The Americans: lettera alla famiglia Jennings

Cari Philip ed Elizabeth Jennings,
                       scrivo a voi, da spettatore devoto, ora che la serie The Americans, dopo sei stagioni, si è chiusa.

In questa lettera non intendo rivelare gli sviluppi della storia. Siete vivi, morti, fuggiti, convertiti al capitalismo? Chissà. Non voglio rovinare la sorpresa al vostro affezionato pubblico italiano. Dico solo che, nel 1987, gli schieramenti in campo non sono più tanto chiari. Vi trovate a fare delle scelte difficili, a maturare decisioni secondo coscienza. Si apre il campo di una libertà angosciante, che vi costringe ad assumere il peso di inedite responsabilità. Il titolo dello strepitoso epilogo, START, è l’ennesimo colpo di genio di Joe Weisberg, mente raffinata e motore creativo della serie. START come l’acronimo (STrategic Arms Reduction Talks), gli accordi finalizzati a diminuire la produzione di armi di distruzione di massa, in discussione a Washington nel dicembre 1987, START come partenza, inizio, rinascita, o forse no, solo un velo di ironia steso su qualcosa che finisce, per sempre, triturato dalle fauci della Storia. In quei giorni d’inverno, ricordàti per la clamorosa svolta impressa al disarmo nucleare da Ronald Reagan e Michail Gorbachev, tramonta The Americans, un’avventura tra le più affascinanti e coinvolgenti della serialità recente.

Ancor prima che The Americans andasse in onda, nel 2013, la stampa si interrogava su di voi. I critici si mostravano curiosi e un po’ perplessi. Si intuiva che la serie avrebbe fatto discutere. Argomento: la vita quotidiana di due spie russe in attività, in incognito, sul territorio americano, negli ultimi anni della Guerra Fredda. Avevate una missione da eseguire. All’apparenza genitori premurosi e cittadini modello, voi, coniugi Jennings vi dimostravate, in azione, due esecutori spietati. Un paragone con Homeland era, ed è, inevitabile: le prime due stagioni della serie firmata da Gordon&Gansa, le migliori, inscenavano il tema del rischio terroristico e focalizzavano le paure, la paranoia dei nostri tempi, in maniera esemplare. Là soffiava lo zeitgeist, là germinava il seme ambiguo del tradimento nella cornice, attuale, drammatica, dello scontro di civiltà, per citare una formula, controversa, di Samuel Huntington. Ma voi? Cosa rappresentavate, per noi, cittadini di un’epoca postideologica? Dopo il crollo dell’URSS e la fine del socialismo reale le spie rosse non battono più le nostre strade, né si intrufolano negli uffici governativi per carpire segreti al nemico.

Poi, viste le prime puntate, capii che The Americans non era un innocuo fumettone ambientato nel cuore politico del reaganismo trionfante, Washington DC. Non era nemmeno la classica storia di spie sviscerata in un plot narrativo complicato, che si risolve e si esaurisce nella caccia condotta dai buoni contro i cattivi. Un’economia narrativa troppo semplice. No, c’è di più, cari Philip ed Elizabeth. Voi, agenti russi in servizio sul suolo americano, forti della vostra preparazione atletica, psicologica e militare, con i vostri travestimenti multiformi e bizzarri, con le storie parallele che inghiottono le vostre vite, con le menzogne ben architettate per non insospettire i vicini (soprattutto se il vostro vicino di casa è un agente dell’FBI!), con i signorsì sempre più sofferti alla catena di comando, ci mettete a disagio, ci destabilizzate, ingarbugliate le nostre certezze. Il punto è cruciale. Nonostante la ferocia delle vostre azioni, il doppiogiochismo spinto all’estremo e la tendenza a spazzare via chiunque intralci il vostro cammino e la sicura gloria dell’URSS, noi, spettatori del Terzo Millennio, vi amiamo terribilmente, anche quando sentiamo, nelle corde della nostra sensibilità morale, di dovervi detestare. Vi guardiamo all’opera e siamo abbagliati dal vostro eroismo coerente. Eppure, proviamo anche disgusto, simultaneo, per il cinismo e per la brutalità degli atti, che siete costretti a compiere. Costretti? L’uscita di sicurezza dal comunismo, per usare un’immagine di Ignazio Silone, c’è sempre stata, lo avete capito anche voi, ma era talmente aperta, spalancata, banale nella sua spudoratezza, che per lunghi anni non l’avete presa in considerazione. Così lontana, cosi vicina, così impossibile.

Cari Philip ed Elizabeth, voi non indossate semplicemente una maschera, voi siete il punto di congiunzione, di intima assimilazione fra maschera e persona, l’identificazione massima, laddove il rispecchiamento del modello si tramuta in farsa. Pochi amici, nessun parente, a parte una misteriosa zia, sagoma di cartone costruita ad hoc. Esibite il segno esteriore del lavoro duro, di impronta calvinista, indefesso, sfiancante, e mostrate a tutti il passepartout delle buone maniere, la casa linda, graziosa. Sfoggiate, con sobrietà, le abitudini salutari, i tic, le piccole manie occidentali, che tutti riconoscono come proprie. Quanta fatica, per restare sulla soglia di una visibilità discreta e per imparare, da giovani adulti, forse mai stati bambini, la cultura, i ritmi, i riti di una civiltà aliena, da abbattere. Identità barcollanti, vi affidate alla dittatura delle convenzioni. Siete voi stessi solo quando vi camuffate per non sembrare i Jennings e siete i Jennings quando non siete più voi stessi. Ci sbattete addosso una verità assurda: più fingete, più apparite felici. Di più: perfetti, meravigliosi, la famiglia americana che tutti sognano, una moglie e un marito, belli, affiatati, indaffarati, e due figli, una femmina e un maschio, sani, brillanti, dal sicuro avvenire. Vi osserviamo, e una domanda universale ci assilla: quanta finzione bisogna adoperare per essere veri? Fino a dove può inoltrarsi la capacità di simulazione umana, la tensione di una mente esausta, di un corpo affaticato, per tenere fede ad una ragione superiore, prima di sfaldarsi?

A meno che… mi rivolgo a te, Philip. Vestire i panni di un altro, dell’alterità per eccellenza, l’odiato modello capitalistico, può stordire e, a poco a poco, perfino ingolosire. In fondo, la vostra agenzia di viaggi, una copertura, diventa per te, con lentezza inesorabile, un bisogno, un’occupazione fissa che significa, malgrado le intenzioni iniziali, strumento di integrazione, vettore per un avvenire diverso. Philip, ammettilo, un tarlo ti entra nella testa. Il medio benessere, la routine, l’aura edonistica del reaganismo, la macchina sportiva, tuo figlio Henry al college, le bevute al bar con il tuo unico amico, Stan, l’agente FBI (!)… L’infanzia povera è un ricordo struggente e lontano e sganciarti dalla missione, ora, una scelta a portata di mano. Tu non volevi questa vita, spaccata in due, devastata dalle continue menzogne pronunciate verso i tuoi stessi figli. Cominci a vacillare. E allora provaci, Philip, presto capirai che alienazione chiama alienazione. Lottavi per il comunismo in territorio ostile. Ora hai un debito nuovo, non più verso la madrepatria, ma nei confronti delle tue stesse aspettative di self made man. Produci, consuma, crepa.

L’infiltrato vive in una terra di nessuno, una zona grigia, che appartiene solo a lui. È un deserto di false piste, un labirinto di parole in codice, un abbaglio di riflessi incrociati. Ti sei sentita spesso sola, ho ragione, Elizabeth? Strano destino, il tuo. Intelligente, determinata e bellissima, hai sacrificato tutto alla Causa. Anche tu provieni dalla miseria. Il Direttorato S ti ha strappato alla fame, cresciuta, indirizzata, sostenuta, inviata in America, i compagni hanno riposto in te le migliori speranze. Sei sempre stata più forte di tuo marito, e lo sai. Una macchina da guerra, all’occorrenza assassina. Vi amate, tu e Philip, ma il vostro amore è un esperimento, per vostra fortuna riuscito, e il sentimento l’avete appreso, per necessità, come un comandamento contenuto in qualche libretto rosso. Che ambizione delirante e incredibile, l’edificazione del socialismo reale e a quale prezzo… Ti chiedo: ne è valsa la pena andare a letto con sconosciuti per strappare brandelli di informazioni? A cosa è servito attirare nella trappola persone inermi per poi eliminarle, non solo metaforicamente, dopo averle usate? È stata una buona idea vedere in vostra figlia Paige l’erede designata dell’attività di famiglia, quindi addestrarla, gettarla nella mischia dopo averne spento i bisogni spirituali e averli sostituiti con una fede atea? Vostra figlia, ho detto, o dovrei dire tua?

Il gesuita Baltasar Gracián, nel Seicento, consigliando ai detentori del potere un’etica barocca basata sul principio di dissimulazione, nel suo Oracolo manuale e arte di prudenza così descriveva la regola dell’accortezza: “col dotto è dotto e col santo è santo: grande arte di conquistare tutti perché la somiglianza concilia la benevolenza”. Voi, Philip ed Elizabeth, con la vostra abilità di destreggiarvi tra la luce e l’ombra, rappresentate i camaleonti di un’epoca terminata ma non sepolta. La Russia è governata da qualcuno che nel KGB si è fatto le ossa prima di spezzarle, da Presidente, agli avversari. È questa suggestione allungata sul presente l’elemento perturbante che molti paventavano? O forse lo è la rappresentazione di un’organizzazione comunista capillare, efficiente e funzionale, capace di anticipare e mettere in scacco i Federali? O ancora, la sottile fascinazione esercitata da una vita borderline (Paige si autoconvince di aver aderito sua sponte al progetto della madre)? Ragioni presenti e rintracciabili nella filosofia sottesa alla serie, ma The Americans va oltre. Weisberg&Co. ci interrogano sul complesso rapporto tra volontà e rappresentazione. Gli episodi più duri scandagliano la crudeltà dell’intenzione rivoluzionaria, mentre i dialoghi, spesso dolorosi, si soffermano al margine delle ambiguità, dei non-detti, dell’inaudito. Come diceva Jean Cocteau, gli specchi farebbero bene a riflettere prima di rimandarci la nostra immagine. I segreti, a volte, sono l’unica impalcatura che ci mantiene in piedi.

Philip, Elizabeth, grazie per averci mostrato le crepe, le contraddizioni e la tragedia dell’agire umano.

Alessandro Vergari, vostro devoto spettatore”

The Americans (2013-2018)
Network originale: FX
Sesta stagione in programmazione, in Italia, dal 4 giugno 2018 su FOX (piattaforma SKY)
Interpreti principali della sesta stagione:

Elizabeth Jennings: Keri Russell
Philip Jennings: Matthew Rhys
Paige Jennings: Holly Taylor
Henry Jennings: Keidrich Sellati
Stan Beeman (agente FBI): Noah Emmerich
Dennis Aderholt (agente FBI): Brandon J. Dirden
Oleg Igorevich Burov (ex ufficiale del KGB): Costa Ronin
Claudia (contatto di Elizabeth nel KGB): Margo Martindale

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