Warrior: dai manoscritti di Bruce Lee alle origini della nazione americana

Warrior **

Ambientata nel tardo ‘800, Warrior racconta la storia di un giovane cinese che si trasferisce a San Francisco con l’obiettivo di ritrovare la sorella e riportarla a casa. Appena sbarcato con altri migliaia di connazionali, Ah Sahm (Andrew Koji, già in Fast & Furious 6) si rende conto di quanto gli americani siano pieni di diffidenza e di odio nei confronti del suo popolo e si vede costretto ad utilizzare le proprie abilità nelle arti marziali per dare una lezione a due agenti della corrotta polizia della città. A seguito delle qualità mostrate nel combattimento con i poliziotti, egli viene arruolato dalla Hop Wei, una delle più potenti Tong attive a Chinatown. Dopo poco però Ah Sahm scopre che la sorella Mai Ling (Dianne Doan, già in Good Trouble) è la compagna di Long Zii, capo di una potente Tong rivale: dopo una pace di diversi anni, tra le due Tong sta per scoppiare una guerra dall’esito incerto per il controllo del mercato dell’oppio. Anche nella vita privata i problemi non mancano: Ah Sahm salva la moglie del sindaco della città da un’aggressione e tra i due si sviluppa una relazione, difficile da gestire quanto pericolosa per entrambi. Sullo sfondo altre trame secondarie si intrecciano con le principali: gli scontri tra cinesi ed irlandesi per assicurarsi un lavoro, la corruzione della polizia, il passato misterioso dell’agente Lee, le ambizioni politiche del sindaco ed il ruolo ambiguo svolto dal suo vice-sindaco, disposto a cavalcare la rabbia della popolazione verso i cinesi pur di acquisire più potere.

La storia prende spunto da un trattamento di otto pagine di Bruce Lee dal titolo Ah Sahm che nel 1972 il canale ABC ha trasformato nella serie TV “Kung Fu”, con David Carradine (già in Kill Bill) come protagonista. La figlia di Bruce, Shannon, ha convinto Cinemax (HBO) ad investire nella realizzazione di una serie più vicina all’idea originaria del padre, un mix di azione e denuncia delle condizioni degli immigrati cinesi basato su uno sfondo storico credibile ed ispirato a fatti realmente accaduti, come la guerra tra le Tong che si è sviluppata tra il 1880 ed il 1913. I temi della xenofobia e della paura del diverso devono essere sembrati di grande attualità ai produttori, Jonathan Tropper (Banshee) e Justin Lin.

Warrior è uno show per molti aspetti di pregevole fattura, godibile ed immersivo, ma non ci ha convinto perché troppo debole in fase di scrittura.

Tra le qualità risalta la capacità di descrivere con cura un particolare periodo storico, per molti aspetti un crogiuolo in cui forze diverse e divergenti si sono mescolate gettando le basi della futura società americana. Negli anni 70 del 1800 non esiste una nazione, ma piuttosto ci sono interessi che uniscono o dividono i diversi gruppi sociali ed etnici portatori di interessi. La divisione in gang (Tong) era tutt’altro che un semplice strumento di attività criminale, ma ingenerava un forte e profondo senso di appartenenza, come ci hanno dimostrato anche altre opere ambientate nello stesso periodo: pensiamo soprattutto a Gangs of New York realizzato da Martin Scorsese basandosi sul libro di Herbert Asbury. L’intento di Scorsese era rappresentare la violenza e la complessità di spinte che si celavano dietro alla nascita della nazione americana: il lancio del film aveva come motto “L’America è nata nelle strade”. Warrior di fatto conferma la chiave di lettura data da Gang of New York, ma la violenza acquisisce una più marcata sfumatura di avversione razziale. Il tema dell’identità è al centro del racconto, come dimostra Young Jun (il figlio di Father Jun interpretato da Jason Tobin, già in Better Luck Tomorrow), quando, parlando si sé, dice con imbarazzo: “Sono un cinese che non ha mai visto la Cina”. La stessa cosa potrebbe dirsi di molti altri immigrati in un periodo in cui diverse identità coesistevano senza una reale integrazione. Le feste tradizionali, come il Capodanno Cinese o il St. Patrick day, erano come svuotate, riproduzioni senza la forza e nemmeno la pregnanza degli originali. I cinesi più degli altri sembravano subire il giogo dello sfruttamento: l’affascinante maitresse Ah Toy, parlando con Ah Sahm sintetizza il desiderio di rivincita che animava molti: “Siamo un popolo di guerrieri, non di schiavi”.

Immersiva la ricostruzione di San Francisco ed in particolare di Chinatown. La scelta di scandagliare un determinato periodo storico che abbiamo visto sempre (o quasi) rappresentato sulla costa occidentale, in particolare a New York, ambientando le vicende sulla costa orientale, A San Francisco appunto, ci è sembrata interessante. Se il porto principale per gli arrivi dall’occidente era NY, per quelli dai Paesi Asiatici non poteva che essere San Francisco. Se nella grande mela lo scontro era soprattutto tra italiani ed irlandesi, nella città d’oro (soprannome derivato dal Golden Gate Bridge) gli antagonisti principali degli irlandesi erano i cinesi. La macchina da presa che accompagna i membri delle Tong nelle loro perlustrazioni e nella quotidiana “riscossione tributi” ci permette di toccare con mano le frenetiche attività commerciali diurne e di respirare l’aria licenziosa e claustrofobica che si diffondeva tra i vicoli di Chinatown al calar del sole.

La fotografia accompagna queste variazioni, attenta a rendere le differenze tra le stanze luminose dei ristoranti e delle abitazioni della zona più ricca (e bianca) della città e l’oscurità dove avvengono le attività illecite ed i combattimenti, nei quartieri degli immigrati dove il buio domina anche negli interni delle case sovraffollate di umanità. Come da prassi del genere, ampio spazio è dedicato alle scene di combattimenti, sempre fluidi e ben dosati: lo sviluppo drammatico non viene limitato dalle scene di lotta e dagli scontri, spesso molto cruenti, che spaziano dalle arti marziali al pugilato, dalla lotta con la spada alla rissa da pub. Anche la tipologia di riprese cambia, contribuendo a dare ad ogni combattimento un forte senso di varietà: dietro alla macchina da presa del resto c’è uno specialista dell’azione, Jonathan Tropper, già regista di passati (e futuri) Fast & Furious.

La cura dei dettagli è dimostrata anche dai costumi: l’abbigliamento delle protagoniste in particolare è di grande impatto e conferma la sensazione di essere di fronte ad un prodotto di qualità, soprattutto visiva.

Veniamo ora agli aspetti meno riusciti. Guardando all’insieme degli episodi si registra una certa dissonanza tra alcuni, quasi perfetti per sintesi ed efficacia ed altri che invece sembrano meno compiuti. Il materiale narrativo meritava più sviluppo, più tempo, più attenzione. In particolare la chiusura è troppo affrettata ed i cambiamenti di Ah Sahm non sembrano convincenti così come del resto le motivazioni che lo hanno spinto a raggiungere la sorella in America non sono state oggetto di una vera e propria analisi in nessuno dei dieci episodi. C’è un flashback che racconta la formazione di Ah Sahm nelle arti marziali e che coinvolge anche la sorella, ma è molto pettinato e sembra piuttosto un passaggio dovuto e tipico del genere (rapporto maestro-discepolo) che una necessità narrativa. Insomma lo sviluppo del protagonista è debole, soprattutto negli snodi cruciali. Ma non è l’unico: valutazioni analoghe si potrebbero fare anche per altri personaggi. Si pensi ad Ah Toy (Olivia Cheng già in Marco Polo): la sua abilità con la spada: da dove viene? Quale passato l’ha portata in America e perché dirige una casa di appuntamenti dedicandosi a tempo perso a compiere stragi notturne di ‘anatre’ (cioè uomini bianchi)? Il suo personaggio, a tratti misterioso, sembra impegnato nello sviluppo di un preciso piano che però non incontra il cuore e la mente dello spettatore se non in sporadiche occasioni, come quando parlando con Ah Sahm dichiara che “E’ nei bar e nei bordelli che sono iniziate le rivoluzioni”.

La domanda nasce spontanea: come può una serie che ha a disposizione circa 500 minuti cadere proprio su aspetti decisivi come lo sviluppo del carattere principale? La risposta è: un pessimo dosaggio dei tempi narrativi. Una puntata di per sé chiusa e per molti aspetti notevole come la quinta, il momento western The blood and the sh*t, rappresenta ad esempio un’occasione sprecata per sviluppare i caratteri. Questo detour western, per quanto piacevole, ha ulteriormente sottratto tempo all’approfondimento e all’introspezione così come le trame secondarie hanno moltiplicato i punti focali, creando confusione e lasciando l’insieme sfocato: uno show di qualità non può permettersi questi passaggi a vuoto.

Soprattutto tenendo conto del fatto che, al termine delle dieci puntate, il racconto resta aperto in attesa della già annunciata seconda stagione.

Titolo originale: Warrior
Numero degli episodi: 10
Durata media ad episodio: 50 minuti
Distribuzione streaming: Sky

CONSIGLIATO: A chi cerca una visione coinvolgente e che ha sempre amato i film di arti marziali, ma ha spesso criticato l’eccessivo peso dato all’azione rispetto allo sviluppo drammatico: qui il bilanciamento, anche grazie ai tempi lunghi offerti dalla serialità, è ben fatto.

SCONSIGLIATO: A quanti amano personaggi a tutto tondo e sviluppi narrativi articolati: alla fine i protagonisti restano piuttosto piatti e la loro personalità è poco sviluppata. Inoltre il finale è così aperto da sembrare il lancio della nuova stagione.

VISIONI PARALLELE:

Gangs of New York, beh ne abbiamo già parlato nell’articolo.

Deadwood, Questa serie, ambientata sul finire dell’Ottocento in South Dakota racconta le vicende della piccola cittadina di Deadwood in cui la corruzione ed il crimine la fanno da padroni sullo sfondo della corsa all’oro. La cura per la scenografia ed i costumi, la perfetta ambientazione western, il ritmo narrativo avvincente, i dialoghi taglienti e mai banali e la grande interpretazione di Ian McShane (vincitore del Golden Globe per il ruolo di Al Swearengen) rendono questa serie targata HBO un vero cult.

Articolata in tre stagioni da dodici episodi l’una, Deadwood è stata rilasciata tra il 2004 ed il 2006.

Di recente la serie è diventata un film (2019)

American Gods quando parliamo di identità e di America, questa serie merita sempre una citazione, per quanto molto distante per temi e modalità rappresentative.

UN’IMMAGINE: L’iconica sigla introduttiva che, sfruttando un motivetto incalzante, resta facilmente nella mente dello spettatore.

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