Black Mirror, quarta stagione: Hang the DJ, Metalhead, Black Museum

Seconda parte dello speciale, dedicato alla quarta stagione di Black Mirror. La prima parte la trovate qui.

Hang the DJ

Il quarto episodio, Hang the DJ, presenta la prestigiosa firma di Timothy Van Patten (Boardwalk Empire, I soprano) e dimostra, una volta di più, come l’eccellenza tecnica da sola non basti a lasciare un segno nel cuore e nella mente dello spettatore. I protagonisti di questa storia sono due giovani single, Amy (Georgina Campbell) e Frank (Joe Cole), guidati da un sistema informatico che raccoglie dati per trovare l’anima gemella e che, per raggiungere l’obiettivo, costringe i single in un tunnel di appuntamenti seriali che si succedono senza interruzione e senza sentimento, in una coazione che de-priva la mente anche del ricordo del nome del partner con cui si sono passate ore di intimità. Una volta formata la coppia perfetta, i partecipanti potranno andare a vivere insieme, lasciandosi alle spalle quella che a poco a poco si svela come una prigione dorata. Il muro che compare sullo sfondo di questo paesaggio, curatissimo in ogni dettaglio, ci ricorda infatti che manca qualcosa: la libertà. Un luogo pieno di verde, tecnologia apparentemente user friendly e pulitissimo in cui però mancano la libertà ed il calore umano: vi ricorda qualche Paese del mondo?

Tra Frank e Amy scatta subito qualcosa, quella reazione chimica che si chiama amore. E’ di grande delicatezza l’indugiare della macchina da presa sulle loro mani che si sfiorano, si toccano, si stringono, stesi fianco a fianco, nel letto. Le inquadrature sono stilisticamente perfette, così come la fotografia che utilizza colori tenui e luci soffuse; anche i caratteri dei due protagonisti sono ben definiti e si arricchiscono progressivamente, acquisendo consapevolezza del reciproco amore. La storia tra Frank e Amy ci è sembrata un po’ troppo carica di elementi positivi: l’unico diverbio è causato dal gesto di Frank di voler sapere quanto tempo resta alla loro relazione (il tempo di ogni incontro è fissato dal programma informatico). La narrazione si sviluppa in modo prevedibile e anche il colpo di scena finale non è poi così imprevisto: quella a cui ci siamo appassionati era in realtà una semplice simulazione – una delle migliaia – fatta da un’app per provare a capire se due persone potrebbero o meno andare d’accordo.

Hang the DJ sviluppa un discorso sulla clonazione dell’identità in apparenza analogo a quello del primo episodio; ma se in USS Callister il fatto che i cloni avessero una propria specifica coscienza rappresentava un elemento di indubbio interesse, in grado di aprire squarci di riflessione, nel quarto episodio il tema della duplicazione di sé stessi non genera particolari domande né di natura morale né psicologica. Si tratta esclusivamente di uno strumento di dating che rispecchia pienamente i gusti delle realtà viventi che duplica. Un altro spunto di riflessione potrebbe venire dal raffronto con Arkangel: in entrambi gli episodi al centro della narrazione c’è il controllo, volto a limitare il più possibile il disagio e le situazioni di esposizione emotiva dei protagonisti. La storia di Hang the DJ è infatti ambientata in un contesto in cui tutto è calcolato e le decisioni vengono prese dal software per il bene degli esseri umani, che si adagiano in questa condizione di comoda passività. In entrambi gli episodi è necessaria una fuga per risolvere la situazione, per superare le barriere del controllo e l’idea che la mancanza di asperità sia la condizione migliore in cui vivere.

Metalhead

Metalhead ci catapulta in uno scenario apocalittico dove un cane robot conduce una caccia spietata ad una donna (Maxine Peake). La presenza umana è residuale e la stessa natura appare compromessa. Non si capiscono le motivazioni né l’origine della caccia, sistematica e serrata, condotta dai cani meccanici e questo naturalmente aumenta il livello di tensione, un po’come avveniva in Duel di Spielberg, tra le fonti di questo episodio.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un’opera stilisticamente ineccepibile, di grande qualità. La regia di David Slade (Hard Candy, Breaking Bad) alterna, con savoir faire, momenti di pura adrenalina ad occasioni di decompressione, il tutto sostenuto da un montaggio sincopato e da una fotografia funzionale al racconto, con un bianco e nero sporco che rende bene l’idea di pesantezza in cui la vicenda si svolge.

In questo episodio mancano però stimoli che portino lo spettatore ad un godimento intellettuale che vada oltre il piacere della visione. Tutto si esaurisce con la conclusione della vicenda che sembra voler definire come la contrapposizione tra uomo e tecnologia porti in modo inevitabile ad una reciproca sconfitta: siamo insomma piuttosto lontani dalla ricchezza di chiavi di lettura presenti in altri episodi. Forse l’elemento più interessante è la scoperta del tipo di merce che la donna stava cercando di rubare quando inizia la caccia, cioè un orsacchiotto di peluche.

Complessivamente manca quindi la soddisfazione che di solito troviamo negli episodi più riusciti di Black Mirror, ovvero quel connubio di piacere della mente e del palato che è il vero tratto distintivo della serie creata da Charlie Brooker e che ha reso così significante il paragone con Twilight Zone.

Black Museum

Soddisfazione che invece riesce, almeno a tratti, a suscitare l’ultimo episodio di questa quarta stagione, Black Museum. Anche in questo caso i temi dell’identità, della libertà, della coscienza e della tecnologia si trovano a confrontarsi con il problema dei limiti: fino a dove è lecito spingersi? La ricerca di superare il dolore di una separazione o di curare nel migliore dei modi i pazienti sono di per sé buone intenzioni che possono trovare un valido supporto nella tecnologia. A patto di non snaturare l’essenza umana. Ma qual è l’essenza umana? Tutti i personaggi infatti, in un modo o nell’altro sembrano compromessi con la violenza, la sopraffazione e il desiderio di vendetta.

Questo museo, collocato nel nulla di un paesaggio desertico, presenta oggetti con una storia di crudeltà e di dolore, cimeli legati ai precedenti episodi: la macchina per clonare di USS Callister, il tablet rotto di Arkangel, la vasca di Crocodile e altri oggetti che rimandano alle precedenti stagioni. Accanto a questi si aggiungono nuovi medium e con essi nuove storie. Tra essi rimarrà nella mente dello spettatore la macchina per sentire il dolore e la relativa parabola infernale del dottor Peter Dawson (Daniel Lapaine), con sequenze davvero ad effetto sul rapporto tra piacere e dolore.

Il dialogo fra la giovane Nish (Letitia Wright) e il curatore del museo, Rolo Haynes (Douglas Hodge) fa da cornice alle storie degli oggetti e le incastona in un climax di tensione che raggiungerà il culmine nel finale. La vera suspense dell’episodio è tutta in questo dialogo: si capisce che da qui dovrà scaturire qualcosa di significante. Questo qualcosa, ancora una volta, assume rilevanza solo a livello narrativo perché non aggiunge nessun elemento di riflessione o di inquietudine sul rapporto tra uomo e mondo tecnologico.

Ad un certo punto lo stesso Rolo esplicita una domanda che aleggia dall’inizio dell’episodio nella nostra mente: chi può visitare un museo del genere? La risposta è agghiacciante: persone come noi, voyeur che traggono godimento dal racconto. Anche quando questo è intrecciato con il dolore. Volenti o nolenti è quello che fanno tutti gli spettatori, dalla notte dei tempi. La differenza è che per lo spettatore è la bellezza del racconto e non il dolore in se stesso ad essere attraente, mentre per i visitatori di questo museo sembra che l’unica cosa divertente sia proprio vedere la sofferenza, dietro una teca, e quindi sentirsene immuni. Sentirsi migliori degli altri, anche solo per sottrazione, rende più felici? È questo forse il tema di riflessione più interessante dell’episodio.

Alla fine l’episodio si chiude com’era cominciato, sulle note di una rassicurante “Always Something There to Remind Me” di Dionne Warwick, solo che quella che all’inizio della storia era sembrata un semplice gusto musicale un poco retrò, ora si manifesta in tutt’altra forma.

Al termine dei sei episodi ci resta la sensazione di aver assistito ad una serie un po’ diversa dalle aspettative; sicuramente questo gap tra desideri iniziali ed esito finale può condizionare, almeno in parte, il giudizio. Stilisticamente gli episodi sono tutti realizzati con un livello tecnico molto elevato e garantiscono un indiscusso piacere estetico e drammaturgico: anche in quelli meno riusciti l’occhio dello spettatore non resta mai deluso. La mente invece sì, perché il più delle volte l’aspettativa di ricevere un sano shock intellettuale, di sentire sulla pelle il brivido dell’angoscia distopica va delusa. I brividi maggiori arrivano piuttosto dall’animo umano, dal suo lato oscuro e dagli abissi insondabili che può spalancare (rapporto dolore-piacere, controllo, voyeurismo, desiderio di possesso, etc.): solo nel primo episodio della serie e in parte nell’ultimo su questi abissi si inserisce con efficacia e naturalezza il tema della tecnologia e del mondo futuro. Credo sia soprattutto questo aspetto ad aver portato una certa asprezza da parte della critica. Giustificata? Allo spettatore l’ardua sentenza.

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