La fine dell’odissea: vent’anni senza Stanley Kubrick

Sono passati vent’anni esatti, da quel 7 marzo 1999, quando si diffuse la notizia improvvisa e inaspettata della morte di Stanley Kubrick, il regista americano, che viveva dagli anni ’60 in una tenuta poco fuori Londra, avvolto nel mistero dei suoi capolavori.

Stava lavorando al montaggio e al missaggio del suo ultimo film, Eyes Wide Shut, cominciato quasi tre anni prima con la coppia d’oro di Hollywood, Nicole Kidman e Tom Cruise, e tratto da un romanzo breve di Schnitzler, adattato alla New York contemporanea.

La leggenda vuole che sia morto al lavoro, pochi giorni dopo aver proiettato una prima versione del suo film alla Warner e ai suoi attori. Steven Spielberg si dedicò a terminare il lavoro necessario, lasciando per sempre il dubbio che quella che avremmo visto alla Mostra di Venezia e poi in sala, nell’autunno del 1999, fosse davvero la versione definitiva del suo film.

Erano anni in cui internet funzionava ancora poco e male, su computer grandi e lenti. Le notizie le dava ancora la televisione. Ero in Francia in quel periodo e ricordo bene lo spaesamento che mi colse in quella piovosa giornata parigina, mentre i telegiornali ribattevano notizie e immagini di una vita tutta dedicata al cinema. Ossessivamente dedicata al cinema.

Conservo ancora in una cornice la prima pagina di Liberation del giorno dopo, con quell’immagine arruffata e irriverente del regista, sul set di Arancia Meccanica.

Nella mia vita di giovane cinefilo, avevo scoperto il suo cinema in homevideo, grazie alle VHS scambiate e acquistate negli eroici anni ’80. Avevo appena dieci anni, quando il suo ultimo film, Full Metal Jacket era arrivato nelle sale: troppo presto. Mi sarei presto rifatto, vedendo e rivedendo Eyes Wide Shut a cinema, come fosse un testamento, da esplorare nelle sue frasi e nella sua sintassi.

Stanze di Cinema nasce come un omaggio esplicito all’Overlook Hotel e alle sue ossessioni.

Nel corso di questi vent’anni molti suoi film sono approdati ancora a cinema – Shining, Barry Lyndon, Arancia meccanica, Lolita – ma nulla può competere con i periodici ritorni in sala di 2001: odissea nello spazio, il film che più di tutti sembra raccontare l’eccezionalità dell’esperienza cinematografica totale, la sua unicità, reperto assoluto e imprescindibile del nostro Novecento.

In 35mm o in digitale, in una vecchia pellicola annerita e spuntata o in una copia appena restaurata e in bluray non perdeteli per nessun motivo: i suoi film hanno la capacità di continuare ad interrogarci, lasciandoci inquieti, incrinando le nostre certezze.

Ne abbiamo ancora bisogno. Oggi più che mai.

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