Domino. Recensione in anteprima!

Domino *

Trentesimo film di una delle icone della New Hollywood, costretto negli ultimi vent’anni a trovare fondi e possibilità lontano dagli Stati Uniti, Domino è forse il punto più basso della sua leggendaria carriera.

Scritto da danese Petter Skavlan, è un poliziesco con implicazioni geopolitiche e terroristiche, che una produzione evidentemente a corto di mezzi ha affidato al genio di De Palma e alla creatività di un direttore della fotografia come Josè Louis Alcaine, collaboratore storico di Almodovar fin da Donne sull’orlo di una crisi di nervi, sperando che potessero fare un miracolo.

Il risultato è una sorta di brutto film tv, che sarebbe stonato persino in un anonimo sabato sera di Raidue degli anni ’80.

“Domino non è un mio progetto. Non ho scritto la sceneggiatura. Ho avuto un sacco di problemi coi finanziamenti, non ho mai avuto un’esperienza così orribile sul set. Una gran parte del nostro team non è ancora stata pagata dai produttori danesi. Questa è stata la mia prima esperienza in Danimarca, e quasi sicuramente sarà l’ultima”.

Basterebbero le parole di De Palma a raccontare forse il perchè di questo risultato così modesto.

Il vecchio leone cerca di metterci un po’ del suo stile e delle sue ossessioni, ma il risultato resta desolante da troppi punti di vista.

Il film racconta la storia di una doppia vendetta. Un cristiano di origini libiche, Ezra Tarzi, si trova in Danimarca per vendicare la morte del padre per mano dell’ISIS e del terrorista Al-Din.

Sulla sua strada finiscono tuttavia i poliziotti, Christian e Lars. Cercando di scappare Tarzi ferisce a morte Lars. Nel tentativo di fuggire, precipita quindi dal tetto assieme a Christian, e viene preso in ostaggio da un agente della CIA senza scrupoli, Joe Martin, che vuole usarlo per arrivare a Al-Din.

Nel frattempo Christian e l’amante di Lars, l’agente Alex, si mettono sulle tracce di Ezra e inconsapevolmente su quelle di Al-Din, che prepara un attentato al Festival di Rotterdam e ad Almeria, durante una corrida.

Difficile rinvenire la regia barocca di De Palma in un lavoro così piatto, approssimativo, mal diretto. Si vede che è stato girato in fretta e furia, senza alcuna cura, frustrando persino il tentativo di Alcaine di farne un esperimento ultrapop tutto notturno immerso nei colori primari, tra rossi, blu e gialli che coprono ogni sfumatura.

Gli attori sembrano persino più in imbarazzo di noi che assistiamo, spesso inquadrati in primi piani di puro servizio e di raccordo, coinvolti in una sceneggiatura che avrebbe pure qualche spunto interessante, ma che si perde in dialoghi sempre ai limiti dell’assurdo involontario.

L’unico che sembra divertirsi è Guy Pierce, che interpreta il suo agente CIA come in un fumetto, sempre sopra le righe, mantenendo una distaccata ironia.

De Palma ci mette di suo l’ossessione dei terroristi per la rappresentazione delle loro ‘imprese’, escogitando fucili con doppi telefonini, capaci di restituire sia la soggettiva del killer, sia l’oggettiva su di lui, a beneficio di un’internazionale del terrore che attraverso il web perpetua la sua strategia.

La sequenza finale durante la corrida, con droni e montaggio incrociato tra l’arena e i tetti, è anche interessante, se non fosse vanificata da un montaggio fiacco e da une colonna sonora che torna a sfruttare un bolero, come in Femme Fatale, ma con forza drammatica infinitamente minore.

Non c’è davvero nulla da salvare in questo Domino, se non forse il soldato De Palma, esiliato dalla Hollywood che conta da oltre vent’anni e costretto ad accettare proposte irricevibili, pur di dimostrare la sua esistenza in vita, con la conseguenza di render ancor più improbabile il suo ritorno a produzioni degne del suo talento.

Un finale di partita amarissimo, per uno dei massimi visionari del cinema americano del secondo Novecento.

 

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