Netflix ritira i suoi film da Cannes: Beatrice Welles li implora di riconsiderare la scelta

Aria di tempesta sulla Croisette.

Questa mattina Thierry Fremaux in conferenza stampa svelerà il programma del 71° Festival di Cannes, ma Netflix lo ha anticipato, ritirando tutti i suoi film selezionati ed inseriti, come vuole il nuovo regolamento della rassegna, fuori dal concorso ufficiale.

Quando due rigidità si scontrano, a perderci è sempre il pubblico. Lo scrivevamo qualche giorno fa, oggi è ancora più vero, dopo aver letto le dichiarazioni che Ted Sarandos ha rilasciato a Variety.

Quindi non saranno al festival Alfonso Cuarón con il suo Roma, girato in Messico, Paul Greengrass con Norway, Jeremy Saulnier con il thriller Hold the Dark. Tutti selezionati e ritirati.

Non ci sarà neppure il film incompiuto di Orson Welles The Other Side of the Wind, assieme al documentario di Morgan Neville They’ll Love Me When I’m Dead, che ne racconta l’epopea quarantennale, per portarlo finalmente sullo schermo.

Beatrice Welles, la figlia del grande regista, ha inviato una lettera aperta a Netflix, pubblicata su Vanity Fair, chiedendo alla casa di produzione di rivedere la sua scelta, almeno per The Other Side of the Wind: “I have to speak out for my father. I saw how the big production companies destroyed his life, his work, and in so doing a little bit of the man I loved so much. I would so hate to see Netflix be yet another one of these companies.”

Il rapporto di Welles con il Festival di Cannes è stato lungo e importante per la sua carriera, dalla Palma d’Oro per Othello nel 1952, al premio di miglior attore nel 1959 per Compulsion, fino al Premio del XX anniversario per Falstaff nel 1964 ed alla sua presenza in giuria nel 1983.

Please reconsider and let my father’s work be the movie that bridges the gap between Netflix and Cannes” ha scritto la Welles.

Fremaux ha risposto all’appello programmando una serata di gala per il film risorto dalle sue ceneri “an extraordinary film. Much more than a historical film. A message from Orson Welles to the world of cinema today”.

Ma Sarandos pare sia irremovibile. Il produttore Filip Jan Rymsza ha scritto sulla pagina del crowdfunding ufficiale del film: “What’s sad and most difficult to come to terms with is that everyone loses in this decision—Cannes, Netflix, film lovers, and all of us who worked so hard on this historic endeavor,” Rymsza wrote. “No other festival premiere will rival what Cannes intended for the films. Their placement and reception will live only in our collective imagination. Granted, I’m conflicted in my emotions. There would be no The Other Side of the Wind without Netflix, but that doesn’t lessen my disappointment and heartbreak”.

E’ indubbio che la guerra che Netflix ha scatenato contro il business del cinema, l’esperienza della sala cinematografica e persino l’home video, entrando a piedi uniti e trasversalmente nella produzione, nella distribuzione e nel mondo dell’home entertainment, ha smosso equilibri che parevano consolidati. E ovviamente ha trovato, e troverà sempre più spesso, resistenze.

Si tratta di un mercato che nel 2017 ha avuto una dimensione di 88 miliardi di dollari di fatturato, di cui 40 solo dalle sale cinematografiche. Un settore maturo, ma che è ancora in crescita e che negli ultimi cinque anni è cresciuto del 13%.

Non deve stupire che la grande industria cinematografica europea stia mettendo in campo tutto quello che può, per arginare il fenomeno, colpita ancor più di quella americana dall’assalto di Netflix al prodotto medio e d’autore. Le major hanno deciso di combattere l’offensiva, rifugiandosi in franchise sempre più enormi e cinecomics, ma gli altri produttori e distributori, quelli che hanno reso Cannes il festival più importante ed influente del mondo, non possono che combattere la battaglia economica sul piano culturale.

Come ha detto Spielberg in Italia, qualche settimana fa, i film di Netflix dovrebbero concorrere per gli Emmy e non per gli Oscar: sono film tv, quello è il loro spazio. Lo è sempre stato per HBO e li altri network, non si vede perchè dovrebbe cambiare.

Le pressioni su Fremaux devono essere state decisive, eppure il festival non aveva chiuso del tutto le sue porte a Netflix, lasciando ai loro film ampio spazio fuori concorso, ad Un certain Regard, a Cannes Classics e nelle proiezioni speciali, non escludendo affatto la loro presenza sull’ambito red carpet. 

Ma se battaglia culturale dev’essere allora è inevitabile che si arrivi anche a boicottaggi e polemiche un po’ sterili.

Se il festival infatti dovrebbe essere la casa di tutti e del grande cinema d’autore innanzitutto, è evidente che il formato con cui le opere sono distribuite non dovrebbe influire. Eppure sarebbe da ingenui pensare che una delle più grandi istituzioni cinematografiche del mondo possa ritenere indifferente il modello Netflix, che vuole apertamente distruggere il modello della sala, e possa mettere la sordina alla dimensione industriale e commerciale, che il cinema inevitabilmente ha.

Non si capisce poi perchè Ted Sarandos e Reed Hastings di Netflix ritengano obsoleta e diminutiva la distribuzione nelle sale e poi pestino i piedi per essere a tutti i costi a Cannes e in concorso, dove i film sono appunto proiettati in una grande sala. Se infatti dichiarano di ritenere il modello di business del cinema vecchio e superato, l’enorme pubblicità gratuita, il glamour, l’aura che una prima sul red carpet può dare e il peso di un premio ad un Festival come Cannes, fanno ancora gola agli esperti di marketing di Netflix, i cui film purtroppo godono della stessa inconsistenza di una mousse venuta male ovvero si perdono indistinti nel marasma del loro catalogo.

Chi si frega le mani alla fine è Alberto Barbera: ha già annunciato che preclusioni per Netflix a Venezia non ce ne saranno. Da noi il peso di produttori e distributori è spesso limitato solo ai film italiani da piazzare in gara e nelle diverse sezioni, la sua nomina non dipende da logiche industriali e il record invidiabile dei film veneziani all’Oscar ha trasformato la Mostra nella vetrina più luccicante per la stagione dei premi americani.

Ma quanto durerà? Ci saranno altri boicottaggi? Stiamo forse entrando nella Guerra Fredda del cinema?

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