Cannes 2019. It Must Be Heaven

It Must Be Heaven **

Al suo terzo film, il cinema del palestinese Elia Suleiman rimane chiaramente codificato all’interno delle coordinate narrative ed espressive, che il regista e attore si è dato sin dall’esordio con Intervento divino nel 2002.

Il suo è un cinema che guarda a Tati, a Keaton, al teatro dell’assurdo beckettiano, nel quale l’ironia surreale è la chiave per interpretare un mondo triste e violento.

Qui ritroviamo ES, il suo alter ego cinematografico, decisamente invecchiato e ingrigito in Palestina, nella sua casa borghese, preda delle cose di ogni giorno, quando si accorge delle prepotenze dei vicini, il primo, molesto e solerte, che cura il suo albero di limoni salvo poi depredarlo di tutti i frutti, il secondo un cacciatore filosofo che lo istruisce sulle prede.

ES decide di abbandonare Nazareth per cercare finanziamenti per il suo prossimo film: arriva quindi a Parigi il 14 luglio e la trova incredibilmente deserta, mentre circolano solo carri armati e polizia a bordo di velocissimi segway, donne bellissime attraversano i boulevard e la caccia alla sedie nei giardini è una lotta all’ultimo colpo.

I produttori rifiutano di girare il suo film, che è troppo poco ‘palestinese’, troppo poco engagé ed allora ad ES che lo sta scrivendo in un bellissimo appartamento, in compagnia di un passerotto dispettoso, non rimane tentare di trovare finanziamenti a New York.

Qui in una delle scene più divertenti del film, il tassista chiama la moglie dopo aver scoperto che i palestinesi esistono davvero e che proprio uno è seduto nel suo taxi. Per strada o al supermercato, ogni bravo americano è armato di fucile d’assalto, ma quando si tratta di finanziare il suo lavoro, anche qui le cose non vanno molto bene, nonostante l’intervento di Gael Garcia Bernal…

Al povero ES non resta che tornare in patria, non prima di aver dato una lezione all’addetto alla sicurezza dell’aeroporto….

Il film è un accumulo poetico di episodi, notazioni, freddure, brevi scene, nelle quali, come d’abitudine il protagonista è semplice testimone passivo. Le uniche due parole che pronuncia sono Nazareth e Palestina, ovvero i riferimenti della sua patria.

Il film vorrebbe essere una riflessione sul senso di identità, mostrando come le tensioni e i conflitti che di solito associamo al medioriente, sembrano aver contagiato anche le nostre città occidentali, sempre più egoiste e indifferenti al presenza altrui.

Suleiman parte da situazioni ordinarie, per dipingere un acquerello leggero e delicato sui temi che da sempre sono al centro del suo cinema. Qui tuttavia la fabula è più evanescente, il meccanismo funziona anche, ma è sempre lo stesso, si sorride, ma poi alla fine non resta molto.

La leggerezza non basta, quando flirta pericolosamente con il luogo comune e la tenerezza si sposa solo con la superficialità.

Innocuo.

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