John McEnroe – L’impero della perfezione

John McEnroe – L’impero della perfezione **1/2

Il documentario di Julien Faraut nasce dal recupero e dal restauro delle infinite riprese che Gil de Karmadec ha realizzato nel corso della sua vita al Roland Garros, nel tentativo di isolare il gesto sportivo, individuandone le costanti e gli accidenti, i difetti e le irregolarità, a scopo soprattutto didattico.

Con le sue cineprese e il suo piccolo team, finanziato dal ministero dello sport francese, ha lasciato in eredità ore e ore di girato, fino a che nella sua straordinaria ricerca dell’essenzialità e della perfezione del gesto atletico, si è imbattuto nel più irregolare e sui generis tra i tennisti, ovvero John McEnroe, nato in Germania Ovest in una base militare, ma cresciuto nel Queens a New York, mancino irascibile e insofferente a tutto, persino al suo ruolo pubblico.

Nel 1984 Karmadec decide così di abbandonare le tradizionali riprese del torneo per focalizzarsi solo su McEnroe, in una sorta di pedinamento, che l’accompagna nelle due settimane francesi, sino alla finale con il ceco Ivan Lendl.

Se la prima parte del documentario di Faraut ricostruisce il valore culturale e sportivo del lavoro di Karmadec, le sue teorie e la sua instancabile attività nel catturare l’essenza del gioco, la seconda parte è invece un ritratto meraviglioso e inedito di McEnroe, l’eccezione che sembra quasi vanificare il lungo lavoro del regista francese.

McEnroe, sin dal modo originalissimo di servire, sembra smontare radicalmente l’apparato teorico di Karmadec. In campo conduce un continuo assalto all’avversario, aggredito venendo a rete non appena possibile, anche su una superficie meno adatta al serve&volley, ma anche all’arbitro e ai giudici, visti sempre come incapaci e inadeguati, al pubblico stesso, persino a giornalisti e operatori, rei di disturbarlo con il rumore delle proprie cineprese.

Karmadec ne testimonia lo spirito rissoso, indisponente, anarchico, rivendicatorio. Ne mostra tutta l’eccezionalità con la racchetta in mano, ma anche la continua lotta contro il mondo e contro se stesso, che ne accompagna le gesta.

Quella che per chiunque altro sarebbe una strategia suicida, capace di far perdere concentrazione e ritmo, per McEnroe è invece l’unico modo di stare in campo, ovvero la ricerca continua di un nemico, un avversario, che non è solo quello dall’altra parte della rete.

In questa continua rivolta contro il mondo, McEnroe finisce così per mostrare se stesso, continuamente insoddisfatto di sè, del proprio gioco, dei propri stessi limiti. In fondo, dalle immagini di Karmadec, che raccontano McEnroe anche nei suoi impegni pubblicitari e negli allenamenti, le vere motivazioni dell’americano arrivano dall’insoddisfazione di sè, dall’incapacità di accettare l’errore o forse, più radicalmente, di stare al mondo e alle sue regole.

Nella sua stagione migliore, al culmine di quattro anni trascorsi in testa alla classifica mondiale, McEnroe arriva finalmente in finale anche al Roland Garros: il suo avversario di sempre, Bjorn Borg, si è ritirato, ma le insidie del torneo francese non sono finite e il giovane talento che viene dall’est, Ivan Lendl, lo impegna in quella che sarebbe diventata la finale più lunga di un torneo dello slam, fino a quel momento.

Una maratona di 5 ore e 10 minuti, che le immagini di Karmadec ci restituiscono in tutta la sua forza drammatica. Perchè, come racconta la citazione iniziale di Jean Luc-Godard “Il cinema mente. Lo sport no“.

Imperdibile, per gli appassionati.

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