Shark – Il primo squalo

Shark – Il primo squalo *

Grande successo di stagione, The Meg, intitolato in italiano non ci capisce bene perchè, Shark – Il primo squalo, non è esattamente il prodotto che ci si sarebbe potuti attendere, dalle scelte del marketing che lo hanno accompagnato nelle sale.

Siamo lontani dalla cialtroneria dei prodotti Asylum a bassissimo budget e siamo altrettanto lontani da una versione testosteronica de Lo squalo di Spielberg.

Siamo invece nel regno, ancora poco indagato, della collaborazione tra Hollywood e la Cina, capace di creare un blockbuster ibrido, che paga fino in fondo i suoi debiti di coproduzione. E’ la nuova frontiera del capitale cinematografico? E’ la risposta alla crisi delle major, minacciate dalla concorrenza dei giganti dello streaming?

E’ troppo presto per dirlo, ma The Meg sembra essere uno dei casi di scuola, da cominciare a studiare. Se Mission: Impossible Fallout, coprodotto da Alibaba, è infatti l’esempio virtuoso di questa collaborazione, il film di John Turteltaub rappresenta una sorta di suo opposto speculare.

Jason Statham è Jonas Taylor, un esperto in salvataggi nelle profondità del mare. Il film comincia con lui in un sottomarino nucleare, assalito da non si sa bene quale creatura marina. La missione di recupero funziona, ma non tutti gli uomini riescono a tornare sani e salvi.

Cinque anni dopo Taylor viene richiamato in servizio, quando la sua ex moglie è rimasta intrappolata sotto la fossa delle Marianne: un team di ricerca finanziato da un miliardario americano e guidato da un paio di scienziati cinesi, Minway Zhang e la figlia Suyin, ha scoperto infatti che, sotto la fossa, c’è una sorta di regno inesplorato, che una barriera termica e di acido solfidrico ha tenuto separato dal resto dell’oceano.

In questo regno vivono animali enormi e preistorici: un polpo grande come una balena, meduse gigantesche e un megalodonte, ovvero uno squalo lungo più di venti metri. E’ lui ad aver attaccato la sonda esplorativa. Il salvataggio di Jonas riesce, ma a che prezzo, questa volta?

Il film girato dal pessimo John Turteltaub è quanto di più anonimo e anodino si possa immaginare. Costretto da esigenze produttive a rispettare un rating di censura da cartoon Disney per famiglie, il film non affonda mai i denti, il sangue è pochissimo e la cattiveria pure.

Avendo a disposizione uno squalo enorme che però non può fare sino in fondo il suo ‘lavoro’, Turteltaub decide quindi di infarcire il film di episodi inutili, psicologismi da bigino, scene di raccordo interminabili, una bambina ovviamente intelligentissima e sveglia e un avvicinamento romantico tra l’americano Jason e la cinese Suyin, che pian piano, di attacco in attacco, diventa sempre più evidente.

Statham vorrebbe fare il Bruce Willis del nuovo secolo, ma è semplicemente imbarazzante ad ogni battuta che pronuncia, con il suo greve accento inglese, sputato a mezza bocca, in una smorfia continua. La sceneggiatura certamente non lo aiuta, ma se questa doveva essere una prova generale, per ruoli d’azione di maggiore spessore, rispetto a quelli in cui mena le mani e corre in auto, che sono stati sinora la sua specialità, la prova è decisamente fallita.

Costretto a combattere questo mostro preistorico praticamente a mani nude, Statham se la cava solo quando, sott’acqua, è costretto a star zitto.

Risibile e stucchevole il coté sentimentale, il film si riprende un po’ solo nell’ultima parte quando il megalodonte porta scompiglio su una spiaggia cinese affollatissima.

Sempre indeciso sul tono da seguire, del tutto a digiuno dei meccanismi di genere, costretto forse dalla produzione a partorire un blockbuster buono per troppi gusti differenti, Turteltaub si è detto poco soddisfatto del risultato finale e lo stesso Statham ha ricordato come la sceneggiatura, per cui aveva firmato originariamente, è stata completamente stravolta in fase di riprese.

Poco male. Il film ha incassato 150 milioni di dollari nel mondo già nel primo weekend.

Film-Frankenstein per definizione, senza padri e senza autori, questo The Meg è tuttavia un disastro che può accontentare solo un pubblico estivo desideroso di qualche brivido acquatico, che lo distragga per un paio d’ore dall’ozio ferragostano. Il film non è neppure così spiantato e atroce da diventare un cult. E’ solo un lavoro di suprema mediocrità: quella che sembra aver contagiato in maniera irrecuperabile il cinema più popolare non solo negli USA, ma anche in Cina, dove trionfano, di settimana in settimana, film con il fiato cortissimo, ad uso e consumo di un pubblico locale assai poco sofisticato.

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