Che Dio ci perdoni

Che Dio ci perdoni **1/2

Il terzo film del madrileno Rodrigo Sorogoyen arriva dopo l’esordio in co-regia di 8 citas (2008), una commedia romantica a episodi ambientata nella capitale, e il successivo Stockholm (2013), una storia d’amore sullo stile di Prima dell’alba, il primo film spagnolo realizzato in crowdfunding.

Il successo di Stockholm, consacrato da tre candidature ai premi Goya, consente a Sorogoyen di lavorare finalmente con una vera produzione: Che Dio ci perdoni è un poliziesco ambientato a Madrid nel 2011, nei giorni della visita di Benedetto XVI nella capitale spagnola.

Con la polizia distratta dalla sicurezza del Papa e dalle manifestazioni antagoniste, gli ispettori Velarde e Alfaro sono impegnati con il brutale omicidio di un’anziana signora,  violentata prima di essere scaraventata già dalle scale del palazzo dove viveva.

Quando le vittime diventano due e poi una terza precedente, viene ricondotta allo stesso modus operandi, i superiori dei due ispettori non vogliono che la psicosi da serial killer, aggiunga altra tensione in una città già provata dall’emergenza.

Velarde è piccolo, solitario, affetto da balbuzie, ma metodico, intuitivo e capace di mettere assieme le prove fino a ricostruire un possibile identikit dell’omicida.

Alfaro è invece l’esatto opposto. Sposato con moglie e figlia, violento e manesco è sotto indagine interna, per aver pestato un altro agente.

Si ritroveranno entrambi soli, ad un certo punto della storia, indifesi nella loro vita privata, quanto impotenti nel loro lavoro d’indagine.

Pur all’interno di una cornice già molto utilizzata nel corso dell’ultimo quarto di secolo, il film Sorogoyen ha spunti di originalità interessanti sia nella descrizione psicologica dei personaggi, sia nel contesto urbano all’interno del quale si sviluppa l’indagine.

Più prevedibile invece la struttura puramente di genere con la divisione della coppia, la sua ricomposizione temporanea e il passaggio di testimone dal più forte al più debole.

Nel frattempo l’ossessione monta e stravolge il più mite dei due protagonisti, fino a spingerlo a travisare il proprio ruolo.

Interessanti alcuni personaggi che sembrano ai margini del racconto, come l’operaia della ditta di pulizie, di cui Velarde si invaghisce, la figlia di Alfaro, l’anatomo patologo, lo stesso killer, che scopriamo solo nella seconda parte del film: segno di una scrittura solida, puntuale, che Sorogoyen ha condiviso come al solito con Isabel Pena.

Come sempre inquietante Antonio de la Torre nei panni dell’ispettore Velarde, mentre Roberto Alamo è l’animalesco Alfaro, suo angelo custode sulle scene del crimine.

Complessivamente Che Dio ci perdoni è il film meno personale di Sorogoyen e quello più vicino al racconto di genere, ma resta un lavoro di grande professionalità, ottima direzione d’attori e buon intrattenimento.

Da recuperare, grazie a Movies Inspired che lo ha distribuito in Italia in homevideo.

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