Una giusta causa

Una giusta causa *1/2

Ruth Bader Ginsberg – studi ad Harvard, laureata alla Columbia, professoressa alla Rutgers, patrocinatrice di molti casi davanti alle giurisdizioni superiori, paladina dei diritti civili e delle donne, quindi nominata da Bill Clinton alla Corte Suprema – nel corso degli anni, è diventa un’icona, ben oltre il suo ruolo di massimo giudice federale americano.

Il documentario RBG ne ha raccontato le battaglia e l’influenza culturale, On the Basis of Sex si concentra invece sugli anni della sua formazione universitaria ad Harvard e sulle difficoltà a trovare la propria strada, in una professione ancora rigorosamente maschile, nella New York degli anni ’60.

Mentre insegnava un corso sulle discriminazioni di genere nel 1970, il marito fiscalista le sottopose il caso di Charles Moritz, nel quale un uomo non sposato era stato condannato a restituire la detrazione fiscale, per aver assunto una badante all’anziana madre, perchè la legge consentiva tale detrazione solo alle donne.

Si trattava in effetti di un perfetto caso di discriminazione al contrario, nel quale la legge stabiliva, che certi ruoli di cura fossero ad appannaggio esclusivo delle donne.

Davanti alla Corte d’Appello, Ruth, il marito Martin e Mel Wulf della American Civil Liberties Union patrocinarono i diritti di Charles Moritz, spingendo la Corte a considerare che i precedenti vecchi di cento anni, che continuamente ribadivano la legittimità di leggi discriminatorie, fondate su quello che appariva allora l’ordine naturale dei ruoli familiari, erano nei fatti state superate dalla storia e dalle successive conquiste sociali.

Tutto il film è un’accorata petizione in favore di una legislazione che, in nome del principio di uguaglianza, non discrimini i cittadini americani on the basis of sex.

Detto che lo sciagurato e anonimo titolo italiano rovina ancora una volta completamente il senso di quello originale, che racconta in cinque parole il senso di tutto il film, il lavoro di Mimi Leder è di ordinaria banalità.

La regista si è fatta un nome nella tv americana, lavorando in decine di serie, e dirigendo negli anni ’90 un pugno di film d’azione non particolarmente memorabili, ma qui si affida interamente alla sceneggiatura di Daniel Stiepleman e all’interpretazione dei suoi attori, senza mai uscire da una corretta impaginazione da cinema classico: regia invisibile, campi e controcampi, primi piani e piani americani, punto di vista esterno, pochi movimenti di macchina, se non sull’asse.

Classico esempio di prodotto che, all’interno del panorama distributivo odierno, sarebbe stato più adatto ad una presentazione televisiva che all’uscita in sala, On the Basis of Sex è un film di buone intenzioni, potremmo dire.

Non è particolarmente interessante come dramma familiare ed è un reperto piuttosto datato della condizione femminile nell’america degli anni ’60. Quando il preside di facoltà chiede alle sole nove studentesse ammesse nel 1956 ad Harvard di spiegare “why you’re occupying a place at Harvard that could have gone to a man“, capiamo subito chi è il cattivo di questa storia.

Ma se dipingere un mondo arcaico e retrogrado ha una sua efficacia narrativa,  per convincerci ad empatizzare immediatamente con la protagonista, questo non toglie che oggi il panorama sia radicalmente mutato, e la professione forense è addirittura più femminile che maschile.

Ma la strada scelta dalla Leder è una sola: retorica, retorica, retorica.

La stessa scrittura del film mostra una Bader Ginsberg volonterosa e poco più: ottusa come madre e inadeguata in aula, bisognosa di continue conferme dall’esterno alle proprie capacità, costruendo così per lei una parabola fin troppo risaputa, che le consentirà solo alla fine di trovare la sua vera voce.

Se On the Basis of Sex ha un qualche valore tuttavia è nella ricostruzione giuridica del caso che presenta e dei principi in gioco: nella rappresentazione del sistema di common law, diviso tra la forza del precedente e l’esigenza di non ignorare i cambiamenti culturali, e nella rappresentazione del ruolo creativo delle corti superiori.

Uno dei professori di Harvard afferma infatti: “A court ought not be affected by the weather of the day, but will be by the climate of the era”.

Ed è sulla scorta di questo principio che Bader Ginsburg riuscirà a trovare gli argomenti migliori per convincere i tre giudici della corte, chiamati a giudicare il suo caso.

Bisognerebbe poi capire per quale motivo molti film, che aspirano ad avere una funzione anche storico-didattica, siano quasi sempre privi di idee narrative originali, limitandosi a ripercorrere una formula innocua, che non distragga dal ‘tema’, dai ‘contenuti’.

Risolvendosi così in opere che propagandano una forma di cinema deteriore, semplicistica, banalizzante. Per fare un parallelo, come se potessimo accettare di leggere un articolo su una complessa questione storica, giuridica e culturale, scritto con il vocabolario, le conoscenze e la competenza di un bambino di otto anni.

E’ altrettanto curioso capire perchè un tema chiaramente progressista si debba accomodare in una forma così rigidamente conservatrice.

Armie Hammer sotto il minimo sindacale, Felicity Jones così stucchevole e caruccia, da nauseare anche il più predisposto, dopo cinque minuti.

Elementare.

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