Berlinale 2019. I film italiani

In un’edizione un po’ sottotono – l’ultima di Dieter Kosslick dopo 18 anni di direzione artistica – i pochi film italiani in programmazione durante questa 69esima Berlinale hanno saputo distinguersi in positivo, racimolando favori di pubblico e critica. Di seguito una mini carrellata.

Accolto calorosamente La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, unica pellicola nostrana in concorso. Il riadattamento dal romanzo di Roberto Saviano convince per la resa fotografica del quartiere napoletano di Santià, nel quale si muovono adolescenti che si perdono nella dialettica fra gioco e guerra andando incontro a una fine cruenta e prematura. Uno spaccato degli effetti della criminalità sistematica sulle menti di giovani volubili, che nei soldi vedono una bacchetta magica in grado di aprire qualsiasi porta. Uscito nelle sale italiane il 13 febbraio.

Si parla di Italia e di camorra anche in Shooting the mafia, documentario sulla fotografa Letizia Battaglia realizzato dalla regista inglese Kim Longinotto. Fra scatti topici e stralci di conversazione con la Battaglia, il film arriva a delineare un ritratto della mafia siciliana degli anni Settanta che coinvolge per la schiettezza della protagonista e per un montaggio che gestisce impeccabilmente la materia trattata. Picchi di tensione si alternano a cenni storici e riferimenti geografici che inquadrano l’orrore delle storie raccontate in una dimensione tangibile. Il cammino di perdizione di un paese e quello di emancipazione della fotografa si intrecciano guadagnando reciprocamente in intensità.

Stesso tema, diversa realizzazione per Selfie di Agostino Ferrente. Qui le riprese sono affidate a due ragazzi di 16 anni, Alessandro e Pietro, residenti nel Rione Traiano di Napoli e amici di Davide Bifolco, coetaneo ucciso da un carabiniere nel 2014 perché scambiato per un pregiudicato in fuga. Ai loro video, realizzati con un semplice Iphone, si alternano le immagini di videocamere di sorveglianza e dei provini tenuti da Ferrente stesso per individuare i suoi interpreti. Qui, l’immediatezza rappresentativa si fonde al desiderio di esagerazione e di costruzione di un personaggio. Attraverso la loro prospettiva, insieme diretta e deformata, i due giovani delineano gli estremi di un destino in apparenza impossibile da modificare e mostrano i loro tentativi di scrivere da sé la propria storia, sfuggendo al circolo vizioso di crimine e morte in cui tende a rimanere risucchiato chi li circonda.

Socialmente impegnati anche Dafne di Federico Bondi e Normal di Adele Tulli. Il primo è una commedia on the road con protagonista Dafne (Carolina Raspanti), una ragazza affetta da sindrome di Down alle prese con un lutto in famiglia che scuote la sua quotidianità. Lei e il padre si imbarcheranno in un pellegrinaggio per le montagne che li aiuterà a superare il trauma e a conoscersi sotto una luce nuova. La personalità travolgente di Carolina – 34enne romagnola, autrice di due libri, lavoratrice indefessa – si riversa nel personaggio, che finisce per diventare un modello di resilienza da prendere come esempio luminoso. Vincitore del premio FIPRESCI (Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica) insieme a Synonymes di Nadav Lapid.

In Normal, invece, la Tulli decostruisce gli stereotipi di genere riprendendo ed esasperando con sfondi sonori ad hoc piccoli riti di passaggio, gesti impercettibili, dinamiche economiche e culturali ormai date per scontato. Una festa in maschera a tema Cenerentola, una gara di motocross per bambini, un addio al nubilato, un incontro di pugilato si susseguono, legati al più da alcuni campioni di sessismo interiorizzato – una donna che nel tenere un corso per future spose le esorta a considerare i mariti “come dei figli, da coccolare e accudire”, un uomo che insegna a dei ragazzini “come diventare maschi alpha” – che attraverso i loro discorsi inconsapevolmente alienati chiariscono l’intento satirico della pellicola. L’autrice non commenta, lascia che siano le immagini a parlare. Prelevate dal loro contesto e inserite in uno schema più ampio, le situazioni proposte sfociano nel ridicolo e stimolano a riflettere più a fondo su un gap ben lontano dall’essere colmato. Esilarante e ben studiato.

Infine, si sposta oltre i confini nazionali l’opera prima di Michela Occhipinti, Flesh Out, ambientata in Mauritania. La storia di una giovane donna costretta alla pratica del gavage, ossia una dieta ingrassante cui la sposa si sottopone prima del matrimonio per rendersi appetibile al futuro marito. Uno sguardo su una realtà lontana che diventa sottile critica all’autorità ingiustificata di tradizioni ormai radicate a fondo.

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