L’isola dei cani

L’isola dei cani **1/2

Seconda escursione di Wes Anderson nel mondo dell’animazione a passo uno, dopo il gustoso e ribelle Mr.Fox, L’isola dei cani è invece un omaggio sentimentale, non solo al miglior amico dell’uomo, ma alla cultura visiva giapponese, alla sua lingua e al suo rigore zen, evidentemente centrali nell’universo poetico del regista dei Tenenbaum.

Era evidente che prima o poi Anderson avrebbe dovuto confrontarsi con l’iconografia giapponese, sia quella del disegno e dell’illustrazione, sia quella del teatro No e dei manga, fino ad arrivare al cyberpunk, esplicitamente citato dal protagonista de L’isola dei cani.

Nel film, ambientato vent’anni nel futuro, il sindaco della città Megasaki, discendente della famiglia dei Kobayashi, storicamente avversari dei cani, decide di risolvere il problema della sovrappopolazione canina, deportando tutti gli animali, misteriosamente malati di una febbre contagiosa, sulla vicina isola della spazzatura.

L’austero e imponente Kobayashi, per dare il buon esempio, comincia con il cane di famiglia, Spots, a cui il nipotino Atari è affezionatissimo.

Spots diventa così il cane ‘zero’, il primo di una serie infinita, costretto a sopravvivere di stenti sull’isola ricoperta di rifiuti.

Quando l’intrepido Atari ruba un piccolo aereo e si schianta sull’isola, in cerca di Spots, un gruppo di altri cani, guidato dal nero randagio Chief, si offre di aiutare il ‘giovane pilota’.

Nel frattempo a Megasaki è tempo di elezioni e il sindaco Kobayashi deve affrontare il candidato del partito della scienza, che sta mettendo a punto un antidoto per la febbre canina…

L’isola dei cani é il nono film di Wes Anderson. Dopo aver aperto la Berlinale, lo scorso febbraio ha conquistato l’Orso d’Argento per la migliore regia e il premio del pubblico al SXSW festival.

Sin dalle premesse il film sembra imporre una scelta chiarissima: i cani parlano la nostra lingua, mentre agli umani è riservato il giapponese, che nella maggior parte dei casi non è sottotitolato o tradotto, operando così un ribaltamento linguistico e cognitivo riuscitissimo e molto significativo, che chiarisce subito qual è il punto di vista del regista di Houston.

Edward Norton as “Rex” and Koyu Rankin as “Atari Kobayashi” in the film ISLE OF DOGS. Photo Courtesy of Fox Searchlight Pictures. © 2018 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights ReservedIl film è sorvegliatissimo, impeccabile nelle scelte cromatiche, nei set e nei costumi, perpetuando con perfezione millimetrica l’ossessione formalista di Anderson.

La centralità bidimensionale delle sue inquadrature, l’uso dei carrelli laterali e verticali ‘impossibili’, i primissimi piani di gruppo, i campi lunghissimi, i confronti con i due personaggi sempre di profilo, a scardinare la grammatica del campo e controcampo, la presenza costante della colonna sonora di Alexandre Desplat, sono tutti elementi distintivi, che ritroviamo sapientemente integrati, anche ne L’isola dei cani.

Nel film infatti l’incontro tra il suo cinema e la linearità geometrica e grafica giapponese non diventa mai un semplice omaggio, ma un motivo di incontro che rilancia altre suggestioni.

Solo che il suo stile inconfondibile si é fatto maniera già da molto tempo e se la coerenza formale sembrava all’inizio un punto di originalità e di riconoscibilità autoriale, sempre di più il perfezionismo calligrafico comincia a mostrare la corda, a lasciare più annoiati, che meravigliati.

È pur vero che il successo crescente dei suoi film ha reso via via più conosciuto e popolare quello che era all’inizio un universo marginale ed esclusivo. Ma questo non basta più a chi ha percorso il viaggio per intero, sin da Bottle Rocket e Rushmore.

Il rischio che Anderson corre è quello di diventare una semplice firma d’autore. Un regista molto riconoscibile, con poche cose da dire.

Ed anche se questa volta, trattandosi di stop motion, l’assenza di profondità e la sensazione di stare continuamente osservando una casa di bambole (o meglio una casa di bambù con le pareti scorrevoli), può apparire giustificato, il susseguirsi drammatico dell’avventura del piccolo Atari è quantomai scontato, sia dal punto di vista narrativo, sia da quello puramente estetico ed ideale.

Il sentimentalismo infantile di Anderson si fonde qui con lo spirito indomito nipponico, tipico tuttavia di tutti i suoi protagonisti. Ma questa parabola d’affetti cinofili e di blanda denuncia della corruzione politica e di ogni discriminazione – che si risolve ancora una volta nella scoperta della propria vocazione e nell’accettazione della propria identità personale all’interno di una collettività più ampia – lascia complessivamente freddi.

L’intelligenza colta e malinconica, che il cinema di Anderson sembra voler mostrare ad ogni inquadratura, questa volta rimane sullo schermo e fatica a passare allo spettatore, a meno che non si tratti – forse -di quei cuori teneri, che hanno la foto del proprio animale domestico, sul profilo social.

Quanto alla smaccata citazione di Quarto Potere nelle immagini che ritraggono i comizi del sindaco Kobayashi, si tratta francamente di un parallelo, che poco aggiunge al film di Anderson.

Il cast delle voci originali era da urlo: Bryan Cranston, Liev Schreiber, Bill Murray, Ed Norton, Tilda Swinton, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, Gret Gerwig.

La sceneggiatura è firmata dal solo Anderson, ma al soggetto hanno collaborato i fidati cugini Jason Schwartzman e Roman Coppola, assieme a Kunichi Nomura.

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