The Rain. Pioggia marcia in Danimarca

Alla fine dell’ottava puntata di The Rain allo spettatore viene il sospetto che la prima stagione sia solo un lungo prologo introduttivo, l’antipasto di un plot molto più ampio e, si spera, più significativo. The Rain ruota attorno a un evento misterioso e catastrofico, una pioggia velenosa e letale, veicolo di un virus creato dall’uomo. Gli sceneggiatori non ci dicono molto del prima e lasciano intendere che il dopo, una seconda stagione data per scontata, porterà con sé molte soluzioni agli interrogativi rimasti in sospeso. Simone Andersen, interpretata da una brava Alba August, è un’adolescente standard, calata nella banale quotidianità degli studi.

La normalità da teenager, nell’economia del racconto, dura poco. L’inizio e la fine della serie, sul piano formale, sono tagli netti, speculari e portatori sani di un’atmosfera all’insegna di una buona suspense. Nel corso delle puntate, The Rain alterna intuizioni autoriali a scivoloni commerciali. Prevale, nel complesso, la volontà di impacchettare un prodotto d’intrattenimento, senza fronzoli, indirizzato ad un target generazionale preciso, declassando a sporadici flashback, funzionali al flusso centrale della trama, molte sottotracce narrative che, diversamente coltivate, avrebbero potuto garantire una resa qualitativamente superiore all’insieme.

The Rain è un frullato di generi e tendenze: il fantastico declinato nell’ottica young adult, il survival horror, il racconto apocalittico, che strizza l’occhio allo spauracchio del collasso ecologico. Come da collaudato copione, i giovani sono chiamati a resistere, da soli, e ad intraprendere un percorso accidentato, tra pericoli nascosti e infezioni mortali incombenti. In definiva, la morale è chiara, da manuale: riscattare lo scempio provocato dalla generazione dei padri, impegnati a giocare con le leggi dalla natura con effetti devastanti.

Gli ingredienti si prestano a molteplici ricette di stile e di contenuto. Una critica politica rivolta ad una civiltà troppo sicura dei propri mezzi tecnologici? Una denuncia della vita da monadi, cui ci potrebbe destinare il nostro stesso sviluppo scientifico? Una rivolta contro l’egoismo degli adulti? Temi presenti, ma non centrati con la dovuta cattiveria.

Quando il portellone del rifugio marchiato Apollon, un nome che evoca conoscenza, imprese e progresso, si chiude ermeticamente sigillando all’interno Simone, il fratello Rasmus e la madre, ci sfiora un’altra idea: sarà una fiction ad alto tasso di claustrofobia, tutta giocata su un registro psicologico sottile e perturbante. Sbagliato. Sei anni nella finzione passano in fretta e The Rain, anziché imboccare i terreni dell’antagonismo ideologico o esplorare i labirinti della follia, propende per l’avventura. Nell’azione, in contesti urbani e boschivi, tra la terra uccisa dai veleni e le nuvole assassine, gli adolescenti sono chiamati a misurarsi e a sperimentare le pulsioni tipiche dell’età.

The Rain è un prodotto danese ed è l’ennesima prova del crescente interesse dimostrato da Netflix per le creazioni originali provenienti da paesi non di lingua inglese. Gli attori sono giovanissimi e meritano di essere nominati uno per uno: Alba August (Simone Andersen), Lucas Lynggaard Tønnesen (Rasmus Andersen), Mikkel Følsgaard (Martin), Angela Bundalovic (Beatrice), Lukas Løkken (Patrick), Jessica Dinnage (Lea), Sonny Lindberg (Jean). Si incontrano per caso e stringono un’alleanza. È una comunione di intenti cementata dal bisogno.

Ognuno di loro incarna un tipo umano particolare, il ribelle, la bruttina, il timido, il capo… facile intuire la volontà degli autori di costituire una matrice di modelli medi, funzionali ad un processo di identificazione, operazione favorita dall’accentuazione della normalità, anche fisica, dei personaggi. Un gruppo affiatato e promettente, cui non si può imputare né la fragilità dei dialoghi né la scarsa rifinitura dei profili psicologici, questi, sì, limiti evidenti di sceneggiatura.

L’andamento della storia pesa soprattutto sulle spalle di Simone, vero motore della vicenda insieme al fratello minore. Simone, ragazza brutalmente strappata ad una comoda giovinezza e gettata di punto in bianco in un mondo nuovo, alieno, è alla ricerca di un padre scienziato che potrebbe, da alcuni indizi raccolti, aver scoperto l’antidoto per debellare il virus. La ricerca della verità, come nel più consumato dei thriller, cela ombre scabrose.

La serie vanta una fotografia sontuosa, calibrata su tonalità livide e cromatismi grigioverdi, metallici, da autunno perenne. L’ambientazione è distopica, mantenuta nella cornice di una foresta nordica spopolata da animali e nel desolato quadro di una Danimarca falcidiata dalla diffusione del flagello. Una spettrale Copenaghen è battuta da gang subumane affamate di cibo, mentre le arterie di comunicazione sono controllate da pattuglie composte da paramilitari stranieri.

Chi sono? Qual è il loro rapporto con la società biotecnologica Apollon? Perché sono ostili? Le domande più impertinenti riguardano però la natura del contagio e le sue modalità di trasmissione. La pioggia ha fatto strage della civiltà ma non è chiaro per quale motivo uccida quando cade dal cielo e, invece, perda la sua tossicità in altre occasioni. Esageratamente ostentate, in ossequio all’iconografia splatter, le scene dell’agonia dei moribondi, con un contorno di pose e contorsioni, vomito e fattezze stravolte, elementi espressionistici certo non originali.

Risulta incongruo l’inserimento di alcune sequenze prive della necessaria ironia, momenti penalizzati da una regia ansiosa di compiacere lo spettatore medio, calcando la mano sui luoghi comuni del genere adolescenziale. L’intero spettro delle relazioni umane (le rivalità interne, i sospetti reciproci, gli innamoramenti, i rimorsi, il risveglio della sessualità), anziché essere trattato con delicatezza, cede alla pressione del ritmo e dell’azione.

La colonna sonora svolge un ruolo di ricamo decisivo, a volte di sottolineatura dei momenti di svolta della serie: Agnes Obel, Tricky, Perfume Genius e Unkle, tra gli altri, artisti arruolati per garantire una coerenza filo-millennials anche sul lato musicale.

Restate dentro, State insieme, Evitate la città, Non fidatevi di nessuno, Abbiate fede, Tenetevi stretti gli amici, Non parlate con gli sconosciuti, Fidatevi del vostro istinto: la sfumatura prescrittiva dei titoli degli otto episodi, una sorta di catalogo morale snocciolato in comandamenti del Terzo Millennio, tradisce tutta l’ansia esistenziale contenuta in The Rain.

Suona un campanello di allarme, preoccupante. Anche qui, al pari di molti film, fiction televisive e letteratura recente, affiora il leitmotif della sfiducia dei giovani verso una società postcapitalistica implosa, verso un mondo sfasciato a causa della tragica insipienza degli “anziani”. Nella serie scandinava si fa strada il desiderio di combattere, di fare gruppo, contro una volontà di potenza oltreumana, spregiudicata e criminale.

In Stranger Things, una fortunata serie che mette in rotta di collisione giovani e adulti, la preadolescenza è descritta come la fase della vita, l’unica, in grado di scovare dimensioni nascoste e di dimostrarsi all’altezza dei pericoli scatenati da un sapere scientifico senza controllo. In The Rain, leggiamo gli esiti paradossali della contraddizione: la piena maturità della tecnica coincide con l’uomo-Dio e l’uomo-Dio è, in essenza, spirito di distruzione, il vero Signore delle mosche, sceso tra di noi. Alle nuove generazioni è affidato il compito di ricostruire, da zero, la civiltà, sulle basi di un’etica collettiva ripulita da deviazioni irrazionali ed egoismi di sorta.

L’utopia postapocalittica può nutrirsi di spiritualità? Questo appare il filone più intrigante della serie. I sopravvissuti di The Rain cercano appigli e li trovano, materialmente, nei rifugi dell’Apollon, disseminati tra le foreste, moderne celle di isolamento stipate di razioni alimentari. Un anelito più profondo, però, spinge qualcuno a interrogare la propria coscienza ferita.

È Lea ad incarnare questa istanza di rinnovamento interiore, è lei a lasciarsi prendere dai ragionamenti e dal fascino sinistro della comunità di credenti, protagonista dell’episodio Have Faith, Abbiate fede. Purtroppo, il montaggio serrato e la sceneggiatura costruita su un’estetica refrattaria alle pause, ai silenzi e alle dilatazioni, inibiscono un po’ questa tematica, che pure, nonostante tutto, trapela.

“Il sacro è il riferimento di una protensione dell’uomo oltre di sé. Esso è, quindi, un’alterità. A essa l’uomo si rapporta dietro la spinta di un più o meno oscuro senso della propria finitudine e, correlativamente, di un più o meno oscuro bisogno di autotrascendimento e automiglioramento”. È una definizione del filosofo Sergio Moravia e si attaglia bene all’atmosfera di The Rain, ai suoi personaggi in fuga dal male, fiaccati da un incubo di nome futuro, peccatori involontari, esiliati per sempre dai territori dell’innocenza.

Titolo: The Rain
Numero episodi: 8
Nazione: Danimarca
Distribuzione: Netflix
Durata per episodio: tra i 36 e i 48 minuti
Data di uscita: 4 maggio 2018

Scena clou: Rasmus Andersen, quando si trova nell’Apollon, sogna un uomo aggirarsi nel rifugio in tuta protettiva. Ma è un sogno o una presenza reale?

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