Seven Seconds, il coraggio contro il pregiudizio

C’è un’immagine ricorrente in Seven Seconds che può sembrare didascalica o retorica, ma che alla fine sintetizza, nella sua semplicità, molte contraddizioni. Da una collinetta di neve è possibile vedere in lontananza la Statua della Libertà, svettante nell’aria in tutta la sua magnificenza. Però, se da quello stesso punto si abbassano gli occhi sull’avallamento vicino, una chiazza di sangue ferisce lo sguardo. L’alto e il basso, la voglia di futuro e la dura sentenza del presente. Il rosso sporca il bianco candido e scrive nella fossa una verità: là, è morto un ragazzo. Brenton Butler, nero. In questa serie Netflix, ispirata alle lotte del movimento politico Black Lives Matter, i contrasti cromatici sono elementi estetici dotato di una propria dignità narrativa. I colori si prestano a raccontare una storia, emblematica ed esemplare dello stato delle cose esistente oggi in America. Il tema del razzismo è centrale, e, pregio notevole, moralismo e semplificazioni sono bandite. Seven Seconds ripercorre, con una chiarezza scientifica che ricorda a tratti l’epocale The Wire, le ragioni interne agli avvenimenti illustrati avvalendosi di una scrittura asciutta e sobria. Tra i registi ingaggiati spicca, malinconica sorpresa, il grande Jonathan Demme, autore de Il silenzio degli innocenti e di Philadelphia, alla sua ultima presenza dietro la macchina da presa.

Lo sfortunato protagonista della serie non porta un nome qualunque. Nel 2000 il quindicenne Brenton Butler di Jacksonville, Florida, fu ingiustamente accusato di omicidio dalla polizia. Si trattava, quasi inutile specificarlo, di un ragazzino nero. Secondo la sua testimonianza, gli investigatori avrebbero estorto la confessione attraverso intimidazioni e violenze fisiche. Il Brenton Butler della fiction ha una sorte peggiore: è investito da un’auto mentre attraversa il parco in bicicletta e viene lasciato morire, dopo ore di agonia, nella neve fresca. Il SUV blu è guidato da un poliziotto da poco trasferito nel distretto, Peter Jablonski, reo di distrazione perché al momento dell’impatto è al telefono con la moglie ricoverata in ospedale (è incinta). Sono i colleghi di Jablonski a combinare il disastro. Un’accusa di omicidio a un piedipiatti significa rovina certa della carriera, ma vi sono ragioni ancor più inconfessabili (ed all’inizio ignote allo stesso Jablonski) a motivare il gesto di far sparire l’auto e sottrarre il colpevole alla giustizia. La squadra narcotici ha stretto rapporti economici con i narcotrafficanti locali, e lasciare che i fari di un’indagine si accendano su uno del gruppo sarebbe troppo pericoloso. In fondo, argomentano i poliziotti, un adolescente di colore che pedala in un parco di prima mattina, su un tipo di bicicletta segno di riconoscimento di una gang, è certamente un piccolo criminale caduto sul campo, vittima di una colluttazione o di uno sgarro. Una falsa verità che i mezzi di comunicazione non faticano a propagandare. Peccato che quella bicicletta, a Brenton, fosse stata prestata…

Seven Seconds è frutto della creatività e della volontà di impegno civile di Veena Sud, già alle redini della serie The Killing e, in precedenza, tra le penne del fortunato Cold Case. Che la qualità della scrittura sia ottima lo attesta, fin dalle prime battute, la scelta dal forte valore simbolico di non far vedere il corpo di Brenton, ma di svelarlo, piuttosto, a poco a poco. La regia non indugia mai sulle ferite, sui macchinari, sul lettino d’ospedale, giaciglio di un giovane uomo morente. Solo nel momento in cui KJ Harper, avvocato e assistente del procuratore, ha il coraggio di guardare il corpo intubato, le fattezze del ragazzino si rendono note allo spettatore. Brenton compare dentro lo sguardo di una donna di legge, per giunta nera. L’ingresso del corpo martoriato corrisponde a questa misericordiosa presa di coscienza, visione che materializza un’assenza, una cura registica che risponde a un preciso discorso politico. Nella lettera che lo scrittore di Baltimora Ta-Nehisi Coates indirizza a suo figlio (Tra me e il mondo, Codice Edizioni, 2015), emerge lo stesso problema riguardante la fisicità di un corpo nero, il viverlo in prima persona “dentro una nazione perduta nel Sogno”, l’impossibilità di schivare il pregiudizio dei bianchi incastonato in un’ottica di potere.

KJ Harper è interpretata dall’attrice inglese, di origini ghanesi, Clare-Hope Ashitey. La giovane avvocato, tormentata da un terribile errore, che ne ha segnato gli esordi professionali, si sfoga in serate alcoliche in uno squallido bar-karaoke dove viene regolarmente rimorchiata da sconosciuti. La sua famiglia la odia per aver gettato via il suo talento, mentre il suo capo la tiene a distanza dopo che la moglie ha scoperto una tresca tra i due. Sul caso Brenton indaga il detective bianco Joe Rinaldi (Michael Mosley, attore di lungo corso delle serie tv), detto ‘Fish’ ovvero, ironicamente, ‘Pesce’, perché scartato da ragazzo da una selezione di nuoto professionistico, appena separato dalla moglie e innamorato dei suoi cani. Lento, indolente, con un chewing-gum sempre in bocca, Joe Rinaldi compone una strana coppia con KJ Harper. Due soggetti deboli prossimi a schiantarsi contro il granitico muro elevato dalla narcotici a difesa dei propri intrallazzi? La sfida sembra ìmpari. Da un punto di vista attoriale, l’amalgama tra i due non è immediato, e non sempre i dialoghi si incastrano alla perfezione. Imperizia o effetto studiato ad arte? Molti indizi fanno propendere la bilancia per la seconda ipotesi. L’incertezza lascia il posto a una graduale intesa che rafforza le convinzioni di entrambi. Soprattutto, Veena Sud ha il buon senso di non legare i due personaggi in una relazione, una scelta che avrebbe indebolito l’intero impianto della serie. KJ vive l’indagine come un percorso di crescita e di riscatto personale contro il suo passato e contro il clima di maschilismo razzista cui è sottoposta. Fish dimostra a se stesso e agli altri di essere un vero professionista e non un molle newyorkese destinato a perdersi nei meandri della ruvida Jersey City.

In Seven Seconds protagonisti sono anche i blocchi sociali, e corporativi, dominati da leggi proprie. La comunità nera si regge su un sistema economico parallelo. Chi non si piega alla logica della droga e non accetta la protezione del ‘Messiah’ (il capo del narcotraffico, costretto su una sedia a rotelle dopo una sparatoria), deve emigrare, e la soluzione a portata di mano è l’arruolamento nell’esercito. È questa la strada intrapresa dallo zio di Brenton, Seth (Zackary Momoh), salvo poi ritornare sui suoi passi e cedere nuovamente alle lusinghe della strada. Eccezioni sono i genitori di Brenton, Latrice e Isaiah. La bravissima Regina King interpreta il ruolo di una madre, insegnante, determinata ad andare fino in fondo, l’espressivo Russell Hornsby impersona invece il padre, imbevuto di religiosità evangelica. Personaggi positivi, certo, ma non tratteggiati in maniera manichea. La madre è tentata da una rapida e solitaria soluzione, una vendetta di sangue contro il poliziotto omicida, mentre il padre è destabilizzato dalla scoperta dell’ambiguità sessuale di Brenton, ormai deceduto. Un’amara lezione, una bomba che fracassa le sue certezze monolitiche. Una domanda si insinua nelle coscienze di Latrice e Isaiah: conoscevamo veramente nostro figlio? E chi può dire di averlo conosciuto? L’inchiesta giudiziaria si accavalla all’indagine esistenziale, i rilievi sociologici si intrecciano allo scavo psicologico, restituendo un quadro complesso del caso.

L’altro polo “dialettico” è costituito dai poliziotti della Squadra Narcotici del Distretto Sud. Aggressivi, grezzi e all’occasione spietati, non sono molto diversi dalle gang che infestano la zona. Anzi, come già detto, si alleano con loro per avere una parte dei ricavati. La paga media di uno sbirro fa schifo, chi rinuncerebbe ad un facile bonus extra? La domanda, retorica, non ammette repliche nella mentalità di uomini corrotti fino al midollo, convinti di essere intoccabili. Purtroppo per loro, spunta una testimone, Nadine (una strepitosa Nadia Alexander), adolescente problematica, eroinomane, dedita alla prostituzione per procurarsi le dosi. Nadine è il granello di polvere che fa impazzire l’ingranaggio. Il tentativo di depistaggio fallisce. Anche qui, la sceneggiatura è abile nel dribblare i cliché. Né i poliziotti sono bianchi protestanti razzisti per ideologia, (anzi, tra di loro è egemonica la presenza di latinos o italoamericani), né la ragazzina sbandata proviene da contesti di degrado. La sua è una famiglia “bene”, e l’istinto di ribellione nasconde, forse, verità insostenibili.

Ottima l’idea di assegnare il ruolo di avvocato della difesa a Gretchen Mol, biondissima, in palese contrasto cromatico con la nera KJ Harper. Sam Hennessey fa il classico lavoro sporco che qualcuno deve pur fare, puntando tutto sulla compattezza del gruppo: “Nessuna giuria condannerà mai l’intero corpo della polizia”, dice l’avvocato ai suoi assistiti. Nonostante ciò, in privato Hennessey manifesta il suo distacco, venato di disgusto, verso quei violent cops legati dal motto “soltanto una sorte fino alla morte”. Istinto unitario, che si incrina quando, per salvarsi, la squadraccia non disdegna di sacrificare al fuoco nemico il collega Jablonski, a dimostrazione che i valori camerateschi sono solo un feticcio.

Tesi di Seven Seconds, in estrema sintesi: il razzismo è il rumore di fondo della società. Anche se il nero non è investito da esplicito odio, è la sua posizione di oggettiva inferiorità a contare, in negativo, nelle dinamiche di potere, e a consentire ai bianchi, o più in generale ai non-neri seduti ai posti di comando, di mantenere un vantaggio e garantirsi una rendita perpetua. Due sequenze, entrambe nel quarto episodio, si offrono allo spettatore come metafore del sistema in essere. In una, Isaiah, che lavora in un allevamento intensivo, viene raggiunto dalla notizia della morte in ospedale del figlio mentre si aggira tra le gabbie di polli vuote, nell’altra, il SUV blu di Jablonski è disintegrato da un’enorme pressa. Costrizione e oppressione, desolazione e influenza di forze esterne: è difficile, in un’epoca di squilibri, riportare la giustizia al suo significato. Dopo le timidezze della presidenza Obama sul problema dell’integrazione e del rispetto della popolazione di colore, Donald Trump passeggia su un’America economicamente solida ma culturalmente fragile, spaventata dalla diffusione incontrollata delle armi e infestata dal rinascente suprematismo bianco. Come in recenti opere letterarie di successo sul tema della discriminazione, scritte da donne nere senza fare sconti a nessuno (Negroland di Margo Jefferson, The hate that u give di Angie Thomas), anche in Seven Seconds soffia lo zeitgeist dei nostri anni, gravati da conflitti irrisolti.

Non riveliamo se l’investitore è infine condannato e se il movente dell’odio razziale è accolto oppure no da una giuria in cui i componenti afroamericani sono in netta minoranza. Fuori dal tribunale, è piantata una piccola statua, con gli occhi bendati. Là sotto, nei minuti conclusivi, siedono KJ e Fish, e si congedano. L’avvocato è stata protagonista, quella giornata, di un’arringa appassionata: “Uno, due, tre… o sette? Quanti secondi ha guardato Brenton nella neve, prima di distogliere lo sguardo?” Parole indirizzate a Jablonski, uomo non crudele, ma ignavo. Verba volant? Di certo, resta una macchia rossa, un segno, una cicatrice sulla coscienza di una nazione.

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