Quicksand – Sabbie mobili: l’insostenibile leggerezza di una strage

Quicksand – Sabbie mobili ***

Per terra, vicino alla fila di banchi sulla sinistra, c’è Dennis: come al solito indossa una t-shirt promozionale, jeans da grande magazzino e scarpe da ginnastica slacciate. Dennis viene dall’Uganda. Dice di avere diciassette anni, ma sembra un venticinquenne grasso. Frequenta l’indirizzo professionale di meccanica e vive a Sollentuna in un centro per quelli come lui. Lì accanto, sdraiato su un fianco, è finito Samir. Io e lui siamo in classe insieme, perché lui è riuscito a entrare nel programma di specializzazione in economia internazionale e scienze sociali della scuola. Vicino alla cattedra c’è Christer, coordinatore di classe autoelettosi miglioratore del mondo. La sua tazza si è rovesciata sul tavolo e gli sta gocciolando del caffè sui pantaloni. Amanda è seduta a non più di due metri di distanza, appoggiata al termosifone sotto la finestra. Qualche minuto fa era fatta solo di cachemire, oro bianco e sandali. Gli orecchini con i diamanti che le hanno regalato per la nostra prima comunione brillano ancora al sole di inizio estate. Ora si potrebbe pensare che sia sporca di fango. Io sono seduta in mezzo all’aula. Accasciato sulle mie ginocchia c’è Sebastian, figlio di Claes Fagerman, l’uomo più ricco della Svezia”.

Inizia così Sabbie mobili, nell’originale Störst av allt, un romanzo scritto da Malin Persson Giolito, avvocato svedese e funzionaria della Commissione Europea a Bruxelles. Sabbie mobili ha riscosso un enorme successo in patria, tanto da vendere 300.000 copie. In Italia il libro è stato tradotto da Salani editore. Ora la storia di Maja è diventata una serie in sei episodi, sceneggiata da Camilla Ahlgren, conosciuta fuori dal suo paese natale per aver contribuito alla stesura di The Bridge. Maja è una ragazza imputata di strage in una scuola d’élite, situata in un quartiere benestante di Stoccolma.

Avrebbe, e il condizionale è d’obbligo, ammazzato a sangue freddo la sua migliore amica, Amanda, per puntare poi il fucile contro il suo fidanzato. Sebastian, coautore e complice della sparatoria, nel corso della stessa mattina ha ucciso suo padre Claes. Un quadro gotico e spettrale, che Netflix, dopo la danese The Rain, di cui è imminente la pubblicazione della seconda stagione, non si è lasciata sfuggire. Il colosso della distribuzione, quindi, guarda ancora al Nord Europa. Stavolta non siamo in presenza di una catastrofe ambientale né siamo investiti da toni distopici o futuristici. La crudezza della serie, resa in inglese con il titolo Quicksand, è tutta materiale, fisica, reale. Il quotidiano si veste di orrore in un giorno di maggio come tanti altri.

Maja Norberg è interpretata da Anna Ardéhn, attrice ventitreenne, bruna, dai tratti somatici non riconducibili ai classici canoni scandinavi. Sebastian Fagerman, il fidanzato tormentato, fragile, psicotico, è invece interpretato da Felix Sandman, ventenne cantante pop, già membro di una boy band locale, alla prima prova da attore. Samir Said, che nella serie assolve il ruolo, fatidico, di pietra di intralcio nel rapporto tra Maja e Sebastian, ha il volto di William Spetz, comico e giovane star di youtube. Tre attori anomali, scelti dopo un lunghissimo processo di casting, chiamati a dare vita e spessore ai tre soggetti principali di Sabbie mobili, una scelta coraggiosa che ha pagato in termini di spontaneità. Per-Olav Sørensen, il regista, ha affermato di aver voluto rendere più umani tutti i personaggi della storia, di averli pensati il più normali possibile, di renderli credibili.

Sabbie mobili si articola secondo due linee temporali. C’è il tempo progressivo, che scorre a partire dall’evento tragico fino al processo, e ci sono i flashback costituiti da rivisitazioni di momenti clou nella mente della protagonista, ricostruzioni di avvenimenti, snodi, svolte decisive, dall’incontro fatale con Sebastian in poi. Maja, catturata con il fucile in mano, sconvolta, viene ammanettata, piazzata su una barella, quindi messa in isolamento, sottoposta ad interrogatori dalla polizia e dal pubblico ministero, ricondotta sul luogo della mattanza per una simulazione, infine portata davanti al giudice. L’opinione pubblica è tutta contro di lei.

Certo, Maja non fa nulla per accattivarsi le simpatie della corte, e nemmeno dello spettatore. Scontrosa, poco comunicativa, confusa, è una maschera di ambiguità. Feroce e tenera, incomprensibile e disperata, Maja sconta il caos che alberga nella sua testa. Tra le pareti della cella ripensa a se stessa, tenta di illuminare gli angoli oscuri di vicende traumatiche, analizza scorci di vita marchiati a fuoco dalla follia crescente di Sebastian e segnati dall’abuso di droghe, consumate in festini popolati da ricchissimi debosciati. Affiora l’incapacità di recidere il suo legame con il ragazzo figlio del miliardario Claes, pessimo negli studi, razzistoide e violento. Maja è avvinghiata a Sebastian, in una discesa furibonda nel gorgo del male. Due assassini nati, o due assassini plasmati da una struttura sociale basata sulla competizione selvaggia?

Sebastian appartiene alla schiera dei rich kids, il club giovanile dell’un per cento straricco della società, la categoria transnazionale di rampolli del jet set, sicuri di rilevare le leve del comando dai padri a prescindere dai risultati conseguiti nei percorsi di educazione e formazione, ragazzi e ragazze che si possono permettere ogni bene di lusso con il minimo sforzo.

Annoiato, traviato dall’MDMA e dalla cocaina, il rich kid Sebastian di Sabbie mobili passa le vacanze su un mastodontico yacht, organizza parties allo scopo di esibire la villa paterna e non si preoccupa se la sua auto finisce sfasciata contro un albero, quasi si tratti di un gioco, o di un inconveniente minore. “La nostra famiglia non getta la spazzatura, abbiamo già chi lo fa per noi”. Così Claes giustifica al figlio la sua separazione dalla madre, una Miss Svezia che, evidentemente, non impazzisce all’idea di condurre una vita tra maggiordomi e champagne. Claes, interpretato da Reuben Sallmander, è egoista, indifferente, distaccato dal figlio, salvo accusarlo di essere una mela marcia, un inetto, un idiota irrecuperabile.

Ce n’è abbastanza da chiamare a rapporto Ingmar Bergman e il senso di colpa protestante, Lars von Trier e le onde del destino, Max Weber e l’etica del lavoro capitalistica. Con le dovute proporzioni, s’intende. Sabbie mobili non ha pretese di scavo filosofico, veleggia, semmai, nella baia delle distorsioni mentali e relazionali di una gioventù disorientata. È chiaro, psicanaliticamente chiaro, che le intemperanze di Sebastian e il suo cupio dissolvi, siano una risposta a questa lacerazione affettiva, al deserto dei sentimenti, al crollo dei ponti comunicativi tra le generazioni. Un urlo di dolore, il suo, un ammonimento che si spegne, inascoltato e che cede il testimone alle pallottole, alla tragedia. Non ne escono meglio i genitori di Maja, in particolar modo la madre, Camilla (Anna Björk), felice che la figlia frequenti un “buon partito”, incurante di ciò che le capita.

Samir è lo straniero. Samir è intelligente, secchione, l’unico della classe a leggere libri “tosti” durante l’estate (cita Exit West di Mohsin Ahmid e L’Idiota di Elif Batuman, per dire), pone domande non scontate e, nel complesso, incarna l’idealtipo dello studente che si impegna con dedizione per emergere e regalarsi un futuro decente, una dinamica tipica dei fenomeni migratori familiare agli studi sociologici.

É inevitabile che Samir risulti antipatico a molti, in primis a Sebastian. Il confronto si inasprisce quando Samir manifesta le sue attenzioni, ricambiate nell’arco di tempo di una breve parentesi, verso Maja. La sceneggiatura non cerca, per fortuna, di disegnare un immigrato geneticamente buono o di procedere per stereotipi manichei. Samir eccede nel moralismo, mente sulla sua famiglia, suscitando le ire del solito Sebastian (“possibile che in Siria siano tutti medici o avvocati? Nessuno ha una macelleria?”), e si allinea al giudizio pubblico negativo verso Maja durante il processo, per conformismo o per desiderio di rivalsa personale.

Sebastian, più che gelosia, manifesta fastidio nei riguardi dell’intruso che potrebbe separarlo dall’unica persona in grado di ascoltarlo, Maja. Sebbene sia un rich kid, o proprio per questo, il figlio di Claes è un potenziale loser, un perdente messo a cospetto di un rampante, educato, brillante straniero che ha tutte le carte in regola per sostituirlo nel cuore della bella fidanzata. Sebastian non è un portatore di ideologie malate, non è né un Tarrant (l’attentatore di Christchurch), né un Breivik (il carnefice di Utøya) ma è comunque un giovane uomo cresciuto con massime del tipo “la caccia è il modo migliore per conoscere una persona”.

La scena dell’uccisione del cervo è vietata agli animalisti e alle persone troppo sensibili, tuttavia non è una sequenza gratuita, in quanto l’estetica dominante di Sabbie mobili è ancora, in parte, quella del Dogma di metà Anni Novanta, definita da crudeltà esistenziale e contestazione antiborghese e costruita attraverso momenti-verità, in cui l’imbarazzo esplode. Le tavole imbandite, le candele traballanti, le zoomate sui volti angosciati dei commensali ricordano le abrasive scortesie di Festen, film magistrale di Thomas Vinterberg che vinse il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 1998.

Il racconto procede in maniera non lineare. Scopriamo il mosaico del massacro tassello dopo tassello, avanzando a tentoni nel mare nero delle rimozioni. Maja ci accompagna sulla via, sofferta, della rivelazione: chi ha sparato a chi, tra le mura della classe, chi ha piazzato l’esplosivo nell’armadietto, chi è morto per azione volontaria e chi per puro caso.

Durante i sei episodi, piccole sfumature della storia, ribaltamenti nel campo delle relazioni e rapporti mutati di segno comportano la modificazione dei nostri giudizi sui personaggi, giudizi che restano sospesi fino al termine del processo. Sabbie mobili attinge al legal e al teen drama, nonché allo spirito dei film-documentario sulle stragi nelle scuole, ormai un genere a sé, senza risolversi in nessuno di essi. Il riferimento alla controversa Tredici, altra serie Netflix, uscita di un paio d’anni fa, è d’obbligo, considerato il comune desiderio di gettare uno sguardo nella psiche giovanile deviata utilizzando, come leva narrativa, un fattaccio, là un suicidio, qui una sparatoria. Occorre aggiungere che Sabbie mobili insiste nell’uso di tonalità bluastre, per gli interni e anche per gli esterni, quasi a voler inondare lo schermo di un imprendibile colore, ineffabile e sinistro, affine ai lividi del corpo e dell’anima. Inoltre, sul versante sonoro, le canzoni pop amate dai ragazzi sono esibite in maniera precisa, con un accento posto sulla componente testuale, ideale contrappunto letterario e musicale alle immagini.

Sabbie Mobili / Quicksand non raggiunge vertici di bellezza strepitosi né manifesta brusche cadute di stile. È un buon prodotto che gli autori ci servono freddo, la temperatura giusta per gustare l’insostenibile leggerezza del male dentro una strage.

CONSIGLIATA A CHI: difende il principio giuridico della presunzione di innocenza, considera la società un manicomio a cielo aperto, crede sia arrivato il momento di aggiornare il mito della socialdemocrazia svedese;

SCONSIGLIATA A CHI: divide il mondo in buoni e cattivi, inorridisce alla vista del disordine nelle stanze, invidia ancora, a distanza di anni, il primo della classe.

PERCORSI DI VISIONI E DI LETTURE PARALLELE:

  • Sebbene Sabbie mobili non sfoggi il lirismo metafisico di Elephant di Gus Van Sant e non proceda nella direzione politica di Bowling for Columbine di Michael Moore, le due pellicole sono comunque caldamente consigliate, quantomeno per un confronto.
  • Il romanzo autobiografico Bambino bruciato di Stig Dagerman (Iperborea), uno dei capolavori della letteratura svedese (e non solo) del Novecento. “Non è vero che un bambino che si è bruciato sta lontano dal fuoco. È attirato dal fuoco come una falena dalla luce. Sa che se si avvicina si brucerà di nuovo. E ciononostante si avvicina”.

TITOLO ORIGINALE: Sabbie Mobili / Quicksand
NUMERO DI EPISODI: 6
DURATA DEGLI EPISODI: tra i 41 e i 49 minuti l’uno
DISTRIBUZIONE originale: Netflix
DATA DI USCITA: 5 aprile 2019

UN’IMMAGINE: Maja che abbraccia la sua sorellina, nell’episodio finale. E’ possibile ritornare alla purezza?

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