Watchmen: ritmi frenetici, estetica dark, ma manca ancora qualcosa

Watchmen ***

L’attesissima prima stagione di Watchmen inizia in modo spiazzante per lo spettatore che si immaginava di assistere da subito, gettato in una cupa ucronia, ad una lotta senza quartiere tra vigilanti e terroristi mascherati. E invece Damon Lindelof (Lost), la mente di questa serie, inizia con uno dei suoi colpi ad effetto invitandoci ad un matinée dove, in un cinema deserto, un bambino di colore assiste alla proiezione di un western muto, accompagnato dalla musica di un piano, esultando alla vittoria dei buoni e ripetendo le battute scritte sullo schermo.

E’ con particolare enfasi che il bambino grida: “Trust in the law” il motto di Bass Reeves, il primo sceriffo di colore ad ovest del Mississippi. Una figura storica realmente esistita che ha svolto il proprio incarico, con tanto di baffoni e sguardo fiero, tra Arkansan ed Oklahoma, arrestando circa 3000 malviventi ed uccidendone 14 in oltre trent’anni di servizio. Sorprende vederlo all’opera in questo filmato e ancora di più vederlo arrestare, tra gli applausi di tutta la città, un bianco. Siamo nel 1921: Birth of a Nation era stato girato solo 6 anni prima! L’atmosfera rarefatta della sala cinematografica viene incrinata dal pianto della donna che suona il piano: intuiamo che è la madre del piccolo e capiamo che c’è qualcosa che non va. Dopo pochi minuti il bambino si ritrova per strada, in fuga, stretto tra le braccia del padre e scortato dalla madre che ha smesso di suonare ed ha imbracciato un fucile.

Siamo a Tulsa ed è in un corso una folle manifestazione di violenza contro la benestante comunità afroamericana: un episodio poco conosciuto e poco rappresentato della storia americana e costato circa 300 vittime. Durante la fuga in auto tra le vie del quartiere in cui si sta combattendo una vera e propria battaglia (è fedele la ricostruzione in cui ci sono anche gli aerei), il piccolo guarda da un foro aperto da una pallottola i propri genitori, rimasti in un magazzino, saltare in aria, ma riesce comunque ad uscire dalla città in fiamme. Il padre gli ha messo in tasca un foglio con una richiesta significativa “Watch over this boy”.

A tutta questa violenza fa da contrappasso la pace della notte quando il fuggitivo si risveglia in un

campo, avvolto nel buio e circondato da adulti morti: è miracolosamente scampato al ribaltamento della vettura su cui viaggiava, nascosto in un baule. Superato lo stordimento iniziale sente il pianto di un neonato, lo trova e quindi lo porta con sé verso un futuro quanto mai incerto.

Il prologo è quindi spiazzante, ma funzionale a delineare i temi al centro della narrazione, non solo in questo episodio, ma in tutta la stagione: la storia come ripetersi di violenza e sopraffazione dei potenti contro i deboli, la necessità di far fronte comune contro il sopruso, il riemergere periodico del conflitto razziale, il corto circuito di una società in cui i valori professati si scontrano con la necessità di un’efficace protezione dalla violenza, sia essa di razza, di genere o ideologica. E’ una vicenda in cui si respira un individualismo portato fino all’estremo, ma da cui emerge la necessità di immaginare, costruire e difendere una società altra da quella in cui viviamo.

Terminato questo breve prologo la storia fa un salto nel tempo fino al 2019. Siamo sempre a Tulsa, in Oklahoma quando un pick-up viene fermata da una pattuglia della polizia. Finalmente compaiono le maschere: quelle gialle che coprono il viso dei poliziotti e quelle di Rorschach utilizzate dai terroristi. Ci troviamo a circa 30 anni di distanza dalla conclusione della graphic novel del 1986 scritta da Alan Moore ed illustrata da Dave Gibbons che ha destrutturato il canone degli uomini con super poteri (non più belli e buoni, ma fallibili e violenti) aprendo così la strada agli sviluppi narrativi dei comics degli anni successivi ed a capolavori come The Dark Night e Sandman.

Possiamo dire che se in Watchmen (fumetto) la maschera ha smesso di essere qualcosa da esibire, un’icona ed è piuttosto diventata un fardello, in Watchmen (serie) essa rappresenta una protezione resa necessaria dalla deriva della stessa società: dopo la famigerata Notte Bianca, un sanguinoso attacco dei terroristi contro i poliziotti e le loro famiglie, gli uomini delle forze dell’ordine sono costretti ad indossare maschere, passamontagna e bandane per non essere identificati e rischiare la propria vita e quella dei loro cari.

In questo 2019 così uguale, ma pure così diverso dal nostro, Robert Redford è Presidente degli USA, Dr. Manhattan è ancora su Marte, i cellulari non esistono e un gruppo di terroristi chiamati Seventh Kavalry ha ereditato la missione (e la maschera) di Rorschach.

Nel fumetto questo personaggio preferiva rischiare l’apocalisse piuttosto che cedere ad un compromesso: un concetto caro anche a tutti gli estremisti di ieri come di oggi. Dopo un triennio di relativa tranquillità, ora il gruppo terroristico sembra infatti pronto a scatenare una guerra senza esclusione di colpi. Primo obiettivo: la polizia che si trova a combattere una battaglia durissima senza libertà di manovra. Sono proprio le leggi garantiste messe in atto dalla società americana a limitare i poteri della polizia che anche solo per sbloccare un’arma d’ordinanza deve seguire una procedura piuttosto lunga e complessa.

Questo mondo senza speranza si illumina (anche fuor di metafora perché la sua comparsa avviene in pieno giorno) grazie al personaggio di Angela/Sister Night (Regina King): vitale, energica, sotto diversi aspetti rappresenta la forza vitale che emerge nel buio sociale: attorno a lei si coagulano sentimenti positivi come l’amicizia, l’amore, la maternità senza che questo le impedisca di diventare violenza allo stato puro verso le maschere di Rorschach e quello che rappresentano.

Un personaggio dalla prospettiva narrativa notevole, in grado di occupare un ruolo determinane nella parte action come in quella drama della vicenda. Lo show, dopo averci presentato Angela e la sua famiglia ci fa seguire le indagini condotte dal Capo della polizia Judd Crawford (Don Johnson), accompagnando la squadra speciale composta da poliziotti e vigilanti come Sister Night, Red Scare (Andrew Howard) e Looking Glass (Tim Blake Nelson) in un violento assalto ad una fattoria utilizzata dai terroristi come base per la loro attività. C’è anche il tempo per una fugace visita alla dimora di campagna dove Adrian Veidt/Ozymandias (Jeremy Irons) conduce una vita appartata e sociopatica, prima di giungere al finale con cui Damon Lindelof conclude l’episodio pilota proprio come lo aveva iniziato: con un colpo ad effetto.

Dietro alla macchina da presa troviamo una solida professionista come Nicole Kassell che ha messo lo zampino in alcune delle migliori serie degli ultimi anni: Westworld, The Americans, The leftovers. Della sua regia abbiamo apprezzato, oltre alle scene d’azione, asciutte e avvincenti, i movimenti di macchina, in particolare negli spazi chiusi: cinema, teatro, la casa di Angela dove uno straripante Judd/Don Johnson interpreta il musical Oklahoma!, proprio come nelle recite ai tempi del college.

Nella narrazione, dai toni adrenalinici, spiccano alcune sequenze di grande effetto visivo, come il massacro nella fattoria che coinvolge indistintamente uomini e animali o la chiusura che riporta, proprio come l’apertura, ad un distintivo, questa volta insanguinato. Quello che manca (per ora) è invece la capacità di creare caratteri in grado di catalizzare l’attenzione e la simpatia dello spettatore, salvo naturalmente Angela. I personaggi infatti non sono stati ancora delineati e questo limita la capacità negoziale del primo episodio e quindi la capacità di scaldare il cuore dello spettatore, di emozionarlo. Anche la scelta finale di rinunciare così precocemente ad un carattere significativo (almeno dell’episodio) rischia di privare lo spettatore di una significativa opportunità di ingaggio valoriale ed emotivo.

La grafica dello show non è eccessivamente stilizzata e non cede mai al formalismo, il tono cupo è predominante ed anche per questo le scene illuminate risultano spesso quasi accecanti, creando la sensazione di qualcosa di iperrealistico e malato.

In questo primo episodio la musica sembra volutamente scollegata dagli sviluppi drammatici, la colonna sonora di Trent Reznor ed Atticus Ross è spesso straniante e straniata dalle immagini: non vuole accompagnare, ma piuttosto isolare e quindi portare ad una sensazione di dis-agio lo spettatore.

Al di là degli alti e bassi, quello che è rilevante in questo primo episodio è la capacità di Lindelof di creare un mondo distopico ricco di chiavi di lettura in cui mistero e azione sembrano fondersi perfettamente. Ora però è fondamentale vedere cosa accadrà in questo mondo, la coerenza degli eventi e lo spessore dei personaggi. In questa prima puntata gli unici due personaggi con spessore narrativo sono stati Angela ovvero Sister Night e Judd Crawford e dei due uno non ci accompagnerà nelle prossime puntate.

Trasmessa in contemporanea con l’America, in Italia la visione sarà disponibile su Sky ogni lunedì: a livello globale questo primo episodio ha avuto una platea importante, con una media di 800.000 spettatori che lo posizionano al primo posto tra gli episodi pilota via cavo nel 2019. La nuova serie HBO ha fatto registrare poi un totale di 1.5 milioni di visualizzazioni tra le diverse piattaforme su cui era fruibile.

Numeri importanti per un inizio che conferma le aspettative. Ci troviamo di fronte ad un prodotto con ambizioni narrative autonome che affonda, con orgoglio e senza reticenze, le proprie radici nella storia di Moore, ma che vuole andare oltre all’eccellenza della graphic novel. Lo showrunner ha peraltro dichiarato: “Se abbiamo fatto bene il nostro lavoro, gli spettatori potranno avvicinarsi alla serie anche senza sapere niente dell’originale” e la sensazione della prima puntata conferma questo obiettivo, ma conferma anche quanto l’opera di Moore garantisca lo sfondo e sia ripresa, citata, manipolata, edulcorata: è in qualche modo linfa vitale per lo show che però ha l’ambizione di muovere un passo avanti rispetto a quanto già espresso.

Titolo originale: Watchmen – It’s summer and we’re running out of ice
Durata media episodio: 61 minuti
Distribuzione streaming: Sky e Now TV

Genere: Action, drama, mystery, sci-fi

Consigliato: a quanti vogliono affrontare una sfida: la prima puntata ha in sé molti elementi interessanti, ma potrebbe risolversi in un prodotto con molta azione e molta enfasi neurale collegata da poco tessuto narrativo accessibile ad una vera negoziazione per lo spettatore.

Sconsigliato: a quanti si aspettano di ritrovare esattamente lo stesso mondo della novella grafica di Moore e Gibbons e a quanti si sono stancati di mondi paralleli e che quando sentono il termine ucronia pensano ad una malattia venerea.

Visioni parallele:

Watchmen (1986) di Alan Moore ed illustrata da Dave Gibbons. Per curiosità, perché rappresenta un classico del racconto su tavole e perché consente di capire mille sfumature in più dello show.

Leggere Watchmen di Francesco Moriconi, ed. 001, 2016. La guida (quasi) definitiva della graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons per conoscere meglio le fonti, i precedenti, il mondo del fumetto e come questo sia strettamente collegato alla cultura americana.

Un’immagine: facile. Don Johnson che interpreta il cowboy Curly McLain e canta ‘People will say we’re in love’ dal musical Oklahoma! Un mix di nostalgia per il tempo che fugge, affetti familiari, valori americani e socialità positiva di cui si nutre la convivialità e che combatte il buio della notte meglio di tutte le maschere e le armi del mondo.

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