Maniac. Pillole di umanità da un improbabile futuro

Ci troviamo in una città che assomiglia molto a come negli anni ’80 i Newyorkesi avrebbero immaginato il loro futuro. Spazi angusti, robot intelligenti, relazioni umane che fanno fatica a trovare dignità in un contesto in cui si vende di tutto, anche i sentimenti: si può perfino affittare un marito o un amico. Una società capitalista, ipertecnologica e a forte rischio di de-umanizzazione.

Tra le luci al neon ed il traffico asfissiante di questo (possibile) futuro prossimo si intrecciano le vite di un giovane di buona famiglia che soffre di schizofrenia, Owen Milgrim (Jonah Hill) e di una ragazza che sopravvive di espedienti, Annie Landsberg (Emma Stone) traumatizzata da un drammatico incidente d’auto che le ha strappato la sorella. Nel cappotto di cammello di Annie, perennemente incazzata con il mondo e nell’abbigliamento goffamente formale indossato da Owen, testa bassa e occhi persi nel vuoto, si nasconde qualcosa di umano che, in contrasto con l’asettico contesto, suscita da subito la nostra empatia.

Nella solitudine distopica che avvolge un po’ tutti i personaggi, fredda e arida, loro sembrano diversi. Li seguiamo separatamente nei primi episodi che ci consentono di conoscerli e di affezionarci ai loro caratteri, per trovarli insieme, a partire dal terzo episodio, calati in un trial medico che vuole testare una cura farmacologica universale per i disturbi psicologici. Questo progetto scientifico è coordinato da una strana coppia di medici, la dottoressa Azumi Fujita (Sonoya Mizuno) e il dottor Mantleray (Justin Theroux) ed ha come vero e proprio motore un computer dotato di emozioni, GRTA, il cui nome richiama quello della madre del Dr. Mantleray, Greta (Sally Field) e rimanda ad un travagliato rapporto genitoriale che avrà ripercussioni sull’esito della sperimentazione e sulla vita dei protagonisti.

Nel corso del trial, nonostante non sia previsto dalla sperimentazione, le menti di Owen ed Annie finiscono per interagire in molteplici vicende, affrontate con coraggio e una buona dose di ironia noir. Le avventure che i nostri eroi devono affrontare sono ambientate ora nell’America di provincia, ora in uno spazio fantasy con elfi e poiane, ora in una spy story degna della guerra fredda in cui non mancano processi, spie ed alieni, senza dimenticare un episodio in cui Owen e Annie cercano di rubare un capitolo perduto del Don Chisciotte, riferimento simbolico per tutta la serie. Un episodio e siamo immersi nei Coen, un altro e ci ritroviamo in pieno Tarantino, il tutto però con una coerenza d’insieme che non viene meno nonostante le divagazioni e l’ambizione di superare le tradizionali codifiche di genere.

In questi episodi non c’è tempo o meglio il tempo non è quello tradizionale, ma quello della mente, quindi necessariamente un’attualizzazione del passato e del futuro in un ora senza confini ben definibili.

Tra Owen ed Annie nascerà un legame molto forte ( o forse il legame c’è già e viene solo portato alla luce) che consentirà ad entrambi di superare le rispettive paure e psicosi. I legami sono la chiave di volta per superare le differenze e le resistenze, ci dice proprio il Dr. Mantleray nell’introduzione del primo episodio: rappresentano il veicolo migliore per esprimere le infinite possibilità della mente.

E il controllo della mente, più che una semplice guarigione dagli stati di malattia, sembra l’obiettivo del misterioso proprietario della Neberdine Pharmaceutical, che parla tramite un televisore e non manifesta la propria identità, proprio come tanti misteriosi “committenti” delle serie TV anni ’80.

Il trial finirà male, i due scienziati se ne andranno e i nostri eroi …

Insomma il finale era già scritto. Non è nemmeno uno spoiler, ecco forse qui risiede l’unica concessione allo spettatore della serie; l’happy ending è rassicurante, dovuto e telefonato: proprio questo, insieme all’interpretazione non convincente di Justin Theroux, ci impedisce di gridare al capolavoro e di assegnare alla serie un altrimenti doveroso bollino di qualità DM.

Seguire un percorso narrativo così frastagliato, per quanto il ritmo narrativo sia sempre alto e l’intrattenimento piacevole, è sicuramente impegnativo per lo spettatore che non può limitarsi a sedere tranquillo davanti al monitor, ma è costretto a partecipare a quanto vede, attivando ricettori che rimandano a generi, performance e situazioni diversi e rimanendo sempre attento a decifrare quanto succede all’interno del percorso di liberazione dei due protagonisti. Lo spettatore è gettato da subito in una situazione che non riesce a decifrare in modo chiaro e fin dal primo episodio si chiede in che spazio temporale si svolga la vicenda: sono gli anni ’80? E’ il presente? E’ un futuro possibile?

Owen e Annie affrontano le sfide come devono fare gli eroi, superando numerose prove secondo il percorso tradizionale del mito, sconfiggendo i nemici e stabilendo un nuovo ordine non più basato sulla solitudine e sull’ego, ma sull’amicizia e sull’affidamento all’altro. In questo senso quella che sembrava una fantasia psicotica di Owen (“Tu sei quello che salverà il mondo” gli diceva il doppelganger positivo del fratello maggiore) acquisisce valore perché davvero il suo comportamento salva non solo le vite delle cavie durante il trial, ma crea con Annie un rapporto che supera la solitudine tecnico-scientifica in cui il mondo si era ripiegato.

Si può quindi parlare dell’opera di Cary Fukunaga come umanista? Io penso di sì. Qui, come in True detective, al centro della vicenda sta la persona, la differenza è la tonalità con cui viene rappresentata, con il passaggio dal realismo di Pizzolato all’immaginario surreale di Sommerville.

Se con True Detecive Fukunaga si era mosso all’interno di un genere, qui vuole prendersi tutta la libertà di contaminazione e ibridazione necessaria alla sceneggiatura, esaltando la bravura degli attori, senza che questa tracimi in virtuosismo fine a se stesso. Il suo tocco è però prezioso per dar vita alla scrittura di Paul Sommerville e ci sono un paio di sequenze che da sole meritano la visione della serie, come il piano sequenza che accompagna la fuga dei due eroi nel nono episodio.

Solo un pensiero fugace, per chiudere. E’ di fronte a sceneggiature come Maniac che mi prende con maggior forza la nostalgia per la perdita di Philip Seymour Hoffman e di Robin Williams: questa stagione di così intensa creatività seriale avrebbe consentito loro di esprimere appieno tutto il talento ricevuto, sposandosi in modo prezioso con l’anarchia creativa e la capacità di esaltare gli attori di un regista come Fukunaga.

CONSIGLIATA: a tutti coloro che hanno la pazienza e la spensieratezza per seguire percorsi tortuosi, godendosi il viaggio e confidando che alla fine si arriverà da qualche parte; a quelli che sanno apprezzare i panini gourmet e per cui la nebbia non è solo qualcosa che puzza e nasconde le cose.

SCONSIGLIATA: a chi preferisce sentieri con indicazioni chiare e che pensa che l’unico obiettivo di una strada è portarti dove vuoi andare. A chi non piace mischiare i sapori e che indossa sempre l’orologio.

VISIONI PARALLELE: Eternal sunshine of the spotless mind (Se mi lasci ti cancello, 2004). Il talento visionario di Gondry è certamente tra gli ispiratori di questa serie, non solo per i temi trattati, ma anche una notevole levità nella rappresentazione dei sentimenti.

Il vagabondo delle stelle, Jack London, edizione Adelphi per quanti credono che la mente possa essere un potente mezzo di liberazione.

TITOLO ORIGINALE: Maniac
NUMERO DI EPISODI: 10
DURATA DEGLI EPISODI: 45 minuti
DISTRIBUZIONE: Netflix

UN’IMMAGINE: Annie piccola e dispersa in un paesaggio bonsai che si volta e trova un Owen gigante che le si fa incontro. Ci sentiamo tutti così ogni tanto e vorremmo tutti avere un amico gigante che ci viene a trovare e a portare via dal nostro piccolo e angusto mondo quotidiano.

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