Dead to Me – Amiche per la morte. La colpa è un animale notturno

Dead to me – Amiche per la morte **1/2

Una casa era un bene, non una storia” (da I provinciali di Jonathan Dee, Fazi editore).

Jen è un’agente immobiliare di Orange County, California. Jen è specializzata in case di lusso. Judy, operatrice sociale, invece, è senza fissa dimora. Judy da un paio di mesi ha lasciato Steve, avvocato di successo, e dorme nelle camere non occupate del centro anziani presso il quale presta servizio, sottopagata. Steve abita in una splendida villa che soddisfa il suo ego. Jen conosce Judy e, in un impeto di generosità, decide di ospitarla. Attraverso Judy, Jen arriva a Steve. Ovviamente ne intercetta il narcisismo e tenta di accaparrarselo come cliente. In uno degli episodi di coda, propone al bellimbusto l’affare di due abitazioni extralusso contigue. Steve decide di acquistarle in contanti, garantendo a Jen una provvigione sontuosa. In fin dei conti, e il termine “conti” non è casuale, una casa è un bene e non una storia, per ritornare sulla frase di apertura, estrapolata da uno dei romanzi americani più interessanti pubblicati negli ultimi anni, un affresco sull’american way of life di provincia del XXI secolo.

Va bene, diranno i nostri lettori, ma la netflixiana Dead to Me, tradotta in italiano con il titolo inelegante di Amiche per la morte, non è forse una commedia noir sofisticata, con un fatto tragico al centro del racconto? Non si parla dell’investimento di un uomo in piena notte, una storia di pugnace rabbia e di inconsolabile vedovanza? Certo, lo è. Fin dalle prime sequenze e inquadrature, Jen dichiara i suoi intenti, evoluzione di un sordo dolore tramutatosi in desiderio di giustizia. “Come si perdona uno che investe tuo marito e lo lascia morire dissanguato sul ciglio della strada?” Nessuna pietà, nessuna pacificazione con il mondo. Le riunioni dei gruppi di autoaiuto, i filosofemi new age, gli psicologismi abborracciati non attecchiscono in lei, semmai ne incupiscono il rancore. Il suo obiettivo è uno e soltanto uno: trovare il colpevole e assicurarlo alle forze dell’ordine. Agli occhi di Jen, la polizia è un labirinto di regole paralizzanti, un vicolo cieco intasato da inutili carte. Intanto Judy, demoralizzata a seguito di numerose gravidanze fallite, entra di prepotenza nella sua vita. Le due donne diventano inseparabili. Qualcosa le lega, le unisce.

Una chiave di lettura di Dead to Me è ravvisabile nella metafora dell’abitare. È l’essere abitati, per Jen, dal demone dell’alcol. È l’abitare la vita altrui, succhiandone la fiducia, come fa Judy. Di più: tutto il plot si regge sulla dialettica tra mobilità e immobilità. Non vi rovineremo la sorpresa se vi diciamo che Judy, interpretata dalla brava Linda Cardellini, è l’autista svagata e traumatizzata, che ha causato la morte… di Ted, e che Jen è all’oscuro di dare alloggio, nella dépendance, all’assassina di suo marito. Dead to Me si snoda lungo un itinerario lastricato di misfatti, di segreti, di rimorsi e di rivelazioni inchiodate in punta di lingua. La serie si struttura sugli equivoci, si tiene in equilibrio sul filo del pericolo. Perché se vi è una colpa, non può mancare, in linea astratta, una retribuzione in termini di castigo. Judy sperimenta, curva dopo curva, la seduzione di una meritata punizione. La stasi domestica dei suburbs, dei sobborghi sonnolenti, ha il suo contraltare nella mitologia americana del guidare, to drive: sinuose lingue d’asfalto percorse da bolidi lucenti, palme sfavillanti ai lati della strada, notti buie attraversate da uomini e donne al volante. Le case squadrate dalla mano invisibile di archistar, le colline con troppi occhi, la natura, il vetro e il cemento, si intrecciano in un ensemble ibrido baciato da un’eterna primavera.

Cambi, scambi, sostituzioni, simmetrie rovesciate, conflitto tra identità originaria e finzione. Siamo esseri affini a macchine d’epoca, soggette ad artificioso rimodernamento? Judy e Jen si sottraggono i ruoli a vicenda, un incantesimo scoccato in auto, dopo la scoperta “postuma” del tradimento di Ted. Era stata Judy, poco prima, a sondare la vicenda, interpellando la giovanissima cameriera di un ristorante posticcio e a sapere, in vece di Jen, che il defunto marito spacciava la moglie per morta… proprio la povera Jen, che si era sottoposta a mastectomia preventiva per non incappare nella malattia toccata in sorte ad alcuni suoi familiari. “Ted ti ha uccisa”, dice Judy a Jen, la quale, da par suo, comunica a Steve che la sua relazione con Judy è finita per sempre. Capitolo metaletterario supplementare: Christina Applegate, l’attrice che interpreta la bionda agente immobiliare, è guarita dal cancro dopo lunga e tenace lotta. Le serie si adattano, sempre più, a riflesso e a rappresentazione di chi le mette in scena.

Steve, alias James Marsden, ex (ex?) fidanzato tanto bello quanto vacuo, era con Judy in auto la sera dell’incidente? La Mustang del 1966 dal paraurti ammaccato, deposta in un’autorimessa, è una prova sottratta abilmente alla polizia? Un vecchio adagio recita: niente auto, niente crimine… Judy, nel corso di una vacanza “spiritualista” pro elaborazione del lutto, in un resort popolato di magliette con la scritta “friends of heaven” e di iniziative ludiche del tipo “canta che ti trapassa”, in compagnia della sua best friend Jen, incontra Nick (Brandon Scott), ci finisce a letto salvo accertarsi, a cose fatte, che l’affranto ragazzo è un poliziotto “in congedo”. Judy, diventata ormai una sorella acquisita di Jen, l’amica mai avuta in un mondo di patinate sciocchezze, si allea con lei, complice il fiuto professionale di Nick. E cosa dovranno cercare le due scatenate quarantenni, la bionda e la bruna,  affascinanti controfigure del mito cinematografico sempreverde di Thelma & Louise? Ma la famigerata prova mancante, è ovvio! Judy, in parole povere, si mette sulle tracce di se stessa. Un simpatico caos, vero? Dead to Me si avvita su questo cortocircuito narrativo.

Dead to Me è una tragicommedia che, secondo i commenti di molta critica, rimanda alle atmosfere, da periferia velenosa, di Desperate Housewives. Ville, marmi, giardini, quadri d’autore, saloni scintillanti, cocktail party: la costellazione di simboli dell’upper class, della ricchezza acquisita “per merito” ed esposta con franchezza, è tutta qui. Judy, l’amica-per-la-morte, non si limita ad invadere, pur con la grazia dell’impostura, una cerchia familiare, piuttosto irrompe in uno spazio fisico sacro, nella proprietà su cui aleggia l’anima sospesa del morto, nel regno della concretezza degli oggetti che restano e della disposizione armonica attorno a un ideale di benessere, di agio, di compostezza. Un ideale corrotto dall’irrimediabile perdita. I figli di Jen, Christopher e Charlie (Max Jenkins e Sam McCarthy), manifestano scompensi e si abbandonano a comportamenti “deviati”. La suocera, ovvero la madre di Ted, è un cumulo di nervrosi. Jen rischia di perdere il suo impiego, preda di un isterismo fino ad allora dissimulato. Intanto, l’intrusa Judy, che in tanti bollano, in primis Steve, con l’epiteto “pazza”, si impossessa del vecchio capanno utilizzato da Ted per i suoi lavori di casa.

Quanto sono fragili, le quattro mura domestiche. E gli esterni non sono meno illusori. Sentieri, specchi d’acqua artificiali, muri divisori si estendono come una capillare ragnatela, tessuta dall’umana vanitas, sulle colline della contea, con vista spettacolare sull’oceano Pacifico. Non è forse un dipinto all’altezza dei quadri narrativi di John Cheever? “Gli sembrava di vedere, con un occhio da cartografo, quella catena di piscine, quel corso d’acqua quasi sotterraneo che si snodava attraverso la contea. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna, e quel corso d’acqua l’avrebbe chiamato Lucinda, col nome di sua moglie. Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario. Era una bella giornata, e gli sembrava che una lunga nuotata ne avrebbe esaltato la bellezza” (tratto da Il nuotatore, in Tutti i racconti, vol. IV, Feltrinelli). La serie si chiude proprio sull’immagine iconica di una piscina, un sigillo pop.

C’è una prolungata, reiterata tensione, in Dead to Me, che si scioglie, o pare sciogliersi, nel cuore del nono episodio, il penultimo. La sceneggiatura firmata da Liz Feldman, penna brillante, semina qua e là piccole perle, dalla battuta “non sono repubblicana” in bocca a Jen quando viene a sapere dell’ennesimo aborto spontaneo di Judy, al gioco di specchi tra il funerale ebraico per la morte di Abe (un solenne, espressivo Ed Asner) e il contemporaneo rito cristiano di abluzione cui assiste un’attonita Jen. Nihil sub solem novum, s’intende. La serie scivola veloce ed è perfetta per il ‘binge watching’, magari nel weekend, oppure si presta ad essere consumata in pillole, di sera, dopo una giornata di lavoro. Dead to Me, piuma leggera, fa parte dell’infinita nidiata di prodotti marchiati CBS Television Studios. Si può imputare alla serie la prevalenza di una certa estetica conservatrice, comprese le scelte cromatiche, penalizzazioni che la indirizzano verso gli standard delle sitcom anni Novanta. La regia è spesso piatta, statica, e si affida all’estro degli attori. Christina Applegate, sulla scia di una carriera cinematografica e televisiva spesa in ruoli soprattutto comici, e Linda Cardellini, la Laura Barton del capitolo Age of Ultron della saga Avengers, compongono una coppia ottimamente assortita e di sicura presa sul pubblico. Entrambe, riescono a cogliere con sensibilità le sfumature drammatiche richieste dai rispettivi personaggi. James Marsden, in libera uscita da Westworld (lo rivedremo nella Season 3 appena annunciata?) è un Big Jim meschino, e non gli si può chiedere di più.

Søren Kierkegaard, nel Concetto dell’angoscia, paragonava il peccato a un “pullulare sorgivo”, un evento istantaneo simile a un salto improvviso. Uno schianto, un incidente capitato con la velocità del fulmine, la miseria morale di un’omissione di soccorso: anche questo è il male. In Dead to Me la colpa è un animale notturno che dispiega le sue ali e vola dove non dovrebbe. Viene poi il giorno, che disgrega le ombre e dissipa le nebbie. Jen e Judy potranno essere, finalmente, amiche per la vita?

CONSIGLIATA A CHI: non farebbe mai jogging nel bel mezzo della notte, ha ricevuto in regalo un assegno che non si aspettava, ha una passione per le auto vintage, fanalini compresi.

SCONSIGLIATA A CHI: vorrebbe festeggiare il proprio compleanno anche da morto, utilizza i videogiochi multiplayer per rimorchiare, teme di leggere il suo nome su una lista nera.

PERCORSI DI ASCOLTI, LETTURE E VISIONI PARALLELE:

  • L’album The Suburbs degli Arcade Fire (2010);
  • I già citati racconti di John Cheever, editi da Feltrinelli editore;
  • Il film Revolutionary Road di Sam Mendes (2008)

TITOLO ORIGINALE: Dead to Me / Amiche per la morte
NUMERO DI EPISODI: 10
DURATA DEGLI EPISODI: tra i 25 e i 30 minuti l’uno
DISTRIBUZIONE originale: Netflix

DATA DI USCITA: 3 Maggio 2019

UN’IMMAGINE: In commissariato, gli occhiali da sole di Jen che riflettono le fotografie della scena dell’incidente, con il corpo straziato di Ted in primo piano.

 

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