Glow. Preparate gli scaldamuscoli … stasera si recita a soggetto

Cosa è lecito aspettarsi dalla seconda stagione di una buona serie TV?

Riprendere la trama della prima, preservandone gli aspetti migliori per poi introdurre gradualmente degli sviluppi tali da arricchire i caratteri, articolare le relazioni e quindi portare lo spettatore ad un livello di coinvolgimento superiore verso la serie e i suoi protagonisti. Il tutto senza traumi e senza escalation che potrebbero compromettere lo sviluppo della vicenda, puntando invece su una continuità che lasci allo spettatore la piacevole sensazione di aver ritrovato un amico e di fare con lui un nuovo, emozionante itinerario.

Se vi piace questa dichiarazione d’intenti, apprezzerete la seconda stagione di Glow (Gorgeous ladies of wrestling).

La seconda stagione ci ha infatti permesso innanzi tutto di approfondire i personaggi: tutti, senza eccezioni, ne escono più delineati e possono così dare il loro contributo per sviluppare una molteplicità di temi (immigrazione, omosessualità, rapporto madre-figlio, tematica razziale, etc.) sempre con grande leggerezza, senza scivolare nella banalità. Il wrestling garantisce una lente di ingrandimento per analizzare i temi rilevanti a livello sociale e culturale che oggi si impongono all’opinione pubblica americana.

Nel corso dei 10 episodi, le personalità di Ruth (ma quanto è brava Alison Brie!?!) e Debbie (Betty Gilpin) assumono forme più evolute, seguendo un percorso di crescita che non le porterà solo ad essere i due personaggi di punta dello show, ma anche ad ampliare il proprio campo di azione. Ruth vuole essere anche aiuto regista, Debbie fare la produttrice: entrambe si prenderanno con le unghie un ruolo in cui solo in un secondo momento verranno accettate.

I cambiamenti riguarderanno anche la vita privata: Ruth accetterà la corte del cameramen e così facendo supererà la netta divisione tra sfera lavorativa e sfera privata. Proprio il miglioramento della vita privata di Ruth farà da contraltare al peggioramento di quella di Debbie, in fase di divorzio dal marito e alle prese con un’involuzione relazionale che la porterà all’isolamento e alla frustrazione provata proprio da Ruth fino a poco tempo prima.

Oltre che sviluppare i caratteri, la seconda stagione articola le relazioni. Il principio cardine è quello dell’attrazione-respingimento, che funziona in modo memorabile grazie alle spigolosità di molti caratteri, ai loro ripensamenti, fallimenti, errori, ritorni: questo principio è alla base delle relazioni tra il regista Sylva (Marc Maron) e la figlia Justine (Britt Baron); tra Ruth e Sylva e, naturalmente, tra Ruth e Debbie.

Sembra soprattutto la relazione tra lo scorbutico regista e la talentuosa Ruth a poter avere sviluppi interessanti nella terza stagione, mentre le altre due sembrano avviarsi verso una parabola di ripiegamento.

Lo spettatore difficilmente riesce ad identificarsi completamente con un personaggio o a dividere in modo netto gli eroi dai villains perché sono i comportamenti a fare la differenza. Nel rapporto genitoriale tra Sylva e Justine per esempio non si può prendere una posizione univoca, proprio come nel rapporto tra Ruth e Debbie del resto. Tra i temi che la serie esplora in modo posato e senza banalità c’è anche quello delle molestie sul lavoro, con l’interessante sguardo sulla prospettiva femminile. E’ in questa situazione che emerge tutto il cinismo con cui Debbie affronta l’argomento: “L’unica volta che tieni le gambe chiuse ci fotti tutte quante” dice a Ruth quando l’amica le confessa di aver rifiutato le avances del produttore della rete Tv.

Glow è una storia di acquisizione di consapevolezza: nella prima stagione quasi nessuno sembrava credere realmente al progetto e tutti, dalle ragazze al regista, dal produttore esecutivo alla rete di distribuzione sembravano nutrire poca fiducia nel futuro del programma. Forse solo Ruth credeva nelle potenzialità dello show, ma questo sembrava dipendere soprattutto dal fatto che non aveva altro in cui credere e in cui cercare riscatto. E il riscatto lo troverà, come ciascuno dei protagonisti troverà qualcosa lungo la strada, imparando non solo a capire (se non ad amare) il wrestling, ma anche acquisendo senso e rispetto per il proprio corpo, per il proprio lavoro e per la comunità, il gruppo. Donne che si stimano, che si aiutano e che non si giudicano: è questo il vero successo delle lottatrici, al di là del rapporto con i fan e del successo.

La bellezza e la tonicità dei corpi (non di tutti in verità), i colori rutilanti, la musica anni ’80, le gag, le citazioni filmiche e televisive, tutto questo da solo avrebbe poco appeal e non sarebbe per niente innovativo se non fosse al servizio di una scrittura che davvero riesce ad alternare registri e situazioni senza sbandare, senza uscire di strada, senza perdersi nel banale.

Personalmente non ho amato l’ottavo episodio, quello interamente girato come una puntata vera e propria di GLOW, ma forse proprio questo è il punto: io non avrei mai guardato il vero GLOW e non amo il wrestling e non impazzisco per gli anni ’80 né a livello musicale né a livello iconografico, eppure questa serie mi è piaciuta perché racconta in modo ironico e mai banale personaggi fragili e coraggiosi, appassionati e tenaci, in grado di farsi amare maggiormente di puntata in puntata.

Ma non è solo questo. Il ring è infatti uno straordinario spazio di manifestazione, di invenzione, di scioglimento dei nodi personali. Come nella prima stagione aveva rappresentato il luogo in cui liberarsi delle forze e degli impulsi negativi (emblematico è il combattimento tra Debbie e Ruth indotto da un cinico Sylva), ore invece è soprattutto il luogo in cui emergono le forze interiori delle protagoniste e si manifestano in maschere ben precise. Potrebbe essere uno spettacolo teatrale: non farebbe molta differenza.

L’istante in cui si improvvisa è una manifestazione non tanto delle abilità personali dell’attore, quanto della sua capacità di farsi cassa di risonanza di qualcosa di più profondo e archetipico (si pensi alla donna lupa).

Al termine della prima stagione la sensazione era che ci fosse tanto da dire, che il meglio dovesse ancora
arrivare. Al termine della seconda stagione la sensazione è che il percorso sviluppato non sia affatto concluso e che abbia ancora notevoli possibilità espressive, specie a livello di relazioni.
E non vediamo l’ora di vederlo.


CONSIGLIATA: A quanti amano le storie di crescita e le coincidenze significative.

SCONSIGLIATA: A quanti diffidano degli incontri casuali e non hanno voglia di decifrare un mondo dove poco è come appare.

VISIONI PARALLELE: donne dietro le maschere, tenendo solo il dramma e perdendo però tutta la leggerezza e l’ironia della commedia:

  • Grotesque di Natsuo Kirino, edito in Italia da Neri Pozza

Contrasto tonale e tematico, un film sulla passione e sul fallimento:

TITOLO ORIGINALE: Glow
NUMERO DI EPISODI: 10
DURATA DEGLI EPISODI: circa 35 minuti
DISTRIBUZIONE: Netflix

UN’IMMAGINE: sull’autobus che li porterà a Las Vegas, Sam Sylva chiede a Ruth se è già stata a Las Vegas. Lei risponde di no e lui le sogghigna, tra i denti un secco “La odierai”.

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