Altered Carbon: smarriti in un futuro sospeso tra amore e morte

Altered Carbon si basa sul romanzo cyberpunk di Richard K. Morgan, di recente ristampato in Italia da Tea, primo episodio della trilogia dedicata a Takeshi Kovacs. La trasposizione del libro in una serie è in gran parte merito della produttrice e sceneggiatrice Laeta Kalogridis (I guardiani della notte, Alexander, Shutter Island) che ne aveva acquistato i diritti quindici anni fa e che ha atteso con pazienza che arrivasse qualche network capace di valorizzare un progetto che non poteva accomodarsi negli abiti da red carpet dei film di Hollywood: troppo lunga la prima versione della sceneggiatura e troppe scene di violenza e sesso spinto. Ci ha pensato Netflix, sempre alla ricerca di show capaci di rompere gli schemi, utilizzando peraltro una formula consolidata: una serie tv tratta da un libro di successo, con l’autore stesso come consulente della sceneggiatura.

Siamo nel 2384 e l’umanità è in grado di comprimere la coscienza e migrarla in pile corticali impiantate nella colonna vertebrale. Queste memorie artificiali registrano la coscienza di ciascun individuo, digitalizzata, in modo da slegare l’esistenza dal vincolo corporale. Un mondo in cui l’uomo ha vinto la morte e in cui i sogni di benessere sono realizzati per tutta l’umanità? Non funziona proprio così. La società è malata, la corruzione imperante, le disuguaglianze dilanianti: da un lato ci sono i disperati alla ricerca di una “custodia” o dei soldi per curare quella che hanno, dall’altra ci sono i potenti, la cui forza economica permette loro costosissimi backup dell’I.D.U., e infinite “custodie” di riserva: sono i Mat, uomini senza età, come Matusalemme, che hanno raggiunto una condizione prossima alla divinità. In questo contesto si inserisce l’indagine di Takeshi Kovacs (Joel Kinnaman, House of Cards), incaricato di indagare sulla morte del ricchissimo Laurens Bancroft (un ottimo James Purefoy, The Follower). Le indagini condurranno Takeshi, affiancato più per necessità che per scelta dal tenente Kristin Ortega (la splendida Martha Higareda), dentro le più torbide macchinazioni di Bay City, entrando in contatto con le intoccabili élite dei Mat, e con le contraddizioni di una umanità che ha smarrito la propria vocazione.

Chi non è umano ci ricorda cosa vuol dire esserlo. L’intelligenza artificiale Poe (un credibile Chris Conner) rappresenta tutti quei valori che l’uomo sembra aver perso: amicizia, coraggio, generosità. Il tema della perdita ci sembra essere al centro della sceneggiatura della Kalogridis: la parabola della sorella di Takeshi, Reileen Kawahara (Dichen Lachman), è la stessa di tutta l’umanità: inseguendo un desiderio di utopica perfezione ha smarrito se stessa. Tra gli abitanti del mondo ci sono anche religiosi, come i neo-Cattolici, che hanno fatto riprogrammare la propria pila per fare in modo che la morte del corpo fisico coincida con quella della coscienza e quindi liberi l’anima. Anche la religione appare debole di fronte alla deriva del mondo perché incapace di stabilire una visione altra rispetto a quella dominante: essa ha perso la propria dimensione sociale e anche quella spirituale è quantomeno appannata. C’è poi la perdita dell’amore che riguarda i due protagonisti, Takeshi e Ortega. Entrambi hanno perso la persona amata, ma la situazione di Ortega è ancora più particolare perché il corpo del suo compagno è quello in cui è stata impiantata la pila di Takeshi. Quanto l’amore può essere svincolato dal legame con un corpo? Tra le molte privazioni una delle più rilevanti è quella del pianeta Terra: sono pochissimi i momenti di erba, sole, acqua e mare. Il paesaggio, come da topos di genere, è quasi sempre cupo; si apre solo sopra le nuvole e anche lì c’è tanta degradazione. Il satellite-astronave “Testa tra le nuvole” è un luogo di perdizione in cui gli uomini ricchi possono soddisfare i propri piaceri più estremi andando oltre ogni limite, spingendosi fino a togliere la vita per il puro gusto di provare un’esperienza estrema: manca insomma la bellezza naturale, quella che l’uomo può solo contemplare e non possedere.

Altered Carbon non nasconde le molteplici esperienze culturali che hanno ispirato l’autore: i romanzi hard-boiled per il gusto noir e l’azione di un personaggio che sfida il sistema, solo, senza ideali e senza futuro; i film di Morricone per quel senso di umanità che si manifesta in piccoli gesti che non possono salvare il mondo, ma che alleviano le sofferenze dei più deboli; Blade Runner per l’immaginario del futuro, i film d’azione orientali per i duelli all’ultimo sangue e la capacità di sopportare il dolore facendo perno su se stessi; il melodramma per le diverse storie d’amore senza futuro che coinvolgono i protagonisti.

La narrazione si snoda in modo tortuoso e dispersivo, tra un inizio lentissimo e un frettoloso, adrenalinico finale in cui non mancano gli strappi, come quello relativo al personaggio di Lizzie Eliot (Hayley Law,) che viene restituita ad una nuova vita in modo troppo veloce e brutale; lo stesso dicasi per la conversione dell’avvocatessa Oumou Prescott (Tamara Taylor, Bones) e per il ritrovato senso dell’onore del Capitano Tanaka (Hiro Kanagawa): la scrittura sembra voler cucire insieme tutti i fili, senza lasciare lo spazio necessario al loro completo dipanarsi. Sembra che ci sia un eccesso di zelo contenutistico che si conferma analizzando i temi trattati. Per quanto interessanti, gli spunti di riflessione su temi etici, sociali, morali e religiosi non sono sviluppati in modo adeguato; manca il necessario tempo di assimilazione e approfondimento, così le questioni sollevate scorrono nel cuore e nella mente dello spettatore senza lasciare alcun segno. In una serie di dieci episodi da almeno 50 minuti l’uno, questo è difficilmente giustificabile.

Ci sono poi molto sesso e molta violenza: scene che, per quanto stilisticamente ineccepibili, lasciano però lo spettatore piuttosto distaccato, forse anche per quella scultorea fisicità dei corpi che delizia il palato estetico, ma lascia in bocca un forte sapore di finzione. A volte manca urgenza narrativa.

Se quindi la scrittura lascia diverse perplessità, specie nel rush finale, al contrario la resa visiva è di grande effetto per tutti gli episodi: una fotografia d’atmosfera delizia lo spettatore e lo immerge in un futuro distopico di grande impatto noir.

Nel complesso ci troviamo di fronte ad un buon prodotto di genere, solido e curato. La speranza è che nella seconda stagione si lavori di più sulla scrittura, cercando di togliere tutto quanto non è essenziale perché questo consentirebbe allo show di fare un decisivo salto qualitativo.

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