Cannes 2019. Sibyl

Sibyl *

Ultimo film del concorso ufficiale di Cannes 72, Sibyl è il terzo film della quarantenne regista francese Justine Triet, rivelatasi con il dramma politico-familiare La Bataille de Solferino nel 2013.

Il festival è alla ricerca di sguardi femminili, il concorso si apre come non mai a registe donne, ma come sempre succede, quando criteri quantitativi si impongono su quelli qualitativi, il sistema produce risultati aberranti come questo sciagurato Sibyl, tra i peggiori film mai visti in concorso, almeno da quando lo frequentiamo noi di Stanze. La gara è aperta con Girls of the Sun di Eva Husson, in gara l’anno scorso.

Thriller erotico, dramma freudiano, farsa senza capo nè coda, Sibyl racconta di una psicologa, ex alcolista, che decide di lasciare la sua professione per scrivere un romanzo. Neanche lei sa bene su cosa, ma nel frattempo si libera di quasi tutti i suoi pazienti. Quando riceve tuttavia la chiamata notturna di una giovanissima attrice  che chiede il suo aiuto, invece di liberarsi di lei, decide di assisterla, lasciandosi coinvolgere in un triangolo, che poi diventa un quadrilatero, con la regista e il protagonista maschile di un film d’amore e di follia da girare a Stromboli.

Nel frattempo il film fa avanti e indietro col passato di Sibyl, tra amori tossici e grandi bevute, senza soluzione di continuità, cercando di mescolare un po’ le carte di un film di disarmante infelicità.

Il ritratto della protagonista è quanto di più imbarazzante si sia visto in una sala cinematografica: la sua professionalità come psicologica è ai minimi storici, le svolte narrative suonano false come non mai. Dramma, commedia e melò si alternano lasciando senza parole per la disinvoltura con cui la regista gioca con la vita dei suoi personaggi.

Immerso in una fotografia laccata e lussuosa, in cinemascope, le angosce esistenziali e alcoliche di Sibyl fanno piangere anche quando dovrebbero fare ridere. La povera Virginie Efira che la interpreta è costretta a fare i salti mortali, interpretando un ruolo che copre evidentemente molti anni della vita di Sibyl, senza mai cambiare pettinatura o espressione.

Adele Exarchopoulos nella parte della giovane attrice, continua a piangere e disperarsi con gli occhi gonfi, come suo solito, mentre Sandra Huller è una sorta di Lina Wertmuller, che non capisce più nulla del suo set e si butta a mare pur di non partecipare alle riprese del suo film.

Gaspar Ulliel è invece l’attore sciupafemmine, che ha una sola funzione in sceneggiatura, ovvero andare a letto con tutte, lasciandole tutte gelose e insoddisfatte.

Girato con l’aria di chi sente di aver fatto un capolavoro su passione, desiderio e dipendenza, Sibyl è un capolavoro di ridicolo involontario.

Non basta neppure la bellissima Un giorno come un altro di Nino Ferrer, che ritorna più volte nella colonna sonora, a risollevarne un po’ le sorti.

Sciagurato.

P.S. Chissà che il diabolico Fremaux, con queste scelte improbabili ci stia in fondo prendendo tutti un po’ in giro, mostrando, senza poterlo dire, quanto politically correct e quote varie, in un festival che dovrebbe promuovere l’eccellenza, siano un’aberrazione assoluta…

 

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