Black Mirror: Bandersnatch. Combattere l’illusione del controllo

Black Mirror: Bandersnatch **

Siamo nel 1984. Stefan (Fionn Whitehead, già in Dunkirk di Nolan), è un giovane aspirante programmatore, che vive alla periferia di Londra e lavora ad un videogame rivoluzionario.  La sua fonte d’ispirazione è un voluminoso librogioco di un autore maledetto, Jerome F. Davies, uno di quelli che vedono cospirazioni e intrighi ovunque e che finiscono irrimediabilmente con l’impazzire e sgozzare qualcuno di quelli che gli sta vicino (in questo caso la moglie). Il libro apparteneva alla madre del ragazzo, scomparsa in un incidente in treno quando Stefan aveva 5 anni. Di quel trauma il ragazzo porta ancora le ferite e di quell’incidente Stefan si sente parzialmente responsabile, anche se è soprattutto verso il padre che prova un profondo e latente sentimento d’odio. Lavorando alla programmazione del videogioco, il ragazzo finisce per convincersi che qualcuno lo sta controllando: ma chi? Il padre? Una misteriosa società di streaming del XXI° secolo? E se non fosse vero?  Se stesse semplicemente diventando pazzo?

Bandersnatch è il primo film interattivo per adulti proposto da Netflix. Sul modello dei librigame diffusi negli anni ’80 la piattaforma streaming ha infatti affidato al regista David Slade (Metalhead, quinto episodio della quarta stagione di BM) la realizzazione di un prodotto in cui lo spettatore fosse chiamato a fare delle scelte in grado di influenzare l’esito della vicenda. A più riprese nella parte inferiore dello schermo lo spettatore ha davanti a sé due possibilità tra le quali scegliere in un arco temporale di 10 secondi: da audience diventiamo player, esplorando una terra di confine in cui la serialità si trova sul crinale tra intrattenimento e gaming. Certo i giochi per computer degli anni ’80 avevano un livello tecnico molto diverso da quelli in VR (realtà virtuale) e in AR (realtà aumentata) odierni, ma il potere immersivo era comunque straordinario.

Anche lo spettatore/giocatore, apparentemente onnipotente, in realtà è vincolato da due aspetti: il primo che le opzioni di scelta, in genere binarie, sono stabilite da qualcun altro, il secondo che se vuole andare avanti con la storia si trova costretto a prendere delle decisioni che sviluppino la vicenda seguendo un flusso che viene da più lontano e va più lontano dei desideri individuali. Uccidere il padre non è la scelta che molti di noi vorrebbero fare, ma è l’unica che permette di dare respiro e sviluppo alla narrazione. Se il nostro orecchio (occhio) non è abbastanza allenato da capire dove scorre il flusso narrativo, poco male: ci pensa il sistema a portarci celermente ad un finale da cui possiamo/dobbiamo tornare indietro e riprendere il viaggio. Senza dimenticare le indicazioni che ci vengono fornite al momento della scelta o il fatto che gran parte delle opzioni che fanno progredire la storia si trovano nella parte destra dello schermo.

Qualcosa di molto simile capita a tutti gli autori quando sono costretti dal flusso narrativo, conscio o inconscio, a procedere in una determinata direzione. In ultima analisi quindi l’illusione della libertà riguarda in egual misura gli autori come gli attori. La frustrazione del senso di onnipotenza è inoltre sempre dietro l’angolo: se in più punti la scelta che abbiamo davanti ci appare rilevante, esistenziale (scegliere se uccidere o meno, chi far buttare dal balcone, se accettare o meno un lavoro), in altri è poco più che un allenamento o una manifestazione di potenza (la marca dei cereali per la colazione o la musica da ascoltare sull’autobus); talvolta è addirittura ininfluente (nello studio della psicologa non cambia niente tra le due opzioni che vengono proposte, così come nel salotto del collega programmatore, Colin, la scelta di accettare o meno l’LSD porterà Stefan ad un medesimo esito).

Netflix ha dichiarato che ci sono cinque diversi approdi della vicenda. Tra tutti i finali, l’unico in cui ho provato emozione è stato quello in cui Stefan riesce ad aprire la cassaforte e a cambiare il passato (e quindi il futuro). Allora cambiare il passato è davvero possibile, come ci aveva raccontato  nel suo delirio lisergico il programmatore-profeta Colin (Will Poulter)? Forse sì, però lo stesso Colin ci aveva anche parlato di controllo e manipolazione e questo si traduce in un altro finale. Mutatis mutandis …

La sceneggiatura consente di percorrere i diversi rami della storia con specificità: se arriviamo al medesimo bivio da due rami diversi troviamo infatti piccoli mutamenti. La stessa scelta dei cereali da prendere a colazione, che ci sembra di poco conto, verrà richiamata nel prosieguo della vicenda.

La fluidità della resa narrativa è evidente. Pensate ai personaggi: più banali che semplici; all’azione: più nulla che scarsa; alla trama: non solo senza colpi di scena alla BM, ma per gran parte del film piatta come il mare in bonaccia. Eppure si rimane lì e si va avanti, fino ai titoli di coda. Qualcosa vorrà pur dire. Il merito è della cura con cui è stata resa l’esperienza interattiva: la scena non si blocca in attesa della nostra scelta, ma prosegue: veniamo così incalzati nel prendere una decisione non solo dallo scorrere del tempo, indicato da una banda a fondo schermo che si consuma progressivamente, ma anche da chi attende la nostra risposta, proprio come avverrebbe nella vita di tutti i giorni. Ci sentiamo quasi in dovere di continuare fino alla fine: insomma abbandonare i caratteri a metà del guado sarebbe come venir meno ai nostri doveri. Forse soffriamo un po’ della sindrome di Peter Parker, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

I colori freddi e sfumati dell’ambientazione inglese ci ricordano, pur nella grande accuratezza formale, solamente l’origine del prodotto. Abbiamo invece apprezzato la fotografia nel colloquio tra Stefan e Colin che avviene nell’appartamento di quest’ultimo:  il passaggio dal giorno alla notte, attraverso il momento allucinato prodotto dall’assunzione dell’LSD rappresenta una delle parti visivamente migliori del film. Ottima la ricostruzione degli anni ’80 (che belle le Adidas di Stefan!) a livello di costumi, scenografia, sonoro (quello dei computer è un piccolo viaggio nella memoria) e musica. Merita una particolare citazione il montaggio che in un film di questo tipo deve unire essenzialità a efficacia. Lo fa, confermandosi una delle migliori armi della squadra di regia.

Cosa conserva Bandersnatch di Black Mirror? Certamente i temi trattati: l’esistenza di linee temporali parallele, i limiti del libero arbitrio, il rapporto tra verità e finzione, riferimenti metanarrativi (troverete anche un compiaciuto riferimento a Netflix) e citazioni (Metalhead, ma anche Nosedive nei videogiochi della Tuckersoft , White Bear nel simbolo del glifo e nei trafiletti dei giornali riferimenti a Hang the Dj, Uss Callister15 millions merits ), il tema delle realtà parallele. Di certo Charlie Brooker, autore e produttore, intende lasciare qualcosa su cui riflettere agli spettatori, ma a differenza di quanto accade negli episodi di Black Mirror la soddisfazione intellettuale è minore e la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un’opera il cui valore stia più nel percorso che nel risultato finale. Raggiunti i diversi finali allo spettatore/giocatore rimane un senso di sazietà del tutto diverso da quello di inquietudine che invece lasciano gli episodi più riusciti della serie britannica. Paradossalmente è molto più chiuso un prodotto di questo tipo di quanto non lo sia un episodio in cui lo spettatore non ha ruoli attivi: nella serie l’attivazione dello spettatore c’è, eccome, ma avviene soprattutto ex post, per via induttiva, mentre in questo caso  è tutto limitato al livello esperienziale.

Bandersnatch non è strettamente collegato con la quinta stagione dello show e l’ingente sforzo economico non avrà ricadute sulle scelte produttive della serie. Le voci che inizialmente lo vedevano come pilota della nuova stagione sono state dipanate ed è stato chiarito che si tratta in tutto e per tutto di un film indipendente che però si situa per contenuti, scelte narrative e stilistiche nell’alveo della serie. Lo sforzo profuso in questo prodotto, che ha richiesto cinque ore di riprese e circa due anni di lavoro, porterà ad uno slittamento della nuova stagione che proseguirà l’evoluzione artistica verso rappresentazioni meno nichiliste e aperte a finali positivi. Per adesso l’unica certezza è la mancanza di certezza sulla finestra temporale di rilascio, anche se dovrebbe essere nella seconda metà del 2019. Del resto l’effetto sorpresa è in pieno stile BM. Della serie, si intende.

Titolo originale:  Black Mirror: Bandersnatch
Durata: variabile, da un minimo di 40 minuti in su. Media sui 75 minuti.
Distribuzione streaming: Netflix

CONSIGLIATO: a quelli che hanno inserito nella lista dei buoni propositi per il nuovo anno la lotta al controllo  compulsivo su di sé e sugli altri e hanno una grande nostalgia degli anni’80 e di tutto quel mondo che ruotava attorno ai giochi di ruolo e ai libri gioco.

SCONSIGLIATO: agli appassionati delle prime stagioni di BM. Il prodotto è analogo solo per i contenuti, quindi le aspettative potrebbero (molto facilmente) andare deluse. A quanti pensano che l’approfondimento dei caratteri e l’azione (almeno uno dei due) siano elementi importanti in un film.

VISIONI PARALLELE: The Truman Show di Peter Weir, 1998. Il rapporto tra reale e virtuale è al centro di questo film con un poliedrico Carrey  che veste i panni del protagonista, ignaro di vivere in un gigantesco set cinematografico controllato da un onnipotente produttore/creatore (Ed Harris). Con il tempo però inizierà a rendersi conto della situazione e a ribellarsi al ‘grande fratello’ che lo controlla.

UN’IMMAGINE: di fronte alla spiegazione di cos’è Netflix, apparsa sul monitor del computer, uno spaventato Stefan urla: “Non so che cosa significhi. Non capisco!”

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