Black Mirror, quarta stagione: USS Callister, Arkangel, Crocodile

Nel dicembre 2011 una strana serie tv si aggirava per l’Inghilterra. Chi non ricorda l’atroce ricatto al centro dell’episodio pilota di Black Mirror? Al primo ministro inglese era richiesto di fare sesso con un maiale in diretta televisiva, pena l’esecuzione di un membro della famiglia reale, precedentemente rapito da un misterioso gruppo terroristico. Le prime puntate sembravano il parto dalla mente malata di un geek. Charlie Brooker, il suo creatore, vantava un passato come autore televisivo e giornalista specializzato nel settore informatico. La recensione di videogiochi dev’essere stato un momento di formazione importante per l’ex studente dell’Università di Westminster. In Dead Set del 2006, serie trasmessa in Italia dall’allora canale MTV, Brooker profetizzava un’invasione di zombie a seguito di un’epidemia, dove gli unici sopravvissuti erano i partecipanti al Grande Fratello. Trovavamo qui i presupposti, teorici e stilistici, di quanto sarebbe accaduto cinque anni dopo con Black Mirror. Un trionfo mondiale, a seguito di un’intuizione tanto felice quanto banale: la tecnologia ci sta cambiando la vita, anzi, ci sta mutando la pelle e ciò che osserviamo ora è solo l’antipasto degli sviluppi che verosimilmente potrebbero attendere l’umanità. Non fra un secolo, ma nel futuro prossimo, in un quadro temporale accelerato e implacabile.

Il punto di forza della serie sta proprio in questa angosciante verosimiglianza tra il noi di adesso e il noi di domani. Una distopia molto, troppo realistica: ecco l’ossimoro agghiacciante. A Charlie Brooker non deve sfuggire proprio nulla degli pseudoculti transumanisti in voga nella Silicon Valley. Presumibilmente, l’avveduto produttore ha fatto una scorpacciata di tutta la paccottiglia ideologica smerciata da Ray Kurzweil, Zotlan Istvan et similia, ma anche di pubblicazioni serie come, ad esempio, Homo Deus di Y.N. Harari o degli articoli di Eugeny Morozov sul pericolo rappresentato dai big data in mano a Zuckerberg&Co. A dispetto dei devoti dell’idea messianica di singolarità, il punto di congiunzione evolutivo tra uomo e macchina, Black Mirror non fa sconti alle illusioni di chi vagheggia la perfettibilità infinita dell’uomo-cyborg, e vira ogni puntata verso un pessimismo radicale (a tratti moralistico) condito da amarissima ironia, mood emotivo della serie. Se l’umanità è morta, come sanciva Michel Foucault, la tecnologia l’ha definitivamente sepolta e surrogata con gli algoritmi. Siamo destinati a diventare manichini, vedi il romanzo Zero K di Don DeLillo, incatenati ad un’ultima, imperscrutabile verità trascendente? Black Mirror brilla quale raro esempio di satira sociale su argomenti caldissimi, affrontati con crudeltà e spirito visionario.

Così, osannata tanto dai nerd quanto dai tecnoscettici, la creatura di Brooker è giunta alla quarta stagione. Quando Netflix acquistò i diritti dalla britannica Channel 4 nel 2016, molti aficionados si chiesero se il passaggio avrebbe comportato qualche modifica nell’impostazione dello storytelling o, addirittura, un indebolimento del messaggio. Considerate sia l’importanza della serie sia la complessità dei singoli episodi, abbiamo deciso, come redazione di Stanze di Cinema e, nello specifico, come collaboratori e critici della sezione Dark Mirrors (non sfuggirà l’assonanza…), di dedicare due articoli separati alla season four, esaminando tre puntate alla volta.

USS Callister

Un piccolo capolavoro sotto il segno dell’umorismo black. In ogni luogo di lavoro vi sono soggetti frustrati come Robert Daly, il il personaggio principale. Quanti, come lui, hanno desiderato crearsi un mondo su misura, dove il talento è riconosciuto e ogni desiderio, anche sessuale, è finalmente realizzato? Quanti hanno immaginato una realtà parallela in cui il capo diventa il proprio sottoposto, umile schiavo privo di volontà decisionale? Come sempre accade in Black Mirror, la nevrosi trova una sponda nelle stratosferiche possibilità offerte dalla tecnologia. Jesse Plemons, noto per il ruolo di Ed Blumquist, macellaio di Luverne, in Fargo 2, interpreta Robert Daly, un geniale inventore di architetture virtuali immersive, sottomesso alle volontà di James Walton, il brillante socio dello studio, che ha il volto dell’attore Jimmy Simpson. Daly è un nerd semiautistico, drogato di fumetti e retrogames, incapace di comunicare con l’altro sesso, un inetto che conduce una vita tristissima e medita vendetta verso i colleghi. Ed ecco che, all’interno del gioco Infinity, Daly si scava una nicchia personale scollegata dalla rete, quindi irrintracciabile, dove lui si trasforma nel Capitano onnipotente di una navicella spaziale pressoché identica a quella di Star Trek. Clonando il DNA dei malcapitati, genera identità virtuali eterne, copie dell’originale fisico: ultima a salire a bordo, Nanette Cole, interpretata da Cristin Milioti, anche lei presente nella seconda serie di Fargo, rea, suo malgrado, di aver solleticato le fantasie del programmatore. Ci si collega al “gioco” attraverso un chip cerebrale, unica porta di accesso al mondo virtuale.

Questo primo episodio solleva molte questioni etiche e filosofiche. Quale può essere lo statuto ontologico di una copia virtuale? Sono due esistenze o una sola? Un codice informatico può pretendere di essere chiamato “vita”? Soprattutto: la follia umana rischia di essere favorita e amplificata dall’avanzamento tecnologico? Chi detiene posti di potere o elevatissime competenze (un maker, un biotecnologo, un esperto di natotech…) dovrebbe essere controllato in qualche modo dalla comunità e vincolato a regole etiche condivise? Ma chi può, in un mondo liquido, verificare il rispetto di suddette regole? USS Callister è un episodio tra i più originali dell’intera saga di Black Mirror. Originale l’ambientazione vintage, bravi gli attori e interessanti i temi proposti.

Arkangel

È moralmente lecito arginare il dolore, la rabbia, la sofferenza, amputando le nostre terminazioni sensibili, obbligando l’occhio a non vedere, attraverso l’applicazione di una gabbia virtuale? Marie Sambrell (Rosamarie DeWitt, apprezzata in Olive Kitteridge e in La La Land) è una madre single molto apprensiva. Un giorno sperimenta una situazione di panico totale: sua figlia Sara si allontana da un parco pubblico e viene ritrovata da un passante. Aveva inseguito un gattino… Marie decide di passare alle maniere forti. L’azienda Arkangel permette, mediante un chip impiantato nel cervello e non più rimovibile, di monitorare costantemente, via tablet, i movimenti delle persone. Un aggeggio adattissimo ai bambini, ovviamente. In più, una funzione aggiuntiva consente di evitare la fruizione di esperienze traumatiche. Il tuo compagno di classe ti vuole far vedere un video truculento su youtube? Ci pensa Arkangel: la scena viene oscurata al tuo sguardo. Ti tagli affettando un limone? Niente paura, il sangue è pixelato a dovere. Sara conduce una vita ovattata. Dentro di sé, quale inevitabile risposta psicologica all’assenza di esperienze, la ragazza coltiva impulsi autolesionistici. Marie, a malincuore, disattiva il tablet. Con l’adolescenza, esplode il dramma. Sara comincia a frequentare Ryan, con lui ha il primo rapporto sessuale e viene iniziata alla cocaina. Marie sospetta qualcosa. La scoperta è traumatica e tra le due si apre un abisso di rancore. Il finale ha il sapore del contrappasso: il controllato sfugge al controllore, stavolta senza rimedio, in una scena che chiude simbolicamente il cerchio, riannodandosi alle battute iniziali del racconto.

Arkangel era un episodio molto atteso, perché diretto da Jodie Foster. Il suo merito principale è di smascherare il falso mito della neutralità tecnologica. L’osservatore, la madre in questo caso, crede di avere il controllo totale esercitando una specifica visione, diretta sull’oggetto osservato, la figlia. È, però, il dogma della trasparenza totale a dominare le relazioni umane. Marie si trasforma in Arkangel, che a sua volta modifica Marie nella quintessenza del voyeur. Le azioni sono soggette a svolte impreviste e imponderabili e la prevenzione del male diventa, per l’ansiogeno angelo del bene, desiderio morboso, ossessione punitiva e infine castrazione coatta. Arkangel è girato come meglio non si potrebbe, ma forse nell’eccessivo zelo didascalico si nasconde un limite, una tendenza all’appiattimento psicologico e l’intento, troppo pedagogico, di piegare la trama e i personaggi alla trasmissione di una lezione morale.

Crocodile

Anche sul terzo episodio troviamo una firma illustre. Trattasi di John Hillcoat, regista australiano di The road (2009), trasposizione cinematografica del romanzo di Cormac McCarthy, nonché grande amico e collaboratore di Nick Cave. Mia Nolan ed il suo compagno Rob, dopo una notte in discoteca a base di alcolici e droga, investono con l’auto un uomo in bicicletta. Preoccupati per le conseguenze, fanno sparire il cadavere. Quindici anni dopo, Mia, che ha le fattezze della brava Andrea Riseborough (vista in Birdman, Animali notturni e nel recentissimo Morto Stalin se ne fa un altro) è diventata un architetto di successo, che con le sue realizzazioni “crea comunità”. Rob, tormentato dai sensi di colpa e deciso a rivelare il misfatto, si rifà vivo dopo una lunga assenza. Va a trovarla in albergo dopo una conferenza, e qui hanno una colluttazione. Mia uccide accidentalmente Rob. In quel momento, nella strada sottostante, avviene un incidente stradale. Un musicista è investito da un furgone. Shazia, una giovane impiegata nel ramo assicurazioni, è chiamata ad indagare per avviare le pratiche di risarcimento. In un complicato gioco di specchi, senza volerlo, Shazia risale a Mia, testimone oculare del fatto. Nel cervello di Mia risiedono i ricordi dei due omicidi. Le compagnie di assicurazioni si avvalgono di uno scanner mentale infallibile e la legge obbliga a sottoporsi alla procedura. Mia è incastrata. Shazia registra sul monitor il misfatto, e qui inizia una lenta discesa nell’orrore. L’architetto diventa un killer spietato.

Il finale riserva un coup de théâtre. Come nell’episodio precedente, si alternano luci ed ombre. Bellissimi i paesaggi glaciali, perfetto contrappunto al deserto interiore della protagonista, e ottima recitazione corale. La mano registica si fa notare per la diligenza, quasi chirurgica, con cui dirige l’intera macchina attoriale. La storia è portata a termine con la precisione del filo a piombo. Cosa manca, quindi? Probabilmente un po’ di empatia e di scavo nella psicologia dei personaggi. Quando Mia scarica il corpo di Rob nel cantiere dei palazzi in costruzione, si legge un cartello: “Affordable living for all”. Chiaro ed evidente il sarcasmo. Brooker e Hillcoat prendono di mira il concetto di smart city. In una società innamorata dei big data e invasa da una tecnologia che presto farà dialogare gli elettrodomestici tra loro, anche l’uomo è ridotto a libro aperto, ad antenna captante segnali da ritrasmettere altrove. Ma con la fine della segretezza, il crimine si fa più efferato.

Parziale e personale conclusione. È possibile dire che Black Mirror resta un prodotto di punta, un must delle serie tv? Si. Tuttavia, chi scrive questa recensione ha riscontrato in alcuni passaggi una certa stanchezza, ovvero la tentazione di riprendere schemi e invenzioni già presenti in vecchie puntate, in altre parole una carenza di evoluzione narrativa. E forse, per la prima volta, un certo autocompiacimento narcisistico. Lo specchio si è appannato? È necessario rimandare alla seconda parte della nostra analisi, per un altro punto di vista ed un giudizio più completo.

NdR: Sabato prossimo pubblicheremo la recensione degli altri tre episodi: Hang the Dj, Metalhead e Black Museum

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