Hounds of Love

Hounds of Love **1/2

Presentato alle Giornate degli Autori all’ultima Mostra di Venezia, Hounds of Love è un horror psicologico, che segna il debutto di Ben Young, regista televisivo, di cortometraggi, pubblicità e video, nativo di quella Western Australia, immortalata in questo esordio, ambientato nei sobborghi di Perth.

Siamo nel 1987, anche se la collocazione temporale non è mai caratterizzante. La protagonista è una giovane adolescente, Vicki Maloney, il padre medico si sta separando dalla madre, in cerca della sua libertà perduta, all’interno di un matrimonio sfortunato.

Se il rapporto tra i genitori è ancora ottimo, molto più controverso è quello di Vicki con la madre, che ha scelto di abbandonare la casa familiare, per trasferirsi in periferia.

Vicki passa da lei il weekend, con l’intenzione di andare ad una festa con il suo ragazzo. Quando la madre glielo proibisce, esce di casa senza dirle nulla e si incammina in cerca di un taxi.

Viene fermata da una coppia apparentemente tranquilla, Evelyn e John, che viaggiano su un auto familiare sul cui sedile posteriore è posizionato un seggiolino per bambini: si offrono di venderle un po’ di fumo. La invitano a casa loro per prenderlo. Vicki accetta, quindi nell’attesa entra in casa per bere un bicchiere di vino con Evelyn. Nel vino però c’è qualcosa di strano…

Comincia così un incubo lungo una settimana, in cui Vicki verrà legata, torturata e violentata da John ed Evelyn, in un gioco erotico perverso e sadico: il loro rapporto si alimenta infatti di una lunga teoria di giovanissime vittime, costrette a soddisfare torbidi desideri e poi trucidate e sotterrate nel bosco vicino, dopo averle costrette a scrivere ai loro cari una lettera di addio, in cui si annuncia un’improbabile fuga ad Adelaide.

Il film di Ben Young è il racconto crudele di una prigionia, ma anche e soprattutto di un amore tossico, opportunista, che ha plagiato completamente la volontà di Evelyn, per soddisfare la brutalità anodina di John.

E’ proprio nel rapporto rituale tra i due, che riesce a far breccia Vicki, nei pochi momenti in cui non è legata e imbavagliata. Ed è qui che il film di Young si mostra di qualche interesse, mettendo in scena ancora una volta una storia di uomini che odiano le donne.

Hounds of Love racconta anche il paradosso di Vicki, che fugge da una madre forte e indipendente, per ritrovarsi rinchiusa e segregata da una madre fragile, sottomessa, a cui hanno portato via i figli.

Non meno duro è il film nei confronti delle istituzioni e della polizia australiana, impotente, disinteressata, completamente assente. Ma anche il contesto sociale di quei sobborghi di periferia dove John ed Evelyn abitano e conducono i loro tragici rituali, suona incredibilmente sordo, indifferente, privo di una qualsiasi empatia.

La dimensione di genere del film di Young è invece la parte debole, risolvendosi in una messa in scena sempre piuttosto incerta, che comincia con un rallenty lentissimo su delle ragazzine che giocano a pallavolo, poi si sofferma su dei particolari apparentemente insignificanti, che trasformano però la normalità in orrore. Nonostante l’incipit che cattura l’attenzione, Young nel corso del film evita scelte estetizzanti e si adagia su auna messa in scena piuttosto ordinaria, che allude all’orrore senza mai mostrarlo davvero, che ne coglie gli esiti e i resti, in modo un po’ ambiguo.

D’altronde Young ha dichiarato non aver voluto fare “un film sugli atti violenti dei killers, bensì un film sui killers stessi”.

Pregevole invece il lavoro sugli attori: dal laido John di Stephen Curry, con baffetto anni ’80 d’ordinanza, all’ingenua Ashleigh Cummings, nella parte di Vicki. Ma sono soprattutto le due madri ad imporsi: Maggie interpretata da Susie Porter, l’unica a non arrendersi, ed Evelyn a cui Emma Booth, imbruttita e invecchiata per l’occasione, si dona con generosità e coraggio, creando un personaggio confuso e incapace di accettarsi sino in fondo, ingabbiato in un ruolo da cui non riesce ad evadere, vittima e carnefice al tempo stesso.

Hounds of Love è un esordio non completamente risolto, ma incoraggiante, che mostra già la maturità di Young nel descrivere un contesto di tragico squallore: potrebbe essere il preludio a qualcosa di ancora più interessante.

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