Paterno

Paterno **1/2

Al Pacino negli ultimi vent’anni di carriera ha certamente speso le sue energie migliori nei ruoli televisivi, prima con l’epocale adattamento di Angels in America, quindi con i ritratti biografici di uomini molto controversi: You Don’t Know Jack, sul Dottor Morte Jack Kevorkian, quindi sul produttore musicale e assassino Phil Spector, infine su Joe Paterno, una leggenda trascinata nella polvere.

Joe Paterno è stato il coach più vincente della storia del college football, sessantuno anni passati alla Penn State, prima come assistant coach, quindi come head coach dal 1966 sino al 2011, anno in cui fu licenziato in tronco, a seguito dello scandalo che aveva coinvolto uno dei suoi ex assistenti, Jerry Sandusky, accusato di aver molestato e violentato decine di ragazzi minorenni, proprio negli spazi dell’università, approfittando anche dell’associazione benefica da lui fondata, Second Mile, che si proponeva di aiutare i bambini disagiati e bisognosi.

Lo scandalo, scoppiato con grande ritardo, dopo lunghissime indagini della procura e testimonianze segretate davanti ad un Gran Jury, è stato il trampolino di lancio per una giovanissima giornalista locale Sara Ganim, che a ventiquattro anni lavorava nel piccolo The Patriot-News. Il suo reportage premiato con il Pulitzer, l’ha portata sino alla CNN.

Il film che Barry Levinson (Rain Man, Good Morning Vietnam, Bugsy, Sleepers) ha realizzato per la HBO sceglie di affidarsi a due distinti punti di vista: quello esterno di Sara Ganim e quello interno di Joe Paterno, entrambi profondamente a disagio dal ruolo che lo scandalo a riservato per loro.

Se infatti il coach leggendario e amatissimo, al culmine di una carriera straordinaria, viene accusato di non essersi accorto di quanto faceva uno dei suoi più stretti collaboratori o quantomeno di non aver denunciato con più forza quando ne ebbe l’occasione, la giornalista comprende a poco a poco quanto la sua indagine sfugga dalle responsabilità dirette e venga giocata politicamente dai vertici dell’università e dall’opinione pubblica, per i propri obiettivi.

La sollevazione popolare a favore di quello che per tutti era semplicemente e affettuosamente JoePa è surreale, perchè il merito sportivo e quello accademico – Paterno ha sempre voluto che i suoi giocatori prestassero la stessa attenzione allo studio – non cancellavano l’omertà e le eventuali complicità nel proteggere il buon nome dell’Università e i ricchi contributi che il programma sportivo attirava, grazie al suo lavoro.

Quando scoppiò lo scandalo con l’arresto di Sandusky, Paterno aveva appena vinto la sua 409° partita, diventando il coach più vincente della storia.

Nell’arco di una settimana fu costretto ad annunciare il suo ritiro a fine stagione, ma la Penn State decise poi di sollevarlo immediatamente dai suoi compiti.

74 giorni dopo il licenziamento, Joe Paterno moriva all’età di 85 anni per un tumore. Negli Stati Uniti da allora tutti continuano a chiedersi quanto davvero sapesse delle violenze sistematiche di Sandusky.

Assieme a lui furono costretti a lasciare il presidente, il vicepresidente ed il direttore delle attività sportive della facoltà.

Una commissione finanziata dall’Università e guidata da Louis Freeh, ex direttore dell’FBI, qualche anno dopo fu incaricata di redigere un dossier su tutti i responsabili.

Il dossier chiamava in causa Paterno molto più chiaramente: la NCAA cancellò oltre cento delle sue vittorie, multando pesantemente l’università e tagliando le sue risorse, ma poi i familiari di JoePa aprirono un lungo contenzioso con la lega, sulla base di una nuova perizia, che si concluse con un accordo transattivo che riabilitò almeno la carriera sportiva del coach.

Da allora tuttavia i dubbi sono rimasti intatti.

Il film non intende fugarli: Levinson non prende posizione, è più interessato alla caduta rovinosa di un idolo, alle sue paradossali conseguenze nella comunità, al ruolo del giornalismo investigativo e ai limiti che dovrebbe avere nell’accertamento della verità.

Il regista sembra meno interessato invece a ripercorrere la storia giudiziaria del caso: quello che gli sta a cuore è ricostruire il contesto omertoso e le connivenze interessate, che aiutarono Sandusky a perpetuare i suoi crimini, per lunghissimi anni.

La polizia, la procura, i servizi sociali, i vertici dell’università: nessuno era veramente interessato a far scoppiare uno scandalo nell’università-modello di Penn State. Tutti sembravano solo voler guardare altrove. Le vittime era bambini soli, abbandonati, senza una famiglia importante alle spalle.

Il film di Levinson mette i brividi. A noi che osserviamo questa storia da lontano, non interessa molto se Paterno sapesse, quanto sapesse e da quale momento. Il quadro è chiarissimo, marcio e corrotto fin dalle fondamenta.

Non ci sono eroi in questo racconto, solo piccoli uomini, disattenti, forse ingenui, più probabilmente miserabili e meschini.

Pacino, invecchiato e imbruttito, interpreta un Paterno apparentemente vincente, ma dimesso, già sconfitto dalla vita. Assalito dai fantasmi del passato, dalle voci, dal senso di colpa. Forse debilitato dal tumore, la sua mente non è lucida, non riesce a distinguere chiaramente.

Giustamente Pacino e Levinson ne fanno il fulcro dell’ambiguità e del dubbio. Ma come detto, non è tanto importante la responsabilità di un singolo, sia pure così centrale e carismatico, quanto la rete sociale, economica e culturale, che ha contribuito a proteggere l’intoccabile Sandusky.

Bravissima anche Riley Keough nei panni di Sara Ganim, che a poco a poco capisce di aver scalfito, con i suoi articoli, la sacralità dell’istituzione, arrivando sino a mettere in discussione le sue stesse convinzioni.

Il finale tuttavia riapre i giochi, instilla nuovi interrogativi, apre nuovi scenari, forse persino più plausibili. Il circolo della violenza arriva da lontano.

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.