Das Boot: una, due… molteplici storie sullo sfondo della Storia

Das Boot ****

Das Boot inizia con una di quelle scene adrenaliniche e soffocanti che hanno fatto la fortuna dell’omonimo film del 1981: vediamo gli ultimi momenti di vita di un sottomarino tedesco bombardato dagli alleati. A nulla vale scendere più in profondità: le bombe arrivano a stordire, ferire e finire l’U-Boot. Poi la scena si sposta e lo sguardo dello spettatore si ritrova ad accompagnare, quasi a prendere per mano, prima in treno e poi tra le vie di La Rochelle, una giovane donna, Simone Strasser (Vicky Krieps già ne Il filo nascosto), ingaggiata come interprete dalle forze naziste in virtù della sua origine alsaziana e quindi della padronanza di due lingue.

Sono questi i due poli della vicenda: il mare, dove 40 uomini cercano di sopravvivere in un tubo di ferro lungo 67 m e la terra ferma, dove una sparuta cellula della resistenza internazionale, male armata e senza mezzi, cerca di sabotare l’esercito nazista.

Tra i soldati del sottomarino agli ordini del tenente Klaus Hoffmann (Rick Okon), c’è anche il fratello di Simone, il capo marconista Frank Strasser (Leonard Scheicher) imbarcato d’urgenza a causa di un incidente avvenuto il giorno prima della partenza. Simone è così costretta ad entrare in contatto con la resistenza a cui il fratello aveva promesso delle informazioni in cambio di passaporti per lui, per la compagna Nathalie (Clara Plonsot) e per la piccola figlia. Scoprire la collaborazione di Frank con la Resistance sarà per Simone un vero e proprio shock che la costringerà a porsi delle domande e a fare delle scelte. Scelte pragmatiche, di una donna forte che dimostra di prediligere il buon senso ad ogni ideologia: Simone è lucida nella sua capacità di tradire a più riprese sia i tedeschi che la resistenza. Le sue scelte hanno l’obiettivo di tutelare in primis la propria famiglia (quella che scopre) e i civili innocenti.

A ben vedere per lei non ci sono differenze tra gli uni (nazisti) e gli altri (resistenza internazionale): entrambi combattono una guerra che hanno accettato come orizzonte entro cui declinare le proprie scelte morali, subordinando la vita propria (e degli altri) ad un ideale superiore. Ammazzare solo 5 francesi per il rapimento di un ufficiale nazista è un atto di clemenza per il maggiore Forster (Wlaschiha, già Valar Morghulis in Game of Thrones); rischiare la vita di 100 persone pur di danneggiare la catena di comando nazista è un atto necessario per Carla Monroe (Lizzy Caplan, già Virginia Johnson in Master of Sex). Se a più riprese i civili vengono trattati da una parte con paternalismo e dall’altra con disprezzo, in entrambi i casi emerge lo stesso approccio de-personalizzato e strumentale.

Un po’ tutti i personaggi presentano ampie zone di chiaro/scuro e anche quelli più cattivi hanno comportamenti tutt’altro che disumani. Lo stesso sentimento che il maggior Forster nutre per Simone ci consente di stringere anche con lui un rapporto di negoziazione di valori e di sentimenti, cosa che invece ci risulta più difficile con Carla che definisce Simone il suo ‘soldatino’. Il maggior Forster ci sembra molto umano nel suo amore per una donna che finge di ricambiarlo, ma che di fatto lo sta solo usando. Se nella furia e nella rabbia del tradimento anche il maggior Forster dimostrerà di vedere nella ragazza alsaziana solo un oggetto di soddisfazione dei propri desideri, resta la compassione per l’uomo che si è aperto, esposto e in qualche modo, come lui stesso riconoscerà sul finire della stagione, che si è indebolito. Anche l’ispettore francese Pierre Duval (Thierry Frémont) che sembra un pusillanime colluso con i nazisti, posto di fronte ad una scelta non facile dimostra di sapersi assumere il coraggio dell’umanità, lasciando fuggire l’infermiera Margot Bostal (Fleur Geffrier) insieme alla piccola figlia di Frank e Nathalie Tra i cattivi c’è anche il comandante Wrangler che non esita a guidare l’ammutinamento dei marinai dell’U612 contro Hoffmann o a coprire l’assassinio di un marinaio ritenuto ‘non affidabile’, ma che pure rischia la propria vita in missione ed è capace di commuoversi guardano i delfini che affiancano il sottomarino: nonostante sia il personaggio con cui è più difficile immedesimarsi è anch’egli in grado di regalarci spunti di negoziazione.

Raccontare storie sembra l’attività principale del cuoco di bordo, Hinrich, ma questo passatempo è tutt’altro che fine a se stesso perché consente non solo di rincuorare o distrarre i soldati, ma anche di superare momenti di crisi. In realtà è un modo per andare avanti, per passare oltre il tempo, perpetuando la memoria di giovani soldati morti in battaglia e delle loro gesta. Avere una storia da raccontare è la cosa principale che resta ai soldati dopo una missione: non solo “per far aprire le gambe a qualche ragazza”, ma per dare un senso alla propria esperienza. Ne sono tutti consapevoli, proprio come alla fine della vicenda saranno tutti consapevoli di non poter raccontare la vera storia dell’U612. Forse è meglio così perché la storia che racconterebbero sarebbe parziale: solo lo spettatore infatti può assistere al colpo di scena finale che ci sorprende (chi più, chi meno) e ridisegna l’intera vicenda. La funzione del finale è anche quella di aprire le porte ad una seconda stagione che si preannuncia tutta da scoprire.

Tradizionale nelle scelte stilistiche, la raffinata regia di Andreas Prochaska, già montatore di Haneke, predilige inquadrature che supportano l’idea classica di un punto di vista esterno, di una testimonianza neutra della vicenda. Rispetto al film Das Boot che ispira la vicenda e ne rappresenta il prequel, sono minori le scene claustrofobiche all’interno del sottomarino e comunque in ogni caso sia dentro che fuori dalla nave quello che si vuole comunicare è soprattutto l’alienazione e la disumanizzazione che porta con sé la guerra, non solo per i soldati. Il film era ambientato nel 1941: gli otto episodi della serie sono di un anno più tardi, autunno 1942, quando gli alleati, avendo decifrato il Codice Enigma, potevano più facilmente monitorare gli spostamenti dei sottomarini nazisti. Il vento è cambiato e risulta chiaro che la Germania sta perdendo la guerra. Questo “non detto” esaspera i comportamenti e carica la situazione di una vena crepuscolare. La scelta poi di adottare una seconda linea narrativa, in superficie, a La Rochelle, consente di dare spazio ai caratteri femminili e di ampliare le tonalità emotive rispetto al film. Completano il quadro una sceneggiatura definita e interpretazioni coinvolgenti, con una grande cura della ricostruzione storica e più in generale della verosimiglianza: la stessa Krieps è stata scelta, oltre che per le sue capacità, anche perché, originaria del Lussemburgo, ha sperimentato sulla propria pelle la drammatica ambiguità di quel periodo storico: aveva una nonna tedesca e l’altra francese.

Dopo il successo di Babylon Berlin (di certo lo show con più affinità) e The Dark, si conferma quindi la vitalità delle serie tedesche, per quanto in realtà questa sia soprattutto una produzione europea. Lo dimostra il cast multilingue e la sceneggiatura del britannico Tony Saint e del tedesco Johannes W. Betz. Das Boot rappresenta un investimento importante da parte di Sky anche in fase di produzione: con un budget di oltre 26 milioni di euro, un sottomarino in scala, cento giorni di riprese che hanno coinvolto circa 80 attori e 1000 comparse, quattro diversi set (Monaco di Baviera, La Rochelle, Praga e Malta) si tratta di un investimento significativo, come dimostrano anche i diritti, venduti in oltre 100 paesi .

La serie è stata rinnovata per una seconda stagione.

Titolo originale: Das Boot
Numero degli episodi: 8
Durata media ad episodio: 55 minuti
Distribuzione: Sky

CONSIGLIATO: A chi non accetta che il fine giustifichi i mezzi, nemmeno in guerra.

SCONSIGLIATO: A quanti si aspettano una storia di guerra con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.

VISIONI PARALLELE:

DAS BOOT, 1981, film di Wolfgang Petersen. Nell’autunno del 1941, quando la guerra sembra ancora prendere una direzione favorevole ai nazisti, un U96 combatte contro la Gran Bretagna. La storia racconta la vita di tutti i giorni dei marinai, le loro snervanti attese, il loro spirito di fratellanza e le fatiche che sono costretti ad affrontare. Rispetto alla serie, il film è ambientato solo in mare, sviluppando in modo magistrale l’effetto di claustrofobia. Finale a sorpresa che cancella ogni illusione nello spettatore: la guerra non consente finali positivi, ma nemmeno conciliatori. Un classico del genere.

UN’IMMAGINE: Il carico di ebrei che si ritrovano nella pancia di una nave commerciale russa, alla deriva. La sensazione è che gli autori abbiano utilizzato come spunto le immagini dei migranti che vediamo tutti i giorni. Inserita in un contesto narrativo, con un carico emozionale e un portato esperienziale più articolato, la scena rimane impressa e ci tocca il cuore, a differenza delle retoriche che, da una parte come dall’altra, vengono veicolate dai media su questo argomento con una sovraesposizione e una spersonalizzazione che allontanano, paradossalmente, lo spettatore dalla tragedia dei migranti.

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