La terra dell’abbastanza

La terra dell’abbastanza ***

L’esordio dei giovanissimi gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, ha debuttato a Berlino nella sezione Panorama, prima di arrivare troppo fugacemente nelle sale a giugno, nella terra di nessuno della nostra derelitta distribuzione.

Ed invece merita un’attenzione del tutto particolare, perchè pur partendo da coordinate geografiche e di genere, che il cinema italiano e la serialità hanno raccontato molte volte negli ultimi anni, da Romanzo Criminale a Fiore, da Cuori puri fino a Suburra, La terra dell’abbastanza mostra maturità espressiva che difficilmente si associa ad un esordio e uno sguardo sicuro, limpido, morale.

I due fratelli non avevano girato neppure un cortometraggio prima d’ora, non vengono dalle scuole di cinema o dal centro sperimentale, ma dalla fotografia e dalla passione per un certo cinema italiano che ha in Matteo Garrone, in Jonas Carpignano, in Pietro Marcello i suoi centri di gravità.

Scrittori prim’ancora che registi, i due fratelli hanno deciso di raccontare l’amicizia totale di due ragazzi di borgata, Mirko e Manolo, che fanno l’alberghiero e cercano di dare una svolta alla loro vita.

Vengono da famiglie disastrate, incomplete: Manolo vive col padre, un uomo che ha sognato di entrare nel giro grosso e passa le sue giornate tra videopoker e il nulla. Mirko sta invece con la madre e con una sorellina molto più piccola di lui, che la donna ha avuto da un altro uomo.

Tutto comincia una notte qualunque a Ponte di Nona, in uno spiazza davanti ad una serie di condomini popolari: chiusi in un auto, Mirko e Manolo divorano voracemente pane e cicoria, poi si mettono in viaggio per tornare a casa, ma lungo la strada,’vicino al campo sportivo’, investono inavvertitamente un uomo e poi scappano, coperti dalla notte e dal silenzio.

Quello che poteva essere l’inizio di un incubo giudiziario e morale, tra sensi di colpa e paura di aver bruciato in una notte tutta la loro vita, diventa improvvisamente un’opportunità.

Il padre di Manolo scopre per caso che l’uomo ucciso è un infame, un traditore, un informatore che si è venduto il piccolo boss di quartiere alla polizia.

I due ragazzi hanno così l’occasione di entrare nella su organizzazione criminale: la svolta tanto agognata è una scorciatoia verso i soldi facili.

Ma quel mondo di droga, prostituzione, sfruttamento, omicidi su commissione, finisce per alterare profondamente i rapporti di Mirko e Manolo con il mondo esterno: il microcosmo criminale li trascina a fonda, sfruttando quella che appare la loro insensibilità a tutto quello che li circonda, la freddezza professionale con cui eseguono gli ordini.

Ma la realtà è molto diversa e il senso di colpa e l’orrore divorano a poco a poco i due protagonisti.

Il ritratto della periferia criminale è diventato in questi anni una sorta di sottogenere frequentatissimo dal nuovo cinema d’autore italiano. Il film dei fratelli D’Innocenzo arriva purtroppo un po’ in ritardo ed è forse per questo che sembra essere passato nelle sale con la stessa indifferenza che si riserva all’ennesima commedia autobiografica di influencer e youtuber.

Ed invece il lavoro dei due gemelli romani ha uno spessore diverso, uno sguardo denso, che fonde la bellissima fotografia di Paolo Carnera, capace di stare addosso ai suoi personaggi e lasciando fuori fuoco un paesaggio che loro stessi vorrebbero dimenticare, con il montaggio di Marco Spoletini che ha asciugato ogni deriva e con un sound design capace di restituire l’incubo che pian piano sembra precipitare sui protagonisti.

Bravissimi Andrea Carpenzano e l’inedito Matteo Olivetti, complementari, opposti ma vicini, coppia indovinatissima di caratteri esemplari, anestetizzati da una violenza che diventa sempre più bestiale.

Quello che sorprende tuttavia è la maturità della regia dei due fratelli, che sopperisce persino alle sbavature e alle ingenuità di scrittura, con una messa in scena impeccabile, potente, che alterna assalto a camera a spalla con primi piani e campi lunghi, trovando sempre la giusta distanza con cui raccontare questa discesa nell’abiezione, questa assuefazione progressiva al male.

Il loro conte morale sula gioventù coglie perfettamente l’indifferenza che sembra avvolgere tutto, anestetizzando qualsiasi reazione: una volta varcata la frontiera della morte, ci si ritrova soli con i propri demoni. I D’Innocenzo sanno essere disturbanti senza mai fare la voce grossa: basterebbe citare il bellissimo carrello dall’interno dell’auto con le prostitute in strada, gli occhi spenti del padre di Manolo, quelli sempre lucidi della madre di Mirko, la violenza del vecchio pusher con gli occhiali alzati sulla fronte, la festa di compleanno rovinata dai regali esagerati del fratello criminale.

Recuperate La terra dell’abbastanza nelle rassegne autunnali, sulle piattaforme di streaming, in homevideo. Non ve ne pentirete.

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