Grandi novità per i prossimi premi Oscar: ma la strada è quella giusta?

E’ direttamente la pagina facebook dell’Academy ad annunciare tre radicali novità per i prossimi premi Oscar. Eccole:

  • A new category is being designed around achievement in popular film.
  • We’ve set an earlier airdate for 2020: mark your calendars for February 9.
  • We’re planning a more globally accessible, three-hour telecast.

Tutte e tre le novità vanno nella direzione di tamponare l’emorragia di pubblico e di spettatori che ha portato la cerimonia di quest’anno al più basso indice d’ascolto di sempre.

La Abc, che versa 75 milioni all’anno per trasmettere gli Oscar, deve essersi fatta sentire e l’Academy ha cercato una risposta frettolosa alle loro domande.

I colpevoli sarebbero fondamentalmente tre: la durata della cerimonia, vicina alle 4 ore; l’assenza di grandi film, cinecomics, sequel, commedie, a vantaggio dei film indipendenti a medio o basso budget; quindi l’inflazione di premi che precedono la cerimonia degli Oscar, che drenano pubblico potenziale e riducono la suspense sui vincitori.

L’idea dell’Academy è quindi quella di far partecipare di nuovo alla cerimonia i film più conosciuti dal pubblico, convinta che in questo modo la serata sarà più appassionante. Sono passati quasi vent’anni da quando un film come Il gladiatore ha vinto l’Oscar e quindici dal trionfo de Il ritorno del Re.

Solo che le major oggi producono solo cinecomics, sequel e franchise: forse vogliono che siano premiati propri questi.

La prima novità è pertanto la più dirompente. Nel 2009 fu introdotto l’ampliamento fino ad un massimo di 10 nominations nella categoria miglior film, proprio dopo che i votanti dell’Academy avevano snobbato Il Cavaliere Oscuro: l’idea era quella di far partecipare di nuovo alcuni grandi blockbuster. La realtà è stata molto diversa. L’ampliamento ha favorito i film più piccoli, il mondo indie, i film stranieri.

Ma perchè è accaduto? Per due motivi: innanzitutto le major hanno abbandonato quasi del tutto la produzione di film adulti a medio/alto budget, che sono sempre stati l’ossatura portante degli Oscar, fin dai tempi di David O. Selznick, lasciandoli alle consociate più piccole Fox Searchlight, Sony Pictures Classics, Focus Features, oppure alla Lionsgate e ai produttori indie come Annapurna, A24, Roadside, Bleecker Street, Neon e ora ai giganti dello streaming, Netflix e Amazon. Nel frattempo Weinstein e Miramax, che fungevano da raccordo, cercando di unire qualità e divismo, sono scomparse.

Il secondo motivo risiede nell’enorme espansione dei soci dell’Academy: negli ultimi anni sono state incluse categorie da sempre sottostimate, riequilibrando la platea dei votanti, tradizionalmente molto bianca e molto anziana, per il semplice motivo che chi viene introdotto, vi rimane a vita. Soci giovani, stranieri, di colore, spesso donne, lontani dal mondo dalle major, hanno inevitabilmente orientato in modo diverso il gusto degli Oscar.

Certo i film stranieri e quelli veramente di ricerca restano sempre ai margini. Ma qualche chance in più c’è.

Pertanto se da un lato l’Academy si muove verso una maggiore inclusione e attenzione verso prodotti appena un po’ più lontani dal mainstream, dall’altra sembra aver bisogno, per attirare spettatori, di coinvolgere nella cerimonia i grandi film, che tutti hanno visto.

Per cercare di tenere assieme esigenze così distanti, all’Academy devono aver pensato che ci volesse una soluzione radicale: una categoria a parte. Cosa si intenda poi per ‘popular film‘ bisognerà che ce lo spieghino. Film che hanno superato i 100 milioni d’incasso? Oppure il riferimento sarà ai costi di produzione, come avviene agli Independent Spirit Awards?

Qualcuno ha anche suggerito in queste ore che la Disney, proprietaria della Abc, volesse una categoria ad hoc per premiare i suoi prodotti di punta dalla Marvel a Star Wars…

L’anticipo di un mese della Notte degli Oscar del 2020 al 9 febbraio ha invece l’obiettivo di rendere molto più corta la lunghissima stagione dei premi. Golden Globes, BAFTA, Critic’s Choice Awards, Independent Spirit Awards, gli Screen Actors Guild Awards e tutti i premi sindacali e delle associazioni critiche dovranno scegliere se adeguarsi, spostandosi in quelle cinque settimane tra il 1 gennaio e l’8 febbraio, che diventeranno così affollatissime, oppure arrivare dopo gli Oscar, quando la loro rilevanza sarà molto più ridotta.

Il terzo cambiamento è il più semplice: ovvero la cerimonia degli Oscar non supererà le 3 ore. Un taglio di 30-45 minuti almeno, sulla durata attuale. Questo probabilmente vuol dire che alcuni premi tecnici non saranno consegnati in diretta, così come avviene ai Tony o ai Grammy.

In ogni caso queste sono probabilmente le novità più importanti introdotte in 90 anni di storia del premio.

Funzioneranno? O invece snatureranno un premio che era nato all’interno dell’industria, per dare lustro alle sue eccellenze e che, tra molti alti e bassi e scelte discutibili, pian piano è scivolato verso film di minore investimento, per manifesto disinteresse delle major?

La rilevanza culturale degli Oscar è diminuita, gli incassi post-cerimonia dei film vincitori non sono più eccellenti come una volta, gli spettatori disposti a seguire i premi sono sempre meno, ma questa è la conseguenza di un fenomeno culturale più ampio, la punta di un iceberg molto più grande, che racconta come sia cambiato il nostro rapporto con il cinema e le sue modalità di fruizione, che racconta la sfiducia in ogni istituzione ufficiale e il trionfo di un populismo che diffida dell’eccellenza, che racconta infine – soprattutto negli USA – l’attenzione maniacale verso un politically correct fatto di quote, categorie ad hoc, disinteresse verso il merito.

La risposta dell’Academy va nella direzione più semplice, quella della demagogia populista, tanto cara al Presidente in carica, contribuendo a rafforzare quella distinzione odiosa tra film d’arte (?) per le élite (?) e film mainstream per il popolo, che è una delle più grandi mistificazioni di questo tempo.

Il compito di Stanze di Cinema in questi ultimi dieci anni è sempre stato quello di raccontarvi il cinema senza steccati e senza pregiudizi, tenendo assieme i film di Zvyagintsev e Mad Max, Terrence Malick e Mission: Impossible, Matteo Garrone e Il Cavaliere Oscuro, Pablo Larrain e Gravity.

Noi continueremo a farlo. E a batterci per l’eccellenza, da qualunque sistema produttivo arrivi.

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