: i suoi numeri vengono ridotti ad appena cinque minuti, tra una performance musicale e l’altra, e non riesce neppure a far suonare i suoi dischi al deejay, che lavora nella radio interna alla Dolphin.

Come spesso accade nelle storie di successo, toccato il fondo, Rudy ha l’idea decisiva: ascoltando le storie raccontate da Rico e dagli altri homeless del ghetto nero, costruisce su di sè il personaggio di Dolemite, a metà strada tra il pappone sboccato, il giocatore d’azzardo e l’antieroe capace di dire tutto, in modo osceno.

Il personaggio ha subito un successo travolgente all’interno del microcosmo underground in cui Moore si esibisce. Su una base jazz e r’n’b, Dolemite recita il suo monologo in rima, con un flow che assomiglia a quello che avrebbe poi adottato, molti anni dopo, il rap.

Il successo dei locali però non è sufficiente e Moore decide così di registrare un album comico, direttamente a casa sua, con gli amici a dare calore alle tracce, come se fossero in un locale.

Nessuno vuole distribuirlo, ma il nostro testardo protagonista decide di fare da sè, creando attorno all’evento un aura di licenziosità proibita, che spinge in alto le vendite semi-clandestine.

Finalmente una casa discografica si accorge di lui e ripubblica il suo disco Eat Out More Often, con una copertina altrettanto audace.

Ma Moore vuole uscire dalla sua piccola nicchia e vede nel cinema il mezzo migliore, per far conoscere il suo personaggio. Girare un film però è molto più costoso e complicato di incidere un disco, ma nulla può fermare Dolemite.

Il film diretto da Craig Brewer (Hustle & Flow, Footloose, oltre a The Shield, Empire in tv) è la ricostruzione di quelle sgangherate riprese amatoriali, che Moore e i suoi amici realizzano con una piccola crew di studenti di UCLA e sotto la regia di un attore, D’Urville Martin, che sino a quel momento si era distinti per un paio di comparsate in Indovina chi viene a cena e Rosemary’s Baby. Nel film lo interpreta Wesley Snipes, al punto più basso della sua lunga carriera.

L’entusiasmo contagioso di Moore non è poi dissimile da quello di Tommy Wiseau, il protagonista di The Room, la cui lavorazione è stata ricostruita, con affetto devoto, da James Franco in The Disaster Artist, un paio d’anni fa.

Sia pure in contesti e anni radicalmente diversi, i due film si assomigliano molto, da un lato enfatizzando la natura artigianale e velleitaria dei progetti originali, dall’altro mostrando ancora una volta come il mito della seconda possibilità sia ancora forte e radicato, almeno nell’immaginario narrativo hollywoodiano.

Al contrario di Wiseau, Moore era comunque un mediocre entertainer. Il suo personaggio, che usava il turpiloquio come unica forma comunicativa, ha avuto probabilmente un ruolo, non solo attraverso il lavoro di altri stand up come Richard Pryor, Redd Foxx e lo stesso Eddie Murphy, ma è stato significativo anche per i pionieri dell’hip hop, come ha confermato Snoop Dog, che si è ritagliato un piccolo ruolo all’interno di Dolemite is my name.

Eddie Murphy, da sempre suo fan, gli dona una certa grazia incosciente e quell’umanità di chi ha toccato il fondo e non se lo dimentica mai. Generoso con gli amici e con il pubblico, il suo Moore è certamente più interessante del personaggio che interpreta, che si presentava così “Dolemite is my name, and f***in’ up motha f***ers is my game!

Ma insomma, stiamo parlando del recupero romantico di attori e film, che appartengono alla serie Z, che possono provocare un culto, oggi, solo nei masochisti del brutto, almeno da questa parte dell’oceano.

L’operazione culturale è spericolata e francamente discutibile e non ha neppure quella precisione filologica e quell’ingaggio psicologico ambiguo, che aveva almeno il film di Franco.

Rudy Ray Moore era un comico e cantante incapace di accettare la propria mediocrità: figlio di quella cultura così americana del successo, come unica misura della propria vita, Moore lo insegue con una tenacia degna di migliore fortuna, tipico self made man inarrestabile.

La sceneggiatura del duo Scott Alexander e Larry Karaszewski è lontanissima da quelle scritte per Ed Wood, Larry Flint, Man on the Moon ormai troppi anni fa: qui non c’è nessuna poetica dell’assurdo, nessun elogio della follia, nessuna riflessione sul talento e sulla sua assenza, sul successo e la sua natura effimera, nessun discorso sul sesso e sui limiti della sua rappresentazione.

Il film tocca solo la superficie e talvolta neppure quella, rannicchiandosi confortevole nello schema del biopic apologetico, che evita ogni zona grigia, ogni punto di vista critico sulla storia, che sta raccontando.

Dolemite is my name rimane lontano anche da una qualsiasi riflessione sul cinema, sui suoi modi di produzione, sulla sua natura. Non ci racconta nulla nemmeno sui meccanismi della risata: se nei suoi show il pubblico sembra ridere con Dolemite, nei suoi film il rapporto cambia e la risata sembra provenire dalla natura in sè ridicola del suo lavoro, dall’amatorialità manifesta dei suoi sforzi.

Brewer sorvola anche su questo meccanismo d’ingaggio comico e non ha neppure il coraggio di mostrare la curva discendente della parabola di successo di Moore.

Siamo all’interno di un microcosmo assai asfittico, di mediocrità dilagante e furba, che strappa a fatica qualche risata, nonostante il tono ribaldo e la dedizione di Eddie Murphy, che dopo la buon accoglienza americana di Dolemite is my name, ha affidato a Brewster anche il sequel de Il principe cerca moglie, uno dei suoi grandi successi anni ’80.

Peccato che, da allora, le uniche grandi interpretazioni di Murphy siano arrivate prestando la sua voce a Ciuchino in Shrek e con un ruolo di secondo piano in Dreamgirls, ormai tredici anni fa.

Il suo sorriso rimane istintivamente simpatico e contagioso, ma le sue scelte artistiche continuano a restare diminutive del suo talento.

Solo su Netflix.

 

 

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