Mary Kills People: un’occasione per ripensare, con leggerezza, la nostra idea di morte

Mary Kills People ***

Mary Harris è un medico che aiuta i malati terminali a morire. In una città non precisata del Nord America, con l’aiuto dell’ex chirurgo plastico Des, Mary somministra un cocktail a base di champagne e pentobarbital che consente ai malati di mettere fine alle proprie sofferenze. Basta firmare una liberatoria, pagare 10.000 Dollari e mantenere riserbo su un’attività che è illegale. La seconda stagione ci presenta Des che, dopo otto mesi passati in prigione per essersi preso la colpa per entrambi, torna in libertà e vuole ricominciare l’attività il prima possibile.

Il suo sogno è costruire un hospice dove le persone possano trovare una morte decorosa. Mary, che nel frattempo non è rimasta con le mani in mano, spingendosi fino in Messico pur di acquistare il pento, non sembra però condividere il sogno di Des e nemmeno voler ricominciare a lavorare insieme a lui. Nella vita della donna fa inoltre irruzione la splendida Olivia, come Mary disposta a tutto pur di conseguire i propri obiettivi, tra cui far crescere il proprio business di sostanze stupefacenti e sbarazzarsi il prima possibile del marito Travis. A complicare la situazione c’è poi Joel, un poliziotto che indaga sulle attività illegali di Travis e di Olivia e che è legato a Mary da una fortissima attrazione.

Questa, in sintesi, la situazione da cui si sviluppa la seconda stagione della serie canadese. Al centro di tutto c’è sempre Mary (Caroline Dhavernas, già Dr. Alana Bloom nella serie Hannibal): Bloody Mary, come si intitolava il primo episodio della scorsa stagione o l’Angelo della morte, come viene spesso soprannominata.

C’è qualcosa di anarchico negli occhi azzurri di Mary e di inquietante nel leggero sorriso che si delinea sui suoi lineamenti quando vede le persone bere il micidiale cocktail e prepararsi a varcare il fiume Stige. C’è qualcosa di più complesso del puro desiderio di non vedere le persone soffrire. E’ questo che rende il personaggio così credibile ai nostri occhi: la sua scelta nasce da un groviglio di sensazioni e di emozioni in cui è difficile dipanare quelle positive da quelle negative. Lo fa per soldi? Certo. Lo fa per compassione? E’ il movente principale, ma non il solo. Lo fa perché le piace sfidare l’autorità? Sì. Lo fa per rivivere in funzione catartica il dramma del suicidio della madre, aiutata da Mary e dalla sorella Nicole (Charlotte Sullivan)? Anche per questo, esatto.Lo fa anche per sentirsi viva: da sempre la spinta vitalistica si nutre del contatto con la morte.

A più riprese Mary e Des (Richard Short, già in Vinyl e a teatro in Cleo, che racconta la storia d’amore tra Richard Burton ed Elizabeth Taylor sul set di Cleopatra) tornano sulla linea da non superare per non cadere in una spirale irreversibile. A dispetto del titolo della serie, infatti, “Noi non uccidiamo le persone”. In realtà in questa seconda stagione quella linea viene superata in più occasioni: da Des quando per aiutare Mary decide di eliminare Travis, il marito di Olivia (Rachelle Lefevre) e da Mary stessa che, in ospedale, stacca la spina alla macchina che mantiene in vita una donna che ha cercato inutilmente di suicidarsi. Mary dimostra che la sua apertura verso la morte va quindi oltre ai malati terminali. Ci sono altre situazioni in cui lo spettatore si sente chiamato in causa nel giudicare se quello che i due stanno facendo rientra tra le azioni accettabili o meno, se è un comportamento da good o da bad guys. Non è facile prendere una posizione, tutt’altro.

La stessa Mary convive con un’immagine di sé che oscilla tra disprezzo ed accettazione. In questo la serie manifesta pienamente la condizione postmoderna della rappresentazione dell’eroe: Mary è coraggiosa, secondo topos consolidato, perché capace di prendere decisioni in solitudine, senza paura di sfidare le norme e affrontando il rischio di perdere la propria posizione nella società, in virtù della propria missione, ma al contempo è tremendamente vulnerabile (le due figlie per cui Mary non esiterebbe a fare qualsiasi cosa, letteralmente). C’è una debolezza costitutiva che compromette l’eroe e lo costringe a venire a patti con la società (in questo caso con Olivia). Al pensiero di perdere le figlie lo sguardo di Mary, capace di sostenere tante immagini di morte e di dolore, si scioglie in pianto; la sua tenace capacità di pianificare e gestire situazioni complicate si affievolisce e il suo talento nel dire la cosa giusta per supportare i pazienti nel momento del dubbio inciampa in una retorica incapace di comunicare alle figlie il suo immenso amore. Questo almeno per gran parte della seconda stagione, perché il finale ci riserva qualche sorpresa.

Il dramma di Mary è di non poter dire quello che fa alle persone a cui vuole bene. Non è solo una questione di attività legale o illegale. Nella modernità occidentale la morte ha perso il proprio valore ed è relegata in strutture separate, in spazi protetti e asettici.

Mary e Des sfidano in parte questa visione, arrivando nel finale della stagione ad organizzare una festa per un malato terminale che vuole dire addio al mondo tra le persone a cui vuole bene, con un evento in mezzo alla natura. Se è possibile sfidare la società ed i suoi tabù, non lo è altrettanto parlare della morte e questo non dipende solo dalla modernità. Lo è da sempre: i miti, religiosi o meno, sono serviti anche e soprattutto a questo. Oggi la lingua dei miti è dimenticata e comunicare la morte è tutt’altro che un’impresa facile. Le persone accanto a Mary non la capiscono e riusciranno finalmente ad accettare la sua scelta solo dopo aver provato in prima persona l’esperienza di assistere qualcuno nel suo ultimo viaggio. E’ quello che succederà a Nicole e alla figlia maggiore Jess (Abigail Winter): hanno bisogno di vivere l’esperienza per poter capire, almeno in parte, Mary.

Temi forti che potrebbero spaventare molti produttori. Non è stato così per Tara Armstrong, showrunner della serie, che ha smussato le asperità con una leggerezza da black comedy coniugata ad una narrazione stilisticamente molto tradizionale e in generale ad uno stile immersivo. Anche in questa stagione la regia (orfana di Holly Dale che aveva filmato tutta la prima serie) ha assunto uno stile rassicurante che lascia lo spettatore padrone della vicenda e sicuro possessore dei segreti di tutti i personaggi. Sono proprio queste scelte, insieme ad una sceneggiatura piuttosto telecomandata, a limitare la forza del messaggio. E’ tutto troppo sotto controllo, troppo rassicurante nella sua illusione scenica per lacerare la coscienza dello spettatore e farlo riflettere sul fatto che ci sono ancora libertà non acquisite e per cui vale la pena di lottare.

Questa seconda stagione ha il merito rispetto alla prima di limitare il numero dei pazienti, dando quindi più spazio alle loro storie e riuscendo così a farceli sentire più vicini: è questo, insieme all’introduzione di un personaggio negativo molto affascinante e credibile come Olivia, a dare più ritmo alla narrazione che risulta meno segmentata.

Meno vicende quindi, ma con un livello di analisi maggiore; anche il dramma familiare dei rapporti tra Mary e le figlie assume più respiro e rappresenta una trama alternativa comunque interessante anche se nel complesso piuttosto prevedibile negli sviluppi. Olivia è per molti aspetti un personaggio speculare rispetto a Mary: una donna che intende farsi strada ed è disposta a tutto, tranne a mettere in pericolo la propria figlia a cui tiene moltissimo. Il tono nel complesso è maggiormente cupo, più dark e l’azione è più incalzante, pur in uno sviluppo narrativo poco originale.

Un consiglio: sottotitoli. Vale un po’ per tutte le serie, ma ogni tanto è bene ricordarlo.

La terza stagione della serie è in realizzazione.

Titolo originale: Mary Kills People
Numero degli episodi: 6
Durata media ad episodio: 40 minuti
Distribuzione: Tim Vision

CONSIGLIATO: A chi pensa che la morte si possa rappresentare e vivere con levità e una buona dose di azione.

SCONSIGLIATO: A quanti vogliono eroi tutto d’un pezzo, senza concessioni al lato oscuro della forza e che pensano che certi temi vadano affrontati senza intenti commerciali.

VISIONI PARALLELE:

Million Dollar Baby, 2004, di Clint Eastwood. La storia di Frankie Dunn (Eastwood) ex pugile ed ora allenatore che si affeziona a Maggie Fitzgerald una giovane che si fa strada grazie anche ai suoi insegnamenti fino a sfidare la campionessa mondiale di categoria. Durante il match la pugile picchia con il collo lo sgabello e rimane paralizzata, costretta a rinunciare non solo al titolo e al successo, ma anche ad una vita normale. Con il corpo ricoperto dalle piaghe e vittima di un’infezione che costringe i medici ad amputarle una gamba vuole solo andarsene e si rivolge a Frank per avere un aiuto. Uno dei momenti più alti del cinema di Clint Eastwood.

UN’IMMAGINE: Costrette dalla polizia a scendere dall’auto all’uscita da un autolavaggio, Oliva e Mary si ritrovano a girarsi di 180 gradi con le mani in alto. Ad un certo punto si ritrovano una speculare all’altra a riprova del forte legame di opposizione/somiglianza, attrazione/repulsione che le contraddistingue.

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.