Fosse/Verdon: la coppia che ha cambiato Broadway

Fosse/Verdon ***

Fosse/Verdon è un biopic su due fantastici protagonisti dello spettacolo, oggi poco ricordati nonostante l’aria di revival imperante su molti fronti. Prima riflessione scherzosa, ma non troppo: c’è da chiedersi cosa ne sarebbe stato della carriera di Bob Fosse se questi avesse tentato di imporsi oggi, all’epoca del movimento #MetToo.

Gli strali del femminismo militante e le tagliole del politically correct avrebbero sicuramente intralciato, non solo in senso metaforico, i passi del grande coreografo di Chicago, ingordo di musica, di teatro, di danza, di vita da palcoscenico e, appunto, di sesso. La serie FX non occulta, non può occultare, la tendenza compulsiva all’adulterio di Fosse. Gli otto episodi ruotano attorno all’egocentrismo e all’egotismo spinto del protagonista maschile, uomo innamorato del proprio talento e parimenti insicuro, fragile, incapace il più delle volte di prendere la minima decisione senza l’apporto critico del suo alter ego femminile, Gwen Verdon, moglie, compagna, amica, nemica, complice e stella luminosa della scena di Broadway.

Sarebbe possibile immaginare un Bob Fosse geniale e, insieme, ripulito dai propri eccessi? Probabilmente no. Il suo vertiginoso libertinismo, un dato che si evince bene dalla serie, è solo il petalo di una corolla composta da atteggiamenti ugualmente nefasti e inestirpabili. La sua tendenza autodistruttiva affiora ovunque, dall’abuso di farmaci e stimolanti al rifiuto di stabilire un rapporto collaborativo ed empatico con gli attori, compresi i più grandi (vedi le rimostranze verso le performance, pure strepitose, di Dustin Hoffman in Lenny).

Uomo incline ad un truce maschilismo? Artista compiaciuto della propria posizione, al pari di un gretto datore di lavoro? Macché. Fosse è un uomo istintivo, vorace e impossibile da gestire, stakanovista e contraddittorio. Prendere o lasciare. Piacere e dolore nel Fosse uomo/artista si confondono. Fosse è ritratto nel ridurre il prossimo a elemento funzionale ai propri desideri: un egoismo che rinvia sempre ad un disegno superiore. Nessuna considerazione può invogliarci a giustificare comportamenti obiettivamente riprovevoli, ma nessun moralismo d’accatto può intaccare, nemmeno di un grammo, la solennità di opere teatrali e cinematografiche che valsero al ballerino (quasi) erede di Fred Astaire ben nove Tony Awards, la più alta onorificenza per il teatro annualmente prodotto nella mecca di Broadway, un Oscar come miglior regista, un Emmy Award e la Palma d’oro a Cannes.

E Gwen Verdon? Forse la pecca maggiore della serie, ottima nel complesso, sta nel non aver insistito su di lei, donna tenace, performer eccezionale del genere musical, sia in termini di danza che di canto, in grado di scalare i vertici delle maggiori produzioni newyorchesi e di fare incetta dei consensi entusiastici della critica, opportuno rimarcare questo punto, anche a prescindere dall’ingombrante presenza del fedifrago marito.

Nel settimo e penultimo episodio un’attonita Gwen, davanti ai dubbi manifestati da Bob rispetto all’esigenza, da lei sentitissima, di cantare e ballare da sola il finale di Chicago, poiché, a detta del genio maschile della coppia, in due sarebbe “meglio per lo show”, spiattella con precisione chirurgica, davanti ai fidati collaboratori, una sequenza di eventi accaduti, i fatti di una vita, la genesi di una professione. “Meglio per lo show? È davvero questo ciò che pensi? Ti dico io cosa sarebbe stato meglio per lo show. Aprire quattro mesi fa con un regista determinato a non farlo diventare due ore di sofferenza per gli spettatori… Certo, ci stai facendo un gran favore, è un enorme favore che fai a tutti noi. Proprio come salvarti la vita è stato un favore e non lasciare che ti rimpiazzassero è stato un favore. Non perdere un solo membro della compagnia è un favore, e poi c’è il favore dei favori in assoluto, ovvero la tua fottuta carriera”.

Da Damn Yankees in poi, chi ha preso l’altro sulle spalle? Chi ha salvato il partner dal baratro del probabile fallimento? Fosse, reduce da un attacco di cuore, ascolta e attende serafico l’occasione, il kairos, per confermare le sue argomentazioni. Attenzione: confermare, non ribaltare dialetticamente. Fosse dimostra di saper vedere lontano, lontanissimo, oltre la rabbia o la delusione altrui, e di possedere un’arma micidiale: la capacità di incantare gli interlocutori sulla base di un’intelligenza seducente, superiore, manipolativa, orientata all’obiettivo.

Fosse non litiga mai, persuade sempre e tutto ciò che tocca lo trasforma in oro. Ogni svantaggio iniziale, debolezza, handicap diviene opportunità e condizione per una battaglia creativa all’ultimo sangue. Bob e Gwen non si separano mai ufficialmente, anche se conducono vite autonome, ognuno con i rispettivi compagni. Lui, pubblicamente legato per sei anni ad un’altra straordinaria ballerina, Ann Reinking, riesce a preservare la simbiosi con lei, la legale consorte, nonostante l’accumularsi dei risentimenti.

Fosse/Verdon propone una narrazione aderente alla verità storica, ma non conseguenziale in senso stretto. Ogni segmento delle vicende umane e professionali è introdotto da una sorta di remainder, un avviso che espone la misura relativa dello scorrere del tempo: tot giorni, mesi, anni prima o dopo l’accadimento di qualcosa, una scoperta, un premio, un problema di salute… Gli avvenimenti, spesso concatenati in sequenze che disciplinano l’evoluzione dei fatti (la maternità tormentata di Gwen, l’educazione sentimentale di Bob, il connubio tra spettacolo e morte nell’esperienza di entrambi), sono incastrati in blocchi tematici.

A tratti, sembra che l’aspirazione degli ideatori, Steven Levenson e Thomas Kail, consista nell’imitare lo stile di montaggio peculiare di Bob Fosse, rapsodico, intuitivo, di impostazione maniacalmente coreografica, caratterizzato da stacchi repentini su singoli volti, smorfie e gestualità, a segnalare una volontà di inclusione dei dettagli posti ai margini del quadro principale. Qui, nella serie, riaffiora in parte tale tecnica, autoriale e meravigliosamente desueta, imperniata sull’escamotage classico dei flashback. Lampi di coscienza, memorie moleste e repentine epifanie indicano strappi nella coscienza dei singoli. Angoli nascosti sono così illuminati e il quotidiano è annodato alle fratture dolorose del passato.

Il coreografo e regista sviluppa una passione di ascendenza felliniana per i losers e per le maschere. Bob Fosse, a causa una calvizie che lo infastidisce, indossa regolarmente cappelli, una stranezza per gli standard classici, che diviene presto un brand distintivo, e sfrutta le sue ginocchia storte per inventare nuovi passi e figure innovative, ispirate al jazz e a molti altri generi “minori” che fanno la loro comparsa, un evento, nella costruzione della danza.

Ma ciò che lo rende un autore imprescindibile e gli assicura un posto imperituro nella storia del teatro e del cinema è il suo desiderio di ibridare musica e dramma. Fosse accetta di descrivere la realtà nelle sue sfumature più tristi e dure, un tentativo giocato contro la tradizione del disimpegno tipica di una certa Broadway, prona davanti all’altare del divertimento puro: un leitmotiv della serie.

Bob Fosse, autore anomalo e refrattario alle mode, assorbe le suggestioni della New Hollywood anni Settanta e può essere accostato, quantomeno per l’indipendenza dimostrata nei confronti dello show business, all’estro solitario di John Cassavetes. Emblematico è Cabaret, capolavoro del 1972 con una stratosferica Liza Minnelli, uno dei film più importanti di sempre sull’avvento del nazismo. L’innocente allegria del musical è smantellata, a vantaggio di una ricognizione libera e disincantata di uno dei peggiori momenti della Storia.

L’invenzione coreutica, l’esasperazione barocca delle luci e le liriche confezionate da John Kander e Fred Ebb conferiscono al realismo della pellicola uno spessore grottesco, una magia sinistra. Fosse, in Germania per le riprese, allaccia una relazione (l’ennesima) con una donna, stavolta un’interprete cui promette eterno amore. Gwen, agnello sacrificale, compie perfino una missione di 72 ore, andata e ritorno da NYC, solo per recuperare il celebre costume della scimmia, utilizzato sulle note di If I could see her.

È straziante pensare alla docile, innamorata Gwen mentre bussa alla porta dell’amato, steso nel letto in compagnia dell’amante, una scena troncata nell’istante decisivo, lasciandoci così in balia dell’immaginazione. A lei va la nostra incondizionata simpatia e solidarietà, a lui tocca un sincero giudizio negativo, di ripulsa, che però non lava via l’impressione di trovarci al cospetto di un uomo agito da impulsi non del tutto controllabili, da un demone imperscrutabile dalle molteplici sfaccettature.

Fosse e Verdon provengono da umili origini. L’ambiente familiare è per entrambi ostile. A 13 anni lui esordisce come ballerino in un club di quarta categoria, si fa le ossa nel delirio del burlesque e perde la verginità per l’interessamento, tanto simile a uno stupro, di attempate ballerine. Lei resta incinta, giovanissima, di un “piccolo bastardo”, come lo chiama il nonno degenere. Il matrimonio riparatore sfocia nell’infelicità totale. Del figlio maschio, almeno nella serie, si perdono le tracce.

Durante la seconda guerra mondiale lui si esibisce in numeri da avanspettacolo di fronte a giovanissimi mutilati e invalidi. Fosse abbraccia un vitalismo malinconico che lo trascina nel baratro di molte dipendenze. Amore, morte, sesso, gioia, follia e sofferenza si fondono in una percezione non ottimistica dell’esistenza. Lei cresce nella speranza di una nuova gravidanza. Dopo vari tentativi andati a vuoto, hanno una figlia, Nicole, che da adolescente cede al richiamo delle droghe. Non è esagerato affermare che Fosse/Verdon, attraverso l’espediente biopic, copra un pezzo di storia americana. L’American Dream, la traversata dalla miseria alla gloria, è qui ricapitolata con puntualità, scolpita negli errori e nei trionfi di due personaggi fuori dagli schemi.

Non a caso Fosse vede in Lenny Bruce un simbolo di libertà assoluta, e nel suo “non far ridere” gli spettatori un esempio di autentica satira dissacrante. Niente è più serio del cabaret. Il suo amico fraterno Paddy Chayefsky, drammaturgo, tre volte premio Oscar per la miglior sceneggiatura, liberal ebreo, stigmatizza il presunto antisemitismo di Bruce, ma Fosse non si lascia dissuadere e, forte di una volontà più salda delle opinioni contrarie, trasferisce in una pellicola memorabile le intemperanze del comico stroncato dalla morfina a 41 anni.

Sam Rockwell e Michelle Williams, attori in forma sensazionale, compiono un miracolo. Il lavoro sul corpo, sulle gambe, sulle braccia, sulla torsione del collo, sulla flessione dei nervi, realizza un connubio di perfezione attoriale e atletica, una sintesi di bravura offerta in dono allo spettatore. L’affiatamento reciproco è sorprendente. Anche Norbert Leo Butz, Bianca Marroquin e Margaret Qualley, quest’ultima figlia d’arte (la madre è Andie MacDowell), per citare alcuni interpreti ricorrenti, entrano con sicura grazia tra le maglie del racconto. Rockwell e Williams restano però i protagonisti indiscussi ed il merito dei due sta anche nell’aver reso, doppia mimesis, gli originali e contemporaneamente il loro specchio.

Perché Fosse/Verdon sorpassa il genere biografico e ci interpella sul rapporto tra vita e finzione. Una spiaggia deserta, nel secondo episodio, è teatro (teatro!) di un litigio di coppia. O meglio, è Gwen che spera di litigare, finalmente, con Bob. E fallisce. Gwen percepisce una verità scandalosa nel marito, un brivido “ontologico” che il regista trasferirà in All That Jazz, gemma della postmodernità cinematografica datata 1979: Bob è reale solo quando recita una battuta e può recitare solo la realtà. Provate a distinguere, se ci riuscite.

CONSIGLIATA A CHI: si è esibito almeno una volta nel tip tap davanti ai parenti, pensa che il cabaret sia la gag di un uomo in agonia, ballerebbe al funerale del proprio miglior amico

SCONSIGLIATA A CHI: ha festeggiato un successo gironzolando sul cornicione, ha appena smesso di fumare, si salva in corner dicendo: “è una situazione complicata”

PERCORSI DI VISIONI E LETTURE PARALLELE
Tutti i film di Bob Fosse: Sweet Charity, Cabaret, Lenny, All That Jazz, Star 80
Un libro: Luca Cerchiari, Storia del musical. Teatro e cinema da Offenbach alla musica pop, Bompiani, 2017

TITOLO ORIGINALE: Fosse/Verdon
NUMERO DI EPISODI: 8
DURATA DEGLI EPISODI: tra i 39 e i 57 minuti l’uno
DISTRIBUZIONE originale: FX
DISTRIBUZIONE italiana: FOX Life, dal 18 aprile al 6 giugno 2019

Una frase: “La guerra e il varietà sono i due grandi intrattenimenti dell’America”

Una sequenza: L’esordio a Broadway di Gwen nel terzo episodio

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