Le cronache di Arthdal: un kolossal coreano che fatica a scaldare il cuore…

Le cronache di Arthdal ***

Le cronache di Arthdal ci racconta una spietata lotta per il potere avvenuta in un tempo mitico, alle origini della civiltà coreana. Numerose tribù si sono federate, condividendo così le rispettive abilità e acquisendo le forze militari per conquistare nuovi territori: capaci di coltivare, di fondere i metalli, di allevare gli animali i membri dell’Unione di Arthdal, i Saram, rappresentano la civiltà (apparentemente) più avanzata dell’epoca e non esitano a sterminare le altre razze, come i Naeanthal (uomini di straordinaria forza, dagli occhi azzurri e dal sangue blu) ed i mezzo sangue nati da un Naeanthal e da un Saram, gli Igutu (meno forti dei Naeanthal, ma più dei Saram, essi hanno sangue viola). L’opera di conquista e di distruzione dei nemici viene condotta dalle truppe scelte dell’Unione, guidate dal prode e astuto Ta Gon (Jang Dong-Gun, già in Rampant) del clan Saenyeok le cui qualità sono pari solo all’ambizione di governare tutte le tribù di Arthdal come sovrano assoluto. In un sistema politico fatto di pesi e contrappesi (per quanto semplici) e di divisione delle cariche tra i capo clan, il desiderio di Ta Gon di concentrare tutto il potere nelle proprie mani trova la ferma opposizione del Gran Sacerdote Asa Rohn e del clan Asa che da sempre custodisce le abilità psichiche necessarie per interpretare le profezie degli dei.

Tra gli Igutu, interamente sterminati, si sono salvati due gemelli destinati ad avere un ruolo importante per le vicende di Arthdal: Eun Som (Song Joong-Ki, già apprezzato in I discendenti del sole) e Saya; il primo, scappato con la madre all’epoca delle Guerre tra i Saram ed i Naeanthal, è cresciuto nella bella e selvaggia Iark, in mezzo al popolo Wahan, il secondo invece, raccolto nella foresta proprio da Ta Gon è stato allevato nella capitale in gran segreto, rinchiuso in una parte di città inaccessibile alle persone comuni. Quando il popolo Wahan di Eun Som viene catturato dagli uomini di Arthdal, si innesca un’escalation di azione drammatica che porta i due gemelli al centro della scena, mentre attorno a loro la lotta per il potere si fa ancora più aspra e coinvolge anche Tan Ya (Kim Ji-Won anche lei in I discendenti del sole) erede della Grande Madre del popolo libero di Wahan: la ragazza scopre di avere sangue Asa e di poter quindi ambire alla carica di Gran Sacerdotessa di Arthdal, sparigliando così le carte nello scontro tra Ta Gon e Asa Ron.

Come avete capito siamo di fronte ad una trama complessa che presenta diversi piani di lettura, alcuni dei quali connessi con la mitologia delle origini della civiltà coreana. Lo Stato Coreano sarebbe stato fondato da Dangun, nato dal matrimonio tra un Dio fattosi umano (Hwanung) e un’orsa divenuta donna (Ungnyeo). Secondo il mito infatti il Dio Hwanung, uno dei figli del cielo, sceso sulla Terra, instaurò nella Penisola Coreana una forma di età dell’oro. Un’ orsa e una tigre che vivevano in una delle caverne del regno di Hwanung, vollero diventare esseri umani e quindi cominciarono a pregare giorno e notte il Dio affinché esaudisse il loro desiderio. Hwanung decise di concedergli la possibilità di diventare umani se avessero superato una prova: i due animali avrebbero dovuto passare 100 giorni in una caverna con nient’altro che una manciata di spicchi d’aglio e artemisia come sostentamento.

Se fossero riusciti a resistere senza uscire dalla caverna, superando quindi i loro istinti, si sarebbero trasformati in esseri umani. Entrambi gli animali accettarono la sfida. Dopo pochi giorni però la tigre, assalita dalla fame, si arrese e lasciò la caverna, mentre l’orsa, che era determinata a diventare umana, seguì diligentemente le istruzioni di Hwanung. Dopo 100 giorni quindi l’orsa si trasformò un una bellissima donna e ricevette il nome di Ungnyeo, la madre di Dangun appunto. Una volta cresciuto, Dangun fondò Gojeoson, l’antica Corea, nel 2333 a.c. e stabilì la capitale dello Stato a Pyeongyang, nell’attuale Corea del Nord: l’eroe simboleggia al meglio la razza umana essendo nato dall’incontro tra uno Spirito divino e un animale civilizzato. Echi del mito sono ravvisabili nelle Cronache, ad esempio nell’abbigliamento e negli orpelli (teschi e maschere) che i Saram e i Naeanthal portano con sé nel loro primo conciliabolo al termine del quale scoppierà la guerra. Non è un caso che il capo dei Saram, Sanung Niruha indossi una maschera a forma d’orso. Il termine Saram poi in coreano significa proprio umano/persona.

Le cronache si presentano quindi come un’opera fantasy monumentale che affronta un periodo storico, cioè la fondazione della civiltà coreana, che poche volte è stato oggetto di rappresentazione nei K-Dramas che invece si sono più spesso soffermati sul periodo Joseon (1392-1910 d.C.) o su quello precedente, Goryeo (936-1392 d.C.). Per le ore di riprese, per il costo della produzione, per l’ampia distribuzione e più in generale per il tono epico magniloquente, la serie sembra volersi confrontare con le grandi produzioni occidentali ed in particolare con il Trono di Spade.

Un’analogia con la serie HBO è la rilevanza che ha il tema del potere, trattato però in modi differenti: se nel Trono di Spade l’appartenenza ad una Casa era comunque un vincolo molto forte ed identitario, sia a livello comportamentale che di alleanze, ad Arthdal invece la lotta per il potere è davvero senza esclusione di colpi. Figli uccidono padri e padri non esitano ad utilizzare figlie come spie-prostitute: è saltato ogni tipo di legame che non sia quello prettamente utilitaristico. Non c’è spazio per altri sentimenti: anche la fedeltà e l’amicizia contano poco e la dissimulazione sembra essere l’unica arte veramente importante per sopravvivere. Un mondo più monocromo rispetto a quello raffigurato nel Trono, dove invece le differenze erano ben marcate ed era proprio per quelle differenze che si finiva per identificarsi con un personaggio o con una Casa.

Un altro tema rilevante, ma questa volta proprio delle Cronache, è il rapporto con la Natura. Tra l’Unione e il Popolo libero di Wahan c’è una sostanziale differenza: il rispetto degli spiriti presenti negli animali, nelle piante, nella Natura che la civilizzata Arthdal ha dimenticato e rimosso. Se l’Unione vuole piegare la natura, i Wahan invece pensano che sia la natura a donarsi agli uomini e quindi la rispettano e cercano di integrasi al meglio con gli altri esseri viventi. Il contatto con la natura va di pari passo con il dovere di attuare un destino, quello contenuto nel proprio nome e quindi realizzare pienamente il proprio percorso di vita all’interno della comunità.

Ci sono forze psichiche in questo processo, non si tratta solo di un facile buonismo ecologico, peraltro di attualità nel dibattito politico asiatico: si pensi alla crescente attenzione per l’ambiente che sta dimostrando la Cina, compiendo un’inversione di tendenza rispetto a pochi anni fa. Strettamente connesse a questo tema sono le questioni sulla civilizzazione e sulla superiorità di una civiltà sull’altra: un popolo che conquista e che si espande, anche fino ai confini del mondo conosciuto, non è necessariamente più evoluto di un altro, sebbene sconfitto, marginalizzato o addirittura estinto. Seguendo questo percorso intellettuale viene da chiedersi quanto le conquiste tecniche siano rilevanti nell’evoluzione dell’umanità nella sua interezza: l’ammirazione per la capacità di fondere il bronzo o di coltivare i campi dura poco agli occhi dei Wahan proprio come agli occhi dello spettatore.

Quello che fa la differenza è l’uso che si fa di una tecnologia, le modalità con cui essa si integra nel rispetto della natura e delle persone, il fatto che garantisca un benessere diffuso e non esclusivo, che stimoli la vita psichica dell’uomo e che non lo inaridisca. Ma al di là delle prese di posizione sul rapporto tra tecnologia e uomo è rilevante come la serie riesca a raccontare il concorrere di diverse forze allo sviluppo della civiltà umana. Forze composite che è riduttivo definire in termini dualisitici del tipo positivo/negativo, ma che certamente possono assumere un aspetto distruttivo se non integrate in un sistema equilibrato.

Infine il tema dell’integrazione e della tolleranza verso il diverso, verso l’altro che è, insieme alla fame di potere, al centro della vicenda. Tutti coloro che aspirano a raggiungere il potere si muovono su questo crinale, in equilibrio tra il desiderio e la necessità, tra l’affermazione di una volontà ed i vincoli di una appartenenza. Del resto il desiderio di distruggere sistematicamente le altre razze nasce nei Saram dalla consapevolezza della propria inferiorità in termini di forza, di bellezza e di capacità psichiche: sia gli Igutu che i Naeanthal infatti sanno sognare, mentre a loro questa possibilità resta preclusa.

Il razzismo trova la sua più aspra e radicale sconfessione nello sviluppo della vicenda che fa degli Igutu sopravvissuti allo sterminio i veri protagonisti. Non sono i bastardi, come nel Trono, a guadagnarsi una posizione nella società, ma è una razza giudicata inferiore, odiata e temuta anche dopo lo sterminio a rivendicare il proprio diritto ad esistere e quindi a cercare di integrare nella società quello che era stato espulso.

La serie si presenta tecnicamente di pregevole fattura: la regia è affidata a Kim Won Seok che con My Mister ha da poco ottenuto il titolo di Best Drama 2019 ai Baeksang Awards, la fotografia è di grande efficacia drammatica, la musica contribuisce al tono epico accompagnando gli snodi cruciali: tutto insomma conferma quella perizia tecnica e quella cura formale delle serie coreane che ha pochi eguali nel panorama internazionale.

L’inizio, come spesso accade nel genere storico-fantasy, è dedicato alla conoscenza dei protagonisti e al racconto di un mondo: in questo caso è particolarmente lento ed è necessario attendere qualche episodio prima che la storia inizi a correre. L’impegno di visione è significativo: si tratta di 18 episodi della durata superiore all’ora e in diverse occasioni viene da chiedersi se alcune introspezioni non fossero eliminabili, magari per consentire migliore sviluppo di quei caratteri che restano piuttosto piatti (ad esempio la serva tuttofare di Taelha).

Ci sono poi momenti in cui i protagonisti compiono scelte radicali di schieramento che risentono della mancanza di un’adeguata preparazione psicologica, e risultano così nel complesso poco credibili. Se confrontata con la scrittura di Kingdom, così essenziale, ma pure ricca di sfumature, la sensazione è che i tempi lunghi non siano stati sfruttati appieno.

Ma al di là del ritmo e dello sviluppo di alcuni personaggi quello che manca per lunghi tratti è la capacità di coinvolgere lo spettatore nelle vicende dei protagonisti fino a renderlo davvero parte della lotta. Alla fine del Trono di Spade ti ritrovavi, quasi senza accorgertene, un tifoso sfegatato di questo o quel personaggio, qui è più difficile negoziare con i protagonisti.

La serie è articolata in tre archi narrativi che potremo vedere interamente entro la fine dell’anno. Netflix ha rilasciato finora 12 episodi sui 18 complessivi. Al termine della visione di questi primi due step si ha la sensazione che la storia abbia cambiato marcia e che possa procedere, esaurita la fase descrittiva di immersione nel mondo di Arthdal, con lo stesso ritmo incalzante per i prossimi episodi, rilasciati a partire dal 17 Settembre.

Titolo originale: Arthdal Chronicles
Numero degli episodi: 12 (prima e seconda parte già distribuite), 18 complessivi
Durata media ad episodio: 80 minuti
Distribuzione streaming: Netflix

CONSIGLIATO: A chi ama i drammi storico-fantasy, la raffinatezza formale della produzione televisiva coreana ed è disposto a cimentarsi con una visione stimolante che solleva temi in parte analoghi ed in parte innovativi rispetto al Trono di spade.

SCONSIGLIATO: A chi non ha voglia di investire parecchie ore in una visione che richiede un discreto impegno per seguire la trama e una buona dose di pazienza per attendere che il motore arrivi a dare il massimo. La serie è rilasciata solo in lingua originale con sottotitoli.

VISIONI PARALLELE: Kingdom serie coreana tra le migliori nel panorama del 2019. Un horror originale che sfrutta al meglio le contaminazioni tra la poderosa macchina commerciale dei k-dramas e la tradizione tematica degli horror occidentali. La storia del giovane principe Chang e della sua lotta per il potere e per difendere la Corea dall’attacco degli zombie è da non perdere.

UN’IMMAGINE: Eu seum chiede a Tan Ya di dargli un nome, di dargli qualcosa per andare avanti. Lei, trascinata dalle catene e dalla violenza dei Saram gli grida “Sogno. Ecco il nome che volevi. Sogno perché tu sei il mio sogno, il sogno dei Waham”. E’ qualcosa di più di una dichiarazione d’amore in stile melò, dare un nome ha un valore poietico nella cultura del popolo Waham e rappresenta un legame indistruttibile con la Natura.

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