Berlinale 2019. Conferenza stampa di Varda par Agnès

“Ormai ho 90 anni, quindi decido io quello che mi va o non mi va di fare”, sentenzia Agnès Varda a inizio conferenza. In bocca a qualcun altro il tono potrebbe risultare perentorio, pronunciata da lei la frase risulta come il pacato decreto di una regina buona, che si è meritata di sedere sul trono dove si trova ora.  L’umiltà che trasuda, la semplicità dei gesti, la luce che spande su ciò che tocca sono quanto di più lontano possibile dai capricci di una celebrità. A tratti ha qualche accenno di fastidio, ma i suoi malumori sono come quelli dei bambini: esplodono, raggiungono presto una vetta e si esauriscono non appena sopraggiunge una qualsiasi altra distrazione.

“Sono stufa di parlare dei miei film, l’ho fatto nelle mie ultime cinque pellicole, lo faccio nelle interviste, lo faccio nelle conferenze”, sbotta quasi subito, “mi sono sempre interessate molto di più le altre persone!”. Allora parliamo un po’ di loro: “Il mio primo lavoro (La Pointe Courte, 1955) era incentrato su una coppia di pescatori, da lì ho sempre parlato di rifugiati, di operai, di individui non riconosciuti, su cui in pochi posano lo sguardo”, spiega, “camminare per le strade mi emoziona perché intravedo molto potenziale umano”. Un approccio adottato dal giorno 1, con l’intento di “essere radicale, riconosciuta per le innovazioni che apportavo, non semplicemente perché ero una fra le rarissime registe donne fra gli anni Cinquanta e Sessanta”.

Piano piano la sua reticenza iniziale si trasforma in entusiasmo nel raccontare modi e tempi della sua arte. Così come nei suoi film, i sentimenti negativi si trasformano in colori e positività: “Lo diceva anche Gramsci, se ti limiti a osservare la situazione non puoi che essere depresso, se agisci per cambiarla diventi immediatamente un ottimista”. E già che si parla di Gramsci, “ho sempre lottato per i diritti di donne e lavoratori, non mi sono mai schierata apertamente in un partito ma ho marciato e partecipato ai grandi movimenti degli anni Sessanta, ho ripreso gli hippies, mi sono dichiarata e mi sento tuttora femminista”.

Nota personale: per Varda par Agnès, presentato in questa 69esima Edizione del Festival di Cinema di Berlino, un ruolo importante l’ha svolto la figlia Rosalie: “Lavorare con lei è divertente!”, ridacchia, “a volte è un po’ severa, mi fa andare a letto presto, mi rimette in riga”, commenta Agnès. “Avere un rapporto professionale con mia madre mi ha aiutato a capire che ogni opera ha bisogno dei suoi tempi, i calcoli economici a volte vanno messi da parte”, riprende Rosalie, “abbiamo sempre condiviso moltissimo e poterla aiutare a realizzare i suoi progetti mi rende orgogliosa”.

Un supporto fondamentale: “Ogni artista ha bisogno della sua rete per tenersi a galla, non sono mai stata né ho voluto essere una maga del box office, quel che mi è sempre interessato è il modo in cui i miei film venivano accolti e le amicizie che potevano nascere durante ogni mio percorso”, conclude Agnès, “so che oggi il mio stile risulta ancora più strano di quanto non lo facesse qualche decennio fa, non sono aggiornata sulle nuove tecniche di editing né sulle moderne macchine da presa, ma va bene così. Per quello ci sarà tempo in un’altra vita”.

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